Respingere i naufraghi è bullismo politico che fa del male a noi tutti

Chiudere i porti italiani alle navi cariche di naufraghi è vergognoso.
Strumentalizzare queste vite umane per polemizzare con gli altri Paesi europei su chi è il più cattivo è tragicamente puerile e ingannevole.
Attaccare le organizzazioni umanitarie che si sostituiscono alle inadempienze degli Stati europei è indegno.
Trasformare le problematiche delle migrazioni nell’unica vera emergenza nazionale e europea è fuorviante, comodo per una politica da mercato rionale, utile a chi prospera nella sottovalutazione di altre e più gravi questioni nazionali.

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Nomadi o “Figli del ghetto”?

cover-resizedLa riedizione online dei volumi pubblicati una decina d’anni fa da Nonluoghi prosegue con il volume di Nando Sigona “Figli del ghetto. Gli italiani, i campi nomadi e l’invenzione degli zingari”qui recensito da Giovanna Boursier su MeltingPot.org, che uscì alla fine del 2002 e fu oggetto di una serie di presentazioni e dibattiti in un’Italia che per quanto riguarda queste tematiche assomigliava troppo a quella di oggi. Anzi, oggi povertà e marginalità sociale stanno progressivamente scalando posizioni nell’agenda politica, ma lo fanno dalla parte sbagliata.

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Cpt, Cie e altri lager

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“I Cpt sono dei lager veri e propri e il ventre che partorisce questo obbrobrio, è il ventre pasciuto della nostra società occidentale.
Il clandestino è l’ebreo di oggi. Egli è ridotto a “sotto uomo” prima dalla sinistra cultura retorica “sicuritaria”, poi una legge fascista lo dichiara criminale per il solo fatto di essere ciò che è, un essere umano che ha fame e cerca futuro per sé e i suoi cari e che per questo viene privato di qualsivoglia status, sottoposto alla violenza della reclusione, sottratto alle tutele minime che spettano ad un essere umano per diritto dei nascita. Una volta sepolto in uno spazio d’eccezione, il clandestino è alla mercé di arbitrii, percosse, torture, privazioni, abusi sessuali. Il suo “rimpatrio” lo sottopone ad ulteriori brutali abusi e talora al rischio reale di perdere la vita nel modo più atroce.
(…) Dopo Auschwitz, dopo i Gulag, nessuno può essere assolto per avere girato la faccia al fine di non vedere e non sapere”.

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I migranti e noi: vent’anni di regressioni

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Probabilmente, passate le lacrime e gli scaricabarile di circostanza, anche stavolta la politica nazionale sarà poco incline a umanizzare le politiche su immigrazione, asilo politico e accoglienza umanitaria.

Il tragico naufragio della settimana scorsa a Lampedusa ha riaperto una questione ultraventennale ed è mortificante ritrovarsi, oggi, a ribadire gli stessi concetti che una parte della comunità italiana tenta invano, da anni, di imporre quantomeno nell’agenda parlamentare.

Sarà per timori legati al marketing elettorale, sarà per l’appiattimento “bipartisan” della lettura di questo fenomeno, fatto sta che la distanza fra la realtà e la visione che ne dà la politica è inquietante.

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Zenone Sovilla

Tempo fa come Giornalisti contro il razzismo avevamo lanciato un campagna che invitava i colleghi a mettere al bando la parola “clandestino” e altri termini ormai trasformati dall’uso in certa politica e nei mass media in vere sentenze di condanna sociale (quali “vu cumprà”, “extracomunitario”, “nomadi”, “zingari”).
Tre giorni fa, in un convegno all’Università Cattolica, il sindaco di Milano ha dichiarato: “I clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono”.Al suo fianco sedeva il ministro dell’interno Roberto Maroni (Lega Nord), che ha colto l’occasione per riproporci uno dei suoi vecchi pezzi di repertorio: “Ci sono dei rischi anche nelle nostre città che avvenga ciò che è avvenuto nelle banlieue parigine qualche anno fa”.

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