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Lo scontro tra Usa e Cina per il petrolio

di Giacomo Catrame*

La recente visita del Presidente cinese negli Stati Uniti, dopo quella di Bush nell’Impero di Mezzo effettuata lo scorso anno, è servita a rinsaldare i rapporti commerciali tra i due colossi e a rassicurare il mondo sul mantenimento del legame tra Pechino e Washington sulla base dello scambio tra la possibilità di esportare negli USA merci a basso prezzo e il sostanziale obbligo di investire nelle riserve del Tesoro americano da parte dei cinesi. Dietro ai sorrisi e all’accordo macroeconomico che non può rompersi senza trascinare le due economie (e quelle europea e giapponese con loro) nel baratro, però le tensioni tra i due colossi della scena mondiale crescono in modo esponenziale e, come in una sorte di replay della Guerra Fredda, travolgono sempre più spesso i territori ricchi di risorse e poveri di capacità politiche e militari del sud del mondo. La strategia del contenimento in atto contro Pechino ha posto le basi per una nuova cortina di ferro da situarsi all’interno dei confini asiatici e che passa dall’occupazione del Medio Oriente, dall’aggressione sempre più probabile dell’Iran, dal riarmo giapponese e dagli accordi recentemente siglati da USA e India che hanno portato Nuova Delhi all’interno del club atomico riconosciuto e che hanno portato come primo risultato a manovre congiunte tra indiani ed americani nel luglio 2005 nella zona del Ladakh ai confini con Cina e Pakistan. Ma, non diversamente dagli anni della decolonizzazione, è anche l’Africa a tornare ad essere un teatro di conflitto dopo un quindicennio di totale abbandono del continente. Fulcro di questa “riscoperta” del Continente nero è la gigantesca area petrolifera del Golfo di Guinea e le sue propaggini in Ciad e Sudan, oltre ai territori ricchi di cobalto e coltan (fondamentali per telefonini e computer) del bacino del Congo. All’interno di questo quadro geopolitico rientrano anche i paesi del Corno d’Africa la cui importanza è data dal loro posizionamento sulle rotte Asia-Europa e dalla possibilità di utilizzarli come basi d’appoggio per il controllo delle aree petrolifere. Attualmente Washington ha messo in atto la costituzione di un asse militare che parte dalle basi aereonavali di Gibuti sull’Oceano Indiano e arriva alle isole di Sao Tomè e Principe in quello Atlantico letteralmente galleggianti su di un mare di petrolio. Tale asse passa per scelta e necessità dall’Etiopia dove la repressione del dissenso attuata dal tigrino Melles Zenawi avviene con modernissimi strumenti forniti dal Dipartimento degli Affari Esteri di Washington, per l’Uganda citata dall’FMI come esempio di buona amministrazione per il continente per il taglio alle spese sociali e la svendita dello svendibile alle multinazionali anglofone, per la Nigeria dei generali clienti fissi di Shell ed Esso (ma anche dell’italiana Agip), ma anche per quell’Africa francofona composta da Camerun, Ciad, Centrafrica e Gabon che prende sempre più le distanze da Parigi e tratta con Washington la propria ammissione alla corte imperiale.

Washington sostituisce Parigi nell’area francofona ma Pechino recita da terzo incomodo

La progressiva sostituzione di Parigi con Washington come referente principale dei regimi africani è sancita anche dal progressivo sganciamento del franco africano (CFA) dall’euro, sganciamento che ha provocato il crollo del potere d’acquisto di milioni di dipendenti pubblici di questi paesi che hanno visto il blocco dei loro stipendi mentre i prezzi correvano dietro al dollaro diventato la nuova moneta di scambio locale, e dal progressivo disimpegno delle imprese francesi dagli investimenti in quest’area. Si calcola che tra il 1995 e il 2005 le imprese francesi abbiano ridotto dell’80% il loro giro d’affari nell’africa centrale, privilegiando altre aree del mondo come il Mediterraneo arabo, l’America Latina, e soprattutto gli altri paesi dell’area Euro, Italia in testa. In altre parole Parigi accetta il predominio di Washington e non tenta nemmeno di mettersi in competizione con gli USA per il controllo economico di un’area in cui i costi militari di insediamento sono giudicati troppo alti. La sostituzione tra imperialismi avviene senza grandi conseguenze per manifesta inferiorità del contendente europeo che, semplicemente non ha le risorse né il credito necessario per giocarsela con gli Stati Uniti su questo livello di spesa militare e di guerra per interposta persona.

Il progressivo disimpegno di Parigi non ha lasciato, però, lo spazio aperto alla sola Washington. Pechino, affamata di energia e materie prime a buon mercato ha avviato una sua campagna di penetrazione in Africa la cui caratteristica principale è l’assoluta apoliticità delle posizioni che i cinesi assumono nel loro approccio all’Africa. I cinesi comprano cash, propongono contratti petroliferi basati sul principio che la manutenzione e la sostituzione degli impianti obsoleti viene effettuata a spese loro, dividono i profitti petroliferi in modo vantaggioso per le classi dominanti locali e, soprattutto, non mettono becco su come queste utilizzano il denaro che viene loro pagato o su come hanno intenzione di amministrare il loro paese. Gli USA, al contrario impongono contratti capestro che pretendono di educare i dominanti locali obbligandoli a collocare una parte consistente dei profitti petroliferi in depositi sottoposti al controllo dell’FMI e impegnandoli a un non meglio specificato “progetto di sviluppo del paese”. In altre parole un neo colonialismo gestito all’insegna dell’eticità, dei diritti umani e dell’educazione delle élite locali. Il risultato è chiaro: i paesi africani o in affari con gli USA perdono ogni indipendenza e devono dipendere dal buon cuore di Washington per poter utilizzare gli stessi profitti fatti vendendo materie prime agli Stati Uniti. È ovvio, in queste condizioni che le offerte di Pechino suonino vantaggiose per i satrapi locali orfani di Parigi e stretti nel controllo di Washington. Per questo la guerra sotterranea che è iniziata nel continente si sta arroventando ed è destinata ad arroventarsi sempre di più.

Ciad: uno dei teatri di guerra

In Ciad oggi si sta giocando un set decisivo di questa partita continentale. L’anno scorso descrivevamo come il regime del Presidente Idriss Deby fosse passato senza apparente battere di ciglia dalla protezione francese a quella americana. In conseguenza di questo schieramento il Ciad era stato arruolato nella guerra civile sudanese con il compito preciso di appoggiare i ribelli africani del Darfur nella loro lotta contro il potere centrale di Khartoum saldamente in mano agli arabi.
Tutti i tentativi di leggere tale scontro come propaggine della presunta guerra dell’Islam arabo contro le popolazioni cristiane (o animiste) africane sono miseramente naufragati davanti all’evidenza della comune appartenenza religiosa dei due gruppi di popolazione in lotta. La contraddizione forte è quella secolare tra i gruppi di popolazione africana contadini e stanziali e quelli arabi, allevatori di capre e pecore e quindi seminomadi per il controllo delle risorse. Su questo scontro mai venuto meno si sono innestati i moderni conflitti per il controllo del potere centrale e della distribuzione periferica delle risorse che questo porta con se.

Nel moderno Sudan indipendente gli arabi hanno prevalso emarginando i clan appartenenti alle popolazioni non arabe e causando uno stato di latente guerra civile che nel Sud del paese è esplosa in modo esplicito all’inizio degli anni Ottanta con la costituzione dell’Organizzazione del Popolo del Sudan Meridionale che oggi ha raggiunto un accordo precario con il potere centrale per la spartizione del potere e delle risorse dell’immenso paese. Nel Darfur, invece, nessun accordo sembra in arrivo anche perché le potenze occidentali temono che la balcanizzazione del paese renda il controllo del petrolio sudanese estremamente difficile e Pechino dal suo canto appoggia direttamente Khartoum che ha concesso ai cinesi di avviare alcuni campi di estrazione sul suo territorio.

Il Ciad, vista la comunanza etnica e religiosa tra i suoi abitanti e la minoranza del Darfur è diventato nel frattempo la retrovia utilizzata dagli USA nella sua guerra a bassa intensità contro il regime sudanese troppo amico di Pechino. In Ciad ci sono i campi profughi, in Ciad si organizzano i ribelli, i clan del Darfur sono imparentati con quelli del Ciad e, in particolare con quelli del Presidente Deby.

Il fatto nuovo è stato dato dall’avvio di un’insurrezione militare contro il Presidente ciadiano che nulla ha di etnico, religioso o tribale, dal momento che il suo stesso clan di appartenenza ne è coinvolto. E dietro a tale insurrezione si possono intravedere i fili della guerra tra Cina e USA per il controllo dell’area.

Mahamat Nour, il leader del Fronte Unito per il Cambiamento la cui offensiva è stata faticosamente respinta da Deby due settimane fa è un ex dipendente di una società petrolifera cinese operante in Sudan; le armi moderne con le quali ha dato l’assalto alla capitale ciadiana, salvata solo dall’aviazione francese intervenuta su richiesta di Washington, sono state prodotte in Europa, commercializzate da una società degli Emirati e acquistate per la spedizione in Sudan (da dove sono state smistate verso Nour) da una consorella cinese della stessa società petrolifera. È facile unire le cose e comprendere come la partita in corso sia solo un tassello di un gioco che va oltre i fantocci africani visibili in primo piano.

La Cina si muove in questo quadrante per necessità: nel 2020 importerà il 60% dell’energia necessaria allo sviluppo del suo miracolo economico; dall’Africa già oggi proviene il 25% delle sue necessità. Con gli americani in Iraq e in Arabia Saudita, con l’Iran sotto assedio e probabilmente presto invaso dagli USA il petrolio africano diventa fondamentale per sopravvivere e mantenere la propria indipendenza da Washington. Al contrario per gli USA è questione di vita o di morte concedere a Pechino la minima autonomia energetica e tenere per la gola la sua economia che, per altri versi, è assolutamente necessaria a Washington.

La compagnia cinese principale, la CNPC, investe da otto anni nei giacimenti sudanesi e vede come sabbia negli occhi la ribellione nel Darfur. Infastidire gli USA in Ciad e, magari, porre le basi per controllare anche i giacimenti del vicino sono obiettivi che Pechino ha iniziato a porsi nella sua “guerra d’Africa”. In gioco la direzione degli oleodotti ciadiani che oggi vanno verso il golfo di Guinea e che Pechino vorrebbe dirottare verso il Mar Rosso da cui, grazie all’acquisto di società canadesi di trasporto può muoverli verso l’Oriente con maggiore facilità.

Oggi il consorzio che trivella in Ciad e ne trasporta l’oro nero è di proprietà di un consorzio Exxon-Chevron Texaco la cui principale protettrice è la segretaria di stato americana Condoleeza Rice, domani, chissà…

Il problema di Washington è quello di non poter intervenire direttamente in Ciad.

Per ora lascia fare all’alleato subordinato Chirac che mantiene le sue truppe un po’ per prestigio, un po’ per mantenere qualche dividendo dal suo ex cortile di casa. Le redini però sono a Washington che mantiene il paese in uno stato semicoloniale utilizzando la motivazione etica ed umanitaria della quale parlavamo prima per controllare il governo locale: del denaro che paga per il petrolio ciadiano il 13% è disponibile per Deby e il suo governo, il 72% va a un fondo gestito dall’FMI (e quindi da Washington) incaricato di investirlo per il “futuro del Ciad”, in pratica di incorporarlo. In queste condizioni il satrapo locale è sempre meno in grado di comprarsi la fedeltà dei clan che controllano il paese e fenomeni di ribellione dietro i quali Pechino cercherà di infilarsi come potrà sono destinati ad aumentare.

Ancora una volta l’avidità sembra essere non solo il motore della politica internazionale ai tempi della globalizzazione, ma anche il limite sul quale sono destinate ad infrangersi le distopie di controllo totale partorite nella capitale dell’unica superpotenza rimasta.

Giacomo Catrame

* Articolo tratto dal settimanale anarchico Umanità Nova, n 17 del 14 maggio 2006, anno 86 – www.ecn.org/uenne/

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