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Liberarci dal liberismo: alcune linee interpretative

di Andrea Mario *

Il pensiero unico, il fondamentalismo ideologico liberista degli ultimi anni, è attaccato ormai da più parti, nel mondo scientifico e in quello politico-movimentista; ancora tuttavia non mostra crepe evidenti, almeno ad osservare i normali canali di informazione generalista, dove ancora impera incontrastata la vulgata economicista del libero mercato. In questa fase di opposizione seria ma di nicchia, mi sembrano particolarmente interessanti le seguenti questioni: innanzitutto capire in che cosa consista l’estremizzazione del pensiero liberista e comprendere da dove nasca quell’assolutismo ideologico così pervasivo; poi naturalmente individuare i motivi di tale pervasività; terzo analizzare alcune delle possibili alternative, nei loro presupposti, nelle loro finalità perseguite e nei mezzi proposti per il perseguimento di detti fini.

A mo’ di conclusione presenterò una serie di coppie di opposti, utili, credo, al proseguimento della discussione.
Risposte semplici a problemi complessi. Questo è – in sintesi – il carattere principale di quello che oggi passa come il pensiero unico, una serie scientifica di semplificazioni per ridurre la complessità del reale – per inciso insieme al divenire il problema filosofico per eccellenza dal tempo dei presocratici. Ecco in ordine le riduzioni effettuate: di tutte le relazioni sociali, hanno valore solo quelle economiche; dell’economico rimane lo scambio; dello scambio il mercato. Al centro di questa spirale involvente, è facile intuirlo, il denaro, sovrano incontrastato, ragione, fine e causa del nostro vivere. Il denaro è il perno su cui ruota l’economia e, con buona pace dei buonisti, tutta la nostra vita, ma non è facile trovare analisi, discussioni, proposte serie ma abbordabili su questo che resta l’oggetto più concreto ma allo stesso tempo più misterioso con cui abbiamo a che fare. All’interno di questa spirale, dicevo, è altresì interessante vedere quello che si è tralasciato ad ogni passaggio: ridurre l’uomo e le sue attività consce ed inconsce, passionali e razionali, individuali e sociali al solo aspetto economico è una forzatura fuori dal tempo, una semplificazione né vera né verosimile eppure è; è un artificio, ma vivo e operante, anzi imperante nel nostro immaginario collettivo, un alieno fra noi, l’homo oeconomicus. Del processo economico poi ci si concentra solo sullo scambio, tralasciando completamente l’analisi delle altre fasi, come per es. la produzione, il consumo, o lo smaltimento; e infine delle molteplici forme di scambio, solo quello monetario ha valore, non c’è spazio per l’analisi dell’informale, della redistribuzione, del dono e della reciprocità.
Perché dunque, se come è stato argomentato nel capoverso precedente, il liberismo non coglie che un aspetto della realtà umana, è invece da tutti accettato come l’analisi per eccellenza del nostro vivere complesso? Se ognuno di noi è in grado – analizzando una propria giornata tipo – di individuare tutta una serie di azioni da lui compiute senza il cosciente perseguimento dell’interesse monetario massimizzante, perché crediamo in vece, come singoli e come corpo sociale, che l’istinto di far soldi è la legge che muove il mondo? Alcune possibili risposte: per il potere economico e mediatico di chi ha interesse a farcelo credere; perché il denaro risolve alcuni dei bisogni di base, e risolti i quali – è esperienza di tutti – ci permette anche di acquisire quelle cose che sono il segno di una appartenenza sociale a cui non vogliamo rinunciare e dunque ci sembra che il denaro porti con sé la felicità; perché è difficile andare controcorrente e infine perché una eventuale inversione di rotta ha un costo per noi mondo ricco, non solo in termini economici. Rimettere in discussione il modello incentrato sull’equazione denaro = felicità infatti significa rivedere radicalmente tante nostre scelte individuali e politiche, per fare la qual cosa necessitiamo di un urgenza esterna, perché da soli come movimento di autoconsapevolezza è illusorio pensare di farcela, e questa urgenza esterna oggi facciamo finta di non vederla, quasi in una sorta di obnubilamento interessato per una compiaciuta assuefazione alla banalità economica del malema l’urgenza invece è la realtà di due terzi della popolazione sulla terra ed è la sopravvivenza fisica della terra stessa. Non è infine da sottovalutare il potente fascino esercitato dalla parola libertà con la quale i liberisti appunto usano accompagnare – a torto o a ragione – il termine mercato. Per inciso, ma è bene ricordarlo, il libero mercato non nasce nel secolo scorso in contrapposizione all’economia pianificata comunista, ma in alternativa della soggezione personale tipica del feudalesimo, qualche secolo prima.
Contro il liberismo ci si muove, fondamentalmente per due ragioni; una scientifica e questa contesta la verità delle asserzioni e della logica del modello liberista; una politica, per le diseguaglianze, l’alienazione sociale e il dispregio ambientale che produce; la prima nega al liberismo la capacità di interpretare il mondo, la seconda la capacità di trasformarlo (in meglio si capisce). In realtà se ne potrebbe aggiungere una terza, che definirei storica, di chi cioè si sofferma sulle caratteristiche particolari dell’attuale fase del capitalismo per muovere critiche al modello a partire dalle sue applicazioni contingenti.
Che fare? A di là di tutto lo spettro di opzioni già note tra riforma e rivoluzione per usare vecchie categorie o fra più o meno radicali limitazione del mercato, fino al limite estremo della sua eliminazione, quello che più interessa è osservare chi dovrebbe farsi carico di tali cambiamenti. Ci si dovrebbe addentrare nelle teorie politiche del cambiamento, ma non è qui il caso. Evidenzio solo che i modi proposti per l’azione sono sostanzialmente tre, per semplificare naturalmente: il primo individuale – legato all’idea religiosa della conversione dei cuori e delle azioni individuali – uno più sociale, della testimonianza attiva del cambiamento possibile, nelle due versioni di nicchia o di partecipazione a rete più allargata; il terzo più propriamente politico, sia di chiara ispirazione marxista, sia legato a forme nuove di antagonismo – soprattutto al sud del mondo ma non solo, entrambi incentrati sul ruolo attivo dello stato. E’ chiaro che azioni e pensieri di singoli o di gruppi possono trarre origine da tutti e tre i livelli contemporaneamente.
La decrescita infelice nella scelta del termine, almeno ai fini di un proselitismo spinto, coglie però la prima coppia di opposti su cui mi piacerebbe continuare la discussione: il rapporto quantità/qualità. Il problema non è nuovo e si incentra sul cosiddetto punto critico: un fenomeno, cresce, cresce cresce fino ad un certo punto, il punto critico, poi perde alcune delle sue caratteristiche specifiche e diventa un’altra cosa. Così in particolare – è il presupposto della decrescita – la crescita economica, raggiunto il suo punto critico, trasforma le cose. Ridurre lo sviluppo ad una questione di quantità e non di qualità è l’errore di fondo; occorre quindi recuperare una qualità dello sviluppo disinteressandosi della sua mera crescita quantitativa. Resta a questo punto aperta la questione, che accenno qui di sfuggita, sulla generazione della ricchezza. In fondo, è la critica principale alla decrescita in particolare, ma estendibile a tutto il movimento antiliberista, chi ha permesso quel affrancamento sempre più spinto dai bisogni materiali e la diffusione sempre più spinta di benessere materiale se non il modello della crescita economica? Il problema della distribuzione della torta, un problema di qualità, è ancora strettamente connesso con la grandezza della stessa, un problema questo di quantità.
La seconda coppia di opposti è singolare/plurale. Chi usa il singolare ha una visione assolutistica, quindi dualista dei problemi; bene vs male, stato vs mercato, liberismo vs protezionismo. Una siffatta visione è fondamentalista, quindi – che abbia torto o ragione – potenzialmente pericolosa perché integralista e poco tollerante, in buona sostanza non utile al vivere complesso dei nostri tempi, nei quali invece dobbiamo saper interagire anche con chi non la pensa come noi. Il plurale invece sa riconoscere le contingenze delle azioni; le giudica ma in base alle concrete condizioni in cui si attuano, ed essendo queste mutevoli per qualità o intensità del ruolo giocato, ne sa distinguere le caratteristiche specifiche e ne riconosce le diversità storiche. Cambia l’impostazione del problema se parlo di capitalismi al posto di capitalismo, di mercati invece di mercato, di sviluppi invece di sviluppo, di democrazie invece di democrazia sia in fase di analisi perché è solo declinando i problemi al plurale che li posso comprendere e non meramente etichettarli sia in fase di proposta politica perché solo una diagnosi caso per caso può suggerire la soluzione adeguata. Via dunque le ideologie e le teorie generali, largo al relativismo culturale per cui va bene tutto e il contrario di tutto? Niente affatto; le teorie servono a comprendere i meccanismi degli avvenimenti, ma per studiare o ipotizzarne le dinamiche concrete bisogna anche studiare i contesti specifici per pesare la forza dei singoli soggetti in campo.
La terza coppia oggetto/soggetto mi sembra una buona pista per cercare di capire i meccanismi dello scambio. Nello scambio si cerca l’equivalente, cioè quell’oggetto o quella somma di denaro, che rappresenta il giusto corrispettivo per acquisire un bene. Nei piatti della bilancia dunque ci stanno due oggetti, il bene da acquistare e un bene/moneta come controvalore. Ma è pur vero che per lo scambio sono necessari anche due soggetti, i quali fisicamente pongono ognuno il proprio oggetto nei rispettivi piatti. Ci possono essere vari gradi di distanza spazio-temporale fra i soggetti operanti lo scambio; l’attuale strutturazione del commercio globalizzato tenderebbe addirittura a sostituire – o rendere il più anonimo possibile – il venditore, ma non può prescindere dall’altro soggetto, il consumatore, portatore suo malgrado, di una vocazione relazionale. Si scambiano oggetti, ma fra soggetti; e i soggetti entrano nello scambio con tutto il loro portato soggettivo, fatto di quel complesso unitario biologioco-psicologico-emotivo-razionale che è l’uomo. Il liberismo trascura questo fatto facendo credere al soggetto che possa esserci uno scambio oggettivo, affrancato dalla soggettività, ma così non è.
Da ultimo assoluto/relativo. Facciamo l’esempio della povertà; si parla di povertà assoluta e di povertà relativa, nel primo caso intendendo un valore di reddito oggettivo, nel secondo caso facendo riferimento invece ad un confronto con il livello di reddito medio della popolazione all’interno della quale vive il soggetto. Tutto questo ci dice due cose. La prima è che la povertà, ma anche la ricchezza; il denaro abbondante o mancante, e qualsiasi altro dato economico possono essere considerati nel loro valore oggettivo o nel loro valore relativo; occorre allora una vera e propria filologia del dato, altrimenti si rischia di bere tutto o il contrario di tutto quello che ci viene offerto; la seconda è che il benessere ha delle basi assolute ma è fatto anche di relatività, essenzialmente perché l’uomo è un animale sociale e tende al rapporto con l’altro (confronto o scontro che sia) anche se i normali canali di informazione generalista, dove ancora impera incontrastata la vulgata economicista del libero mercato, fanno finta che non sia così.

* Andrea Mario, bibliotecario a Belluno dove è impegnato in varie iniziative di contrasto del pensiero unico bellico/neoliberista, ha scritto questi appunti per un laboratorio organizzato l’anno scorso dall’Arci di questa città.


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