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Lo smarrimento montano

[ da www.bellunopop.it ]

di Zenone Sovilla

La montagna ha vissuto negli ultimi decenni una drammatica mutazione che ne ha toccato le profondità dell’anima, il nucleo antropologico. Le trasformazioni indotte dal sistema economico globale hanno spesso trovato nelle classi dirigenti locali vaste schiere di interpreti acritici, peraltro in buona parte incoraggiate da popolazioni via via sedotte dai miti della società di mercato sia pure in presenza di significative sacche di resistenza.

Il processo di destrutturazione delle peculiarità territoriali, sostenuto dalla mega-macchina di un business turistico invasivo, genera uno smarrimento che in molti casi resta sotterraneo, colpisce nell’ombra, lontano dalla percezione sociale, avanza inesorabile sotto l’acquarello montano. Tradizioni e specificità – con il loro flusso evolutivo spontaneo – rischiano di ridursi brutalmente a mero esercizio formale, se non a spettacolo folcloristico per i villeggianti o a declinazione strumentale a scopo finanziario: si pensi al diffuso «ritorno alle radici» etno-linguistiche o alle fantasiose ricostruzioni identitarie che dovrebbero giustificare concessioni istituzionali ad hoc, dalla nascita di un «museo» iperlocalistico alla secessione territoriale verso vette pecuniariamente più generose. Ma non di rado, dietro il palesato amore per i costumi tradizionali si agitano ormai i feticci della metropoli globale da shopping center: si allentano i legami comunitari, si consolida la centralità della dimensione economica del vivere. I miti del denaro, della competitività, dell’individualismo, dell’accumulazione, minacciano le fondamenta montanare del mutualismo e della sobrietà. Si indossa il costume folcloristico viaggiando in Suv…

I risultati si notano, per esempio, sia nelle diffuse aggressioni all’ambiente naturale sia nel manifestarsi in montagna delle diseguaglianze sociali tipiche delle aree metropolitane. La tendenza dei decisori privati e pubblici, che viene veicolata alle «masse», è a considerare in misura crescente il territorio alpino alla stregua delle grandi pianure energivore che lo assediano da nord e da sud, sostanzialmente negandone la intrinseca debolezza che richiede comportamenti ben ponderati e attenti agli impatti ambientali e umani.
Il quadro, naturalmente, è a macchia di leopardo: alcune aree vivono pesantemente questi processi, altre, al contrario, anche a pochi chilometri di distanza, si trovano nella spirale dello spopolamento e della (relativa) crisi economica, dimenticate e inascoltate nel loro grido di dolore dietro al quale, peraltro, in genere vive l’aspirazione al modello omologante: l’immaginario è animato dai «miti» del mercato. Sembra un paradosso ma non lo è, quando si stenta a intravedere una «terza via» che sappia coniugare benessere percepito e sobrietà sostanziale, socialità e sicurezza.

«La stessa economia turistica ad alta intensità, nell’epoca dei viaggi planetari e del mordi e fuggi, se non recupera la dimensione della sostenibilità e delle peculiarità locali, va incontro a un inesorabile processo di implosione. Un’offerta indistinta che riduce le Dolomiti come le spiagge della riviera è l’inizio della fine…», osserva l’antropologo Cesare Poppi commentando, in particolare, la «questione ladina» e sollecitando le genti di montagna ad affiancare i movimenti sociali per farsi «avanguardie di un nuovo modello di sviluppo e di altre prassi di citttadinanza in cui l’identità locale e la sua tutela si alleano con il perseguimento degli interessi generali».
Non meno allarmato Luigi Casanova, esponente di Mountain Wilderness: «Si tratta di società complessivamente impoverite. Troviamo realtà di emarginazione, zone di continuo spopolamento, specie nelle Prealpi italiane, e per contrasto vi sono fenomeni di urbanizzazione intensiva nelle aree ad alta vocazione turistica. Il paesaggio è stato sconvolto dalla cementificazione, dal potenziamento della viabilità, dalla costruzione di caroselli sciistici sempre più vasti. Le Alpi sono ricchezza naturale ma anche sociale, da sempre hanno rappresentato un luogo di incontro e scambio fra popoli diversi. Questo grande patrimonio di diversità oggi sta naufragando nello sradicamento culturale, le popolazioni interiorizzano il modello cittadino e diventano subalterne alle esigenze ricreative dei turisti. Oggi, serve una correzione di rotta nel segno del benessere diffuso e sobrio. Il sistema in atto porta guadagni immediati nelle tasche di pochi soggetti, mentre i cittadini semplici lavorano molto, spesso come precari, in cambio di magri stipendi, e come beffa affrontano nei negozi prezzi insostenibili, l’impossibilità di comprare casa, servizi sociali per lo più carenti. Contro questa deriva bisogna, fra l’altro, valorizzare le filiere locali, per moltiplicare nelle vallate il valore aggiunto della produzione: l’albergatore che si lega con il mondo agricolo e la zootecnia, con i boscaioli che gestiscono e curano l’alpe ed il paesaggio, difendono la biodiversità. Stesso discorso per l’energia e le acque: le genti di montagna dovranno saper imporre nuovi limiti alle industrie e alle agricolture di pianura».

Spunti di riflessione vengono anche dal nuovo volume di Annibale Salsa, presidente generale del Club alpino italiano (Cai), «Il tramonto delle identità tradizionali» (si veda la scheda a parte). L’autore osserva che i fenomeni della postmodernità (globalizzazione dell’economia, omologazione dei modelli comportamentali, perdita delle specificità) hanno indotto risposte culturali quali la folclorizzazione, l’esasperazione localistica, l’esasperazione etnica. Di fronte a tale scenario, dopo l’analisi delle vicende culturali, storiche e sociali che lo hanno causato, ipotizza gli sviluppi: o la sconfitta totale, sino all’esito estremo dell’annientamento, o una rinascita, attraverso la ritrovata consapevolezza dei giovani e il fenomeno del neoruralismo.

Getta un fascio di luce sull’intera vicenda anche Christian Arnoldi, sull’ultimo numero della Rivista del Cai, partendo dal tragico fenomeno del suicidio nella regione alpina. Lo studioso definisce le Alpi, luogo della selvaggia alterità, come «obiettivo privilegiato della modernizzazione» e dunque spazio di una «colonizzazione» dai caratteri ambigui, che smonta e reinventa artificiosamente la montagna tra nuova «accessibilità» e atavica «purezza». Problemi sociali, quali appunto il suicidio, possono essere, secondo Arnoldi, connessi con la colonizzazione turistica, contraddittoria, rituale e intermittente (nel senso dell’alternanza tra alta e bassa stagione): «I cambiamenti radicali e repentini che hanno portato negli ultimi due secoli alla distruzione completa della cultura alpina e all’affermazione di quella turistico-urbana, nel nome di una mistica della montagna innestata sul “primitivismo” e sulla sensibilità romantica per l’incontaminato, l’ascensionale, il rischioso, hanno probabilmente prodotto negli abitanti delle valli alpine una sorta di “anomia”, di smarrimento, che oggi oscilla tra la “vera montagna” messa in scena per il cambio culturale stagionale ingenerato dal turismo e la triste montagna dei periodi di bassa stagione».

Non c’è che dire: il quadro è complesso e sufficientemente inquieto da indurre a un investimento d’indagine le nostre istituzioni culturali, il mondo intellettuale, la politica, l’accademia e quant’altri in genere sono, al contrario, spensieratamente in altre faccende affaccendati.

[articolo pubblicato sul giornale l’Adige di Trento]

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