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Diamanti, guerra e sangue in Sierra Leone

di Martita Fardin
Benvenuti all’inferno, di qui non si passa. Freetown significa tradotto alla lettera: città libera. Ma il nome della capitale della Sierra Leone stride con la realtà e suona come un paradosso spettrale, come una presa in giro macabra di dubbio gusto. A Freetown, puoi trovare di tutto, fuorché la libertà: violenza a fiumi, bagni di sangue, mutilazioni a colpi di machete, bambini costretti ad entrare nel Ruf (fronte unito rivoluzionario che vuole impadronirsi del potere), drogati e strappati all’adolescenza dai guerriglieri, obbligati a diventare macchine da guerra con iniezioni d’eroina, con crack e pillole varie. Bambini assassini, che non l’hanno scelto, ma una volta educati a massacrare sono diventati vittime e carnefici allo stesso tempo. Tutti hanno ucciso e mutilato, civili, loro simili, uomini, donne, esseri umani insomma, non perché volessero farlo. Ma il lavaggio del cervello programmatico e violento cui sono stati sottoposti, complice la droga, li ha resi e li rende distaccati osservatori e distaccati attori dell’orrore. Perché con l’orrore, impari a conviverci prima o poi, quando hai tagliato braccia e mani per qualche volta, ti assuefai alla brutalità.

La Sierra Leone con la sua capitale Freetown sta affogando in un oceano di sangue. Il Ruf vuole la conquista del potere e per ottenerla ha bisogno delle armi. Le armi non è in grado di fabbricarsele. Ecco allora che lotta per procurarsele, perché senza mitra, caricatori, arsenali di morte sofisticati e veloci, non ha chance per la sua marcia verso il potere. La Sierra Leone è una miniera di diamanti. Le purissime pietre sono contese dai ribelli, per azioni sporche e per interessi politici tesi a soffocare ogni anelito democratico. Con i diamanti venduti all’Occidente, il Ruf autofinanzia la sua guerriglia, calpesta i diritti umani e civili della popolazione, rapisce bambini e bambine per farli diventare guerriglieri tossici e feroci, sorta di pitbull umani, addestrati dalla barbarie dell’uomo a mutilare braccia e mani. I diamanti in Sierra Leone sono i migliori amici della guerra. E dell’Occidente che ci guadagna.
Da un lato, abbiamo un Occidente complice – è notizia di appena due giorni fa l’ipotesi di un’intesa, tutta da verificare, dei mercanti europei per boicottare il traffico delle pietre insanguinate – che fornisce armi in cambio di diamanti, dall’altro la smania assoluta di potere di un ex caporale dell’esercito che si chiama Foday Sankoh. Personaggio di tutto rispetto, (ironicamente) degradato ed incarcerato in passato per una serie di complotti orditi contro le istituzioni. Agli inizi degli anni’80, Sankoh finisce in Libia in un campo d’addestramento per terroristi. Si dimostra e si dimostrerà all’altezza del ruolo. Nel 1992 il primo colpo di stato che vede al centro della scena politica il capitano Valentine Strasser, mente del complotto. Strasser accusa il governatore Joseph Momoh di essere incapace di fronteggiare i ribelli che avanzano verso le regioni orientali dalla Liberia, dove Charles Taylor, che Sankoh aveva incontrato durante il suo apprendistato di terrorista in Libia, ha ormai iniziato una guerra civile e ha il totale controllo del paese, esclusa la capitale Monrovia. In difesa delle miniere, Strasser si appoggia ad una società sudafricana di mercenari.

Ma l’Occidente, per continuare ad aiutare (?) il travagliato paese africano, pretende un’apertura politica al multipartitismo politico. Nel 1996, le elezioni vengono vinte da Ahmed Tejan Kabbah, di professione avvocato, vissuto per vent’anni all’estero lavorando dentro L’Onu. Viene eletto grazie ad aggiustamenti e trattative diplomatiche a tavolino, perché è la sola faccia presentabile in circolazione, ma senza polso. Difatti, non appena i ribelli procedono minacciando la regione dei diamanti, Kabbah, per le pressioni occidentali, licenzia i mercenari che Strasser aveva assoldato. È la fine, la Sierra Leone si sgretola. Il fronte rivoluzionario unito è diventato un esercito. Intanto a Freetown il maggiore Johnny Paul Koroma organizza un colpo di stato e chiama il Ruf al governo. Kabbah scappa e in esilio dove paga truppe mercenarie di una società britannica e chiede aiuto alla comunità internazionale. La quale lo aiuta e lo rimette al suo posto con le armi. L’esercito si scinde: una parte va con il Ruf. Febbraio 1999. Il Ruf assale Freetown che diventa una bolgia infernale di cadaveri orrendamente mutilati. Seimila persone rovinate dal machete. Il Ruf, nella sua logica dell’orrore, è gentile: chiede alle vittime se preferiscono essere amputate al polso o al gomito. La situazione di guerriglia va avanti per sei mesi, poi l’Onu dà la benedizione ad un accordo di pace alquanto improbabile tra Kabbah e Sankoh. I ribelli del Ruf vengono premiati con un’amnistia totale in nome della sofferenza che hanno fatto patire ad un paese che in nove anni ha avuto 80mila morti, 40mila amputati, ben 2 milioni di sfollati e mezzo milione di persone riparate all’estero. A Sankoh, premiato con la presidenza della Commissione per le risorse strategiche (i diamanti), non passa per la testa di deporre le armi, anzi. I suoi uomini oltrepassano le linee del cessate il fuoco e marciano di nuovo verso Freetown.

L’Onu impiega 8 mila soldati per mantenere la pace, ma pare non si accorga di quanto sta accadendo. 500 caschi blu vengono presi in ostaggio dai ribelli. La parvenza di legalità costituzionale è salvata dall’intervento di 800 parà britannici. Sankoh è obbligato a darsi alla fuga, ma nel maggio del’99 è arrestato. Sta in una località segreta. Non c’è però nessuno che ha deciso di privarlo della carica di vicepresidente. Charles Taylor è ora diventato un mediatore di tutto rispetto. È presidente della Liberia, che negli ultimi due anni ha esportato diamanti per 400 miliardi di lire. Nel luglio del ’99 viene firmato il trattato di Lomè tra il governo di Freetown e il Ruf con il quale si interrompevano i combattimenti. È passato un anno, la tregua è andata a pallino. Questa la cronaca. Ma fonti autorevoli sostengono che l’atroce guerra della Sierra Leone, stato schiacciato in un angolo dell’Africa occidentale, dilaniato da colpi di stato e guerriglie civili, sia opera di voltafaccia ed intrighi internazionali. Autorevoli fonti ritengono che per controllare i giacimenti alluvionali o le miniere di Kimberlite, dove si trovano i diamanti, i ribelli non depongono le armi e che in questa guerra terribile ci sia lo zampino dell’Occidente. I ribelli vogliono soldi e potere. E l’Occidente vuole guadagnarci.
I dubbi sollevati da fonti autorevoli sulla mancata risoluzione del conflitto. Una: il vescovo italiano di Makeni, l’altra: uno studio di due economisti di Oxford, che sfata molti luoghi comuni.

Monsignor Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni, uno dei mediatori del processo di pace, è più volte preso in ostaggio dal Ruf. Il suo commento alle risposte di una giornalista italiana: “Il trattato di Lomè sta per saltare, a discapito dei progressi in atto. Si era riusciti ad ottenere il movimento delle agenzie umanitarie nelle zone controllate dai ribelli, a fare arrivare medicine nella zona dove il Ruf controlla tutto il territorio, inoltre con lentezza il commercio si era rimesso in moto con l’apertura delle strade. Ma i ribelli non si sono disarmati. Ritenevano che l’ostacolo fosse la mancanza dei campi di raccolta, ma una volta preparati, i ribelli hanno detto che il presidente Kabbah doveva disarmare i suoi miliziani della guardia civile. Kabbah l’ha fatto, così la sicurezza restava nelle mani dei soldati delle Nazioni unite”. Riguardo al sospetto che a sostenere la guerra il Sierra Leone c’entrino i paesi che aderiscono all’Ecouas, la comunità economica dell’Africa occidentale,
Monsignor Biguzzi pensa che ci siano delle forze occulte, non chiaramente identificabili. Fatto sta che i ribelli continuano ad essere riforniti di armi. Biguzzi spiega: “Nell’Ecouas è sempre esistita una divisione fra i francofoni e gli anglofoni. Tra i primi, Costa D’Avorio e Burkima Faso si sono sempre tirati indietro quando si trattava di fare qualcosa per fermare la strage con l’Ecomog (forza di interposizione finanziata dai paesi membri dell’Ecouas). Oggi arrivano notizie a Freetown che in Burkina Faso arrivano armi per i ribelli. Alcuni di loro hanno detto di essere stati addestrati in Burkina Faso”. Conclude Biguzzi che Burkina Faso sostiene i ribelli perché, a detta di qualcuno, ha legami con la Francia. E Francia e Usa hanno intrapreso una lotta sotterranea per il controllo dell’Africa e che seguendo questi percorsi sotterranei si arriva sempre all’Occidente.

L’analisi statistica degli economisti Paul Collier (che è anche direttore del dipartimento di ricerca della Banca mondiale) e Anke Hoeffler (Oxford). Dalla loro ricerca è risultato che i paesi, che dipendono dall’esportazione di materie prime non lavorate (come minerali e caffè) per le quali esiste un proficuo commercio internazionale, sono più a rischio di guerre civili. “I diamanti sono i migliori amici della guerriglia – afferma Collier – perché i ribelli devono pagare al soldo le truppe e non sono in grado di produrre niente”. Ovvio che cerchino di trarre profitto da attività economiche primarie che non corrono il rischio di un crollo sotto il peso dello sfruttamento. Aggiunge inoltre: “I diamanti sono risorse naturali, che si trovano in luoghi circoscritti e non possono muoversi”. Così ecco un’altra fonte che sostiene che la conquista dei diamanti da parte dei ribelli è la ragione principale della ripresa del conflitto armato. Non è né l’odio tribale, né il fanatismo religioso a fare scoppiare le guerre civili, ma sono le materie prime. Guarda caso, secondo i due studiosi, i paesi etnicamente più diversificati sono meno a rischio di conflitti civili violenti, poiché i costi della guerra civile sono più alti che negli stati con solo due o tre gruppi etnici. Altra conclusione: se in uno stato esplode la guerra civile, la probabilità che questa rinasca dalle ceneri dei trattati di pace aumenta quando all’estero c’è una ricca comunità di emigrati che, grazie al denaro, compra vendette personali contro civili della comunità rimasta in patria.

Altri interrogativi irrisolti.

Secondo indiscrezioni di fonti britanniche, i caschi blu di Kenya e Zambia, attaccati dai guerriglieri, non avrebbero opposto resistenza e questo avrebbe spinto i ribelli a marciare su Freetown. Come mai non hanno opposto resistenza? La causa va ricercata nello scarso addestramento dei caschi blu africani in operazioni di pace e a collaborare congiuntamente con altre forze. In alcuni casi, attanagliati dal panico, i caschi blu africani hanno ferito dieci soldati del Kenya. Ma questo è accaduto di fronte al rifiuto occidentale di partecipare ai contingenti di pace negli scenari africani. Così il Palazzo di Vetro usa truppe dei paesi del terzo mondo, poco motivate a combattere, dato che gran parte del denaro versato dall’Onu riempie le tasche dei rispettivi governi, lasciando al soldato semplice un pugno di spiccioli. Comunque la disfatta militare in Sierra Leone ha obbligato l’Occidente ad intervenire. La Gran Bretagna, ex potenza militare che mantiene in Sierra Leone consiglieri militari, ha preso possesso dell’aeroporto. Altra questione: ad appoggiare il Ruf non sarebbe estranea la Liberia, che procura armi ai guerriglieri leonesi in cambio di diamanti nelle aree da loro controllate e commerciati nell’illegalità. L’ipotesi non è campata in aria, ma corroborata da dei dati: la Sierra Leone, nonostante i ricchi giacimenti, nel 1999 ha esportato pietre per soli trenta milioni di dollari, nello stesso periodo la Liberia, che ha scarsi giacimenti, ha esportato diamanti per 300 milioni di dollari.

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Notizia da New Jork, 7 luglio 2000 Agenzia di stampa.
L’Onu ha stabilito il divieto mezzo embargo “dei diamanti di sangue”, provenienti dalla Sierra Leone, per fare cessare il conflitto nel paese africano e per rilanciare la sua immagine di mantenitore della pace in Africa. Ma c’è chi sostiene che il provvedimento non servirebbe, perché i massacri non cesserebbero dato che i diamanti servono al Ruf per comperare armi nell’est europeo (Ucraina, Bulgaria). Ma anche ai capi per diventare ricchi. C’è chi pensa che boicottare il business dei solitari non fermerebbe la guerriglia, né in Sierra Leone, né in Angola, né in Congo, perché i diamanti sporchi di queste guerre rappresentano solo il 4% del mercato annuo mondiale, già comunque colpito dalle recenti sanzioni internazionali e delle multinazionali. Un sabotaggio, secondo queste voci, rischierebbe di colpire i centri di lavorazione di chi ha relazioni con paesi “estrattori puliti”, come il Botswana o il centro di taglio di Bombay con i suoi 800.000 lavoratori, per cui boicottare i diamanti colpirebbe i poveri e gli innocenti. Manca un piccolo particolare: che centri di lavorazione esistono anche a Londra, ad Anversa e a Tel Aviv, stati non certo poveri. Inoltre le vie dei diamanti seguono principalmente la rotta dall’Africa verso Londra e Anversa. I conti tornano e portano all’Occidente, in qualsiasi modo si rigiri la frittata.
Ma. Fa.

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