La fondazione Dolomiti Unesco ha avviato uno studio sul traffico in quota, per metterne a fuoco le criticità. L’intento è lodevole, tuttavia vien fatto di osservare che da anni (anzi, decenni) sono facilmente verificabili gli effetti di degrado ambientale derivanti dall’assalto motorizzato agli angoli più accessibili della catena montuosa (specie i valichi principali).

Il fenomeno, concentrato nei mesi di alta stagione, trasforma i più noti passi dolomitici in enormi parcheggi, mentre sui tornanti si scatenano in «piega» motociclisti che scambiano le vallate alpine per piste da Gp diffondendo l’eco molesto del motore che romba a pieni decibel.

Non male per il quadretto bucolico del patrimonio dell’umanità.

Di fronte a cotanta evidenza empirica, c’è da augurarsi che l’iniziativa della fondazione voglia essere consapevolmente pleonastica e produrre dati tangibili da sottoporre alle amminisatrazioni locali sorde, che da decenni tergiversano parlandosi addosso anziché mettere in campo correttivi degni di nota.

Invero, lo ha fatto in parte l’Alto Adige, introducendo il pedaggio per qualche valico, soluzione che peraltro non risolve il problema e non rappresenta certo nulla di innovativo: semplicemente legittima l’automobilismo e il motociclismo d’alta quota.

In altri casi, in provincia di Belluno, qualche Comune ha dotato di autovelox fisso alcuni tratti stradali (per esempio al passo Giau, nella foto, sopra Cortina), che fungono da dissuasori specie nei riguardi dei piloti da moto Gp.

Si tratta di iniziative di scarsa rilevanza, che avvengono all’interno di uno scenario istituzionale dal profilo particolarmente conservatore, avvitato su se stesso e incapace di produrre un salto di qualità nel modello turistico e nella fruizione di un territorio unico, prezioso e delicato come i Monti Pallidi.

Anche il progetto del cosiddetto trenino delle Dolomiti (collegare la Valsugana a Feltre e Cortina alla val Pusteria per creare un anello attraverso le principali città e vallate) viene promosso da realtà non istituzionali, mentre nelle stanze del potere politico si sprecano da decenni soltanto parole nel vento.

Da sempre, poi, ogni qualvolta si parla di limitazioni al traffico sui passi dolomitici c’è qualcuno che insorge, spesso qualche operatore commerciale che comprensibilmente si preoccupa del rischio di contrazione del giro d’affari. Queste reazioni sociali sono a loro volta il risultato dell’inerzia istituzionale, dei ritardi e del vagheggiare di chi avrebbe dovuto preoccuparsi di costruire un sistema innovativo all’insegna del motto «meno motori e più persone sulle Dolomiti».

Creare una rete efficiente e conveniente di trasporto collettivo (bus navette e impianti di risalita), rendere più gradevole il tempo trascorso sui passi, incrementarvi le attività economiche sono obiettivi ragionevolmente perseguibili. Se trent’anni fa fossero stati presi seriamente in considerazione, oggi avremmo già un quadro consolidato e persuasivo nei riguardi di chi fonda sulla presenza umana in quota il nucleo della sua attività economica e scoprirebbe che la via «sostenibile» preserva l’ambiente naturale e gli porta più clienti che se lo godono in santa pace.

Liberare progressivamente i valichi dal traffico automobilistico, nei mesi “roventi” e almeno durante il giorno, equivarrebbe a favorire forme di turismo meno frettolose, con buona probabilità di accrescere sia il numero dei visitatori di questi luoghi sia la qualità dal punto di vista della spesa (si pensi soltanto ai risvolti sulla frequentazione ciclistica, oggi largamente mortificata dalla presenza di auto, camper e moto sulle grandi strade dei monti, con pericolo di incidenti e inquinamento atmosferico/acustico).

Per ora si potrebbe sperimentare da sùbito un paradigma innovativo in un’area circoscritta (un singolo passo, per esempio) organizzando però in modo preciso la mobilità alternativa per vedere l’effetto che fa (potremmo scoprire che ne parlerebbe anche il New York Times…).

Oggi le Dolomiti sono un luogo splendido noto in tutto il mondo, se facessero un salto di qualità nell’ambito dei trasporti diventerebbero un gioiello invitante e originale che richiamerebbe ancora più turisti da ogni angolo del pianeta (ai quali poi si potrebbero far conoscere anche gli innumerevoli tesori nascosti, tutte le bellezze fuori dai circuiti celebri di questo fazzoletto alpino).

Ma per questo servono classi dirigenti un pochino illuminate. Chi accenderà le torce?

zenone sovilla

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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