Nonluoghi Archivio “Perché ci odiano”, alle origini del terrorismo

“Perché ci odiano”, alle origini del terrorismo

di Zenone Sovilla

«Rispondere alla violenza con una violenza maggiore non ci salverà: per farcela dobbiamo capire che cosa trasforma una persona normale in un terrorista».
Queste parole del compianto Tiziano Terzani, indimenticabile giornalista e scrittore, pronunciate dopo l’11 settembre 2001, calzano a pennello per spiegare il senso del libro appena scritto dal reporter Paolo Barnard Perché ci odiano (Bur, 346 pagine, 9,60 euro). L’autore, giornalista d’inchiesta noto per i suoi servizi a Report Raitre e ora impegnato a Rai Educational, lancia un appello accorato affinché la lotta al terrorismo metta in primo piano anche l’analisi e la rimozione delle cause di questo tragico fenomeno. E qui Barnard propone una lettura decisamente scomoda e destinata a suscitare reazioni contrapposte: «Se vogliamo sconfiggere il terrorismo, dobbiamo smettere di essere terroristi. E fermare Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna, Russia», recita il sottotitolo del volume. E la quarta di copertina offre un esempio di che cosa si intenda: «Potrei chiamarli terroristi, perché vengono nei nostri Paesi con il loro potere grande e fanno queste cose e le fanno in tutto il mondo. Ma per me sono semplicemente degli assassini», parole di Rufina Amaya, unica sopravvissuta di 1200 contadini massacrati in Salvador da terroristi addestrati e armati dagli americani, e mai puniti.
Barnard, dunque, propone un approccio che turba l’opinione pubblica corrente. Si tratta di una riscrittura che prospetta chiavi interpretative divergenti dalla narrazione maggioritaria in Occidente e che rende meno banale il tentativo di separare, nell’immaginario collettivo, forze del male e agenti del bene.
A dare vigore all’opera di Paolo Barnard è il rimarchevole apparato documentale, basato prevalentemente su fonti ufficiali – un tempo «Top Secret» – di provenienza Usa, inglese e israeliana, con il quale si cerca di dimostrare che sopraffazione e violenza (definite «terrorismo occidentale») sono state l’arma principale di questi Paesi per imporre un ordine mondiale, ben prima che l’ombra inquietante di Osama Bin Laden si affacciasse sullo scacchiere internazionale. Per Barnard la grave colpa dell’Occidente, dei suoi mass media e della classe intellettuale, è aver rimosso quella domanda, «perché ci odiano?», che avrebbe condotto necessariamente sul banco degli imputati gli stessi soggetti che oggi guidano la «Guerra al terrorismo». Oggetto dell’analisi del libro sono i fatti imputabili a inglesi e americani in Medioriente, Indonesia, Africa e America Latina; agli israeliani in Palestina, ai russi in Cecenia (tema cui è dedicato un capitola a parte firmato da Giorgio Fornoni): «Massacri immani, pulizie etniche, attentati, assassini e repressioni. Milioni di innocenti perseguitati, torturati e ammazzati. Ci sono le prove, le testimonianze, i documenti. Basta cercare. Crimini rimasti non solo impuniti, ma spesso spacciati come giusta difesa del “mondo libero” occidentale, ma che sono la vera fonte dell’odio dei fanatici che oggi ci attaccano», osserva Barnard.
All’autore preme mettere in discussione la nostra narrativa dominante, che ritiene fuorviante e distorta: «La violenza araba è sempre riconosciuta come terrorismo, la nostra non lo è mai. Dobbiamo invece sforzarci di capire quanto odio fomentiamo, odio che ci può tornare indietro sotto forma di aggressioni. Per fermare il terrore, per proteggerci veramente, dobbiamo dirci la verità, smetterla di non vedere che la storia contemporanea è pregna di violenza perpetrata dalle potenze occidentali contro popoli inermi, giustificandola con falsificazioni della realtà. Ho deciso di indagare queste pagine drammatiche e ho trovato le prove. Degli Stati Uniti, per esempio, è noto ciò che hanno compiuto in America Latina; ma non lo è altrettanto l’olocausto indonesiano degli anni Sessanta: squadroni sostenuti da Londra e Washington eliminarono un milione di persone innocenti. Ma l’opinione pubblica ne fu tenuta all’oscuro».
Nel volume viene riservata parecchia attenzione anche a Israele di cui l’autore denuncia il «terrorismo di Stato totalmente impunito», sulla scorta di una corposa documentazione di fonte rigorosamente ebraica e dunque «blindata» davanti «all’odiosa accusa di antisemitismo con cui da decenni si è tentato di imbavagliare chi invoca un’aperta e onesta discussione sulle controverse politiche che hanno partorito e nutrito lo Stato d’Israele».
Le pagine di Barnard, affollate di testimoinanze e citazioni, costringono il lettore, persuaso o meno che sia, a mettersi in gioco su un terreno sicuramente scivoloso. Un esercizio utile a dare profondità allo sguardo occidentale sui fenomeni che funestano la nostra epoca: «Se non ci racconteranno la verità sulle radici dell’odio contro di noi, quell’odio non si fermerà mai, perché mai sapremo affrontarlo. Ne va della nostra vita, come di quella di tanti cittadini del mondo», afferma l’autore esortandoci a misurarci con la realtà che descrive.
Tuttavia, affinché il confronto sia scevro di pregiudizi e fattivo, l’interlocutore dovrebbe liberarsi temporaneamente delle verità granitiche di cui si sente custode. Così non è stato in un recente dibattito radiofonico che ha visto Barnard di fronte al noto opinionista e docente universitario Massimo Teodori il quale, benché non avesse né letto né visto il libro in questione, è riuscito a paragonarlo all’hitleriano «Mein Kampf» e ad accostare alle teorie naziste la ricostruzione storica elaborata dall’autore. Con una classe intellettuale del genere è difficile immaginare che in Italia si possano sviscerare temi scottanti e delicati, come quelli sollevati da «Perché ci odiano», senza sprofondare in un saccente e volgare sarcasmo salottiero. Un’arroganza intellettuale, quest’ultima, assai poco utile per scongiurare lo scontro di civiltà e la sua spirale di morte.

Guarda l’intervista con Paolo Barnard da ArcoIris Tv (realmedia versione per adsl)
[versione a bassa definizione per modem 56k]

www.arcoiris.tv

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