Nonluoghi Archivio La pasta, la pizza e telecapricciosa

La pasta, la pizza e telecapricciosa

I film comici sull’India, i pranzi di Natale, le pizze, i prezzi, le bionde e le brune, mentre sull’altro canale il Costanzo Show s’interroga sulla prima volta di lei e di lui. “Porta a porta” è davvero il talk show più autorevole che rappresenta l’Italia come dovrebbe essere.
Per fortuna, lei non è ancora proprio così.
Per ridurla come la vorrebbero loro ci vorranno ancora alcuni anni di talk show e di leggi Gasparri.
A proposito, ci pare quantomeno singolare il pianto greco di Emilio Fede, che a quanto ci è dato conoscere lavora in una rete televisiva che da tempo sapeva che non avrebbe avuto i requisiti per la trasmissione terreste. Il salvataggio Gasparri non è riuscito, ci penserà probabilmente il decreto-ponte, ma prima o poi i nodi verranno al pettine, se è vero che la mancata soluzione del caso sta impedendo a un’impresa di avviare un nuovo canale televisivo cui sarebbe negato l’uso di frequenze che legittimamente le spetterebbero.

E’ davvero curioso questo stracciarsi le vesti e il tono funebre del direttore e di una vasta schiera di politici, soprattutto ma non solo di centrodestra, per un canale che finirebbe sul satellite digitale e magari anche nel digitale terrestre. Come? Fino a ieri replicavano a ogni obiezione sul pluralismo mancato che sono tutte storie dei comunisti, ormai siamo nell’epoca del digitale, i canali si moltiplicano, tutti i cittadini avranno accesso a un’ampia scelta di informazioni.
Allora, dove sta il dramma di Rete 4 digitale? Come molti altri canali continuerà a vivere sul satellite e dintorni digitali, nessuno ne chiede la chiusura. In questo modo dovrebbero essere fatti salvi gran parte dei posti di lavoro, dentro lo scenario propulsivo descritto con molto zelo dal ministro Gasparri.
E per la rimanente occupazione a rischio potrebbe profilarsi, con la concertazione delle parti sociali, anche un assorbimento a opera della nuova televisione, che ha già assicurato di avere un piano economico che prevede assunzioni pari almeno al numero degli attuali dipendenti di Rete 4: dunque, un nuovo canale terrestre e la rete Mediaset digitale darebbero insieme un numero maggiore di occupati rispetto a oggi.
Insomma, così come è stato fin troppo rapido il direttore generale Rai a lanciare proclami allarmistici sui posti di lavoro a Raitre in caso di crollo della legge Gasparri, altrettanto male calibrate paiono alcune prese di posizione circa il futuro di Rete 4 (lo stesso direttore del Tg4 ne parla come se andare sul satellite equivalesse a sparire, mentre il governo del suo datore di lavoro non fa che inneggiare a questi scenari innovativi della tecnologia televisiva).
Insomma, qui si tratta di dimostrare che una ritrovata parvenza di pluralismo informativo nelle reti tv terrestri è compatibile con la salvaguardia dei posti di lavoro. Qualcuno dovrebbe dirci, per esempio, qual è il piano di Retequattro 4 per il satellite (dove peraltro è da tempo visibile): se non è stata preparata una strategia alternativa a quella attuale (per malcelata fiducia nel potere del governo e nelle capacità persuasive del ministro Gasparri), si è trattato di un grave errore del management.

Ma parliamo di pluralismo e di ruolo democratico della tv. Scorrendo quel che passa il convento televisivo è assordante il silenzio delle voci che mancano: parlano sempre gli stessi, il microfono è negato al 99,9% delle competenze presenti in questo Paese di 60 milioni di persone che in tv sembra un buco di 5 mila abitanti che ha quattro politici, due psicologi, tre professori, due giornalisti, un tutore dei consumatori e cento belle pupe. Per non dire dell’assenza dei temi più significativi per la vita dei cittadini: mai sentito un talk show sulle morti sul lavoro o sulle malattie da lavoro, da inquinamento, da povertà (solo rari e meritori casi sporadici); pressoché assenti le inchieste serie, si scivola su tutto riproducendo un’immagine falsa della realtà (straordinaria, in questo senso, la dissonanza della bellissima inchiesta di Paolo Barnard a Report Raitre sull’altro terrorismo).
Il talk show di Bruno Vespa stasera prosegue occupandosi del prezzo della pizza e si apre una commuovente discussione che lascerà traccia profonda nella coscienza democratica del Paese.

Potrei cambiare canale, ma mi terrorizza il rischio di sentire un’altra volta il ministro Pisanu che, sullo sfondo di piazza San Pietro blindata, ci ricorda che le nostre vite sono continuamente in pericolo (“anche se non ci sono minacce specifiche”) per via di quelli di Al Qaeda; e che se anche loro non dovessero colpire (a quanto ci risulta in Italia non lo hanno mai fatto, nonostante il governo ci abbia sbattutti in prima linea per un pugno di appalti), non dobbiamo dimenticare la grave minaccia degli “anarcoinsurrezionalisti”, sigla passepartout per la quale il capo del Viminale sembra proprio avere un debole (soprattutto nella variante sarda): un giorno sarebbe bello sapere questi chi diavolo sono.
In questo quadro viene da chiedersi come mai se Al Qaida è davvero ancora così potente (ma Bush non ha fatto due guerre per “annientarla”?) e se davvero era in combutta con quel macellaio di Saddam Hussein (una delle ragioni di una delle due guerre) non è riuscita a proteggere l’ex dittatore sanguinario come sta facendo per il mullah Omar e per Bin Laden, introvabili come le armi di distruzione di massa irachene.

E mentre sullo schermo della tv pubblica, che non si eccita gran che per fatterelli come il processo per la strage di piazza Fontana, scorre l’ennesima immagine del film di Natale contrappuntata da dibattiti inutili ma applauditissimi, sorge spontanea una domanda: che cos’altro deve accadere prima che il ministro Gasparri prenda atto del suo tragicomico fallimento governativo e dia le dimissioni?.
Ma purtroppo ne sorge anche un’altra: che cosa ci fa in tv il verde Alfonso Pecoraro Scanio davanti a una pentola di spaghetti con Iva Zanicchi e Bruno Vespa a chiacchierare d’inflazione?
(z. s.)

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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