Nonluoghi Archivio Non ha più senso parlare di crescita o sviluppo industriale

Non ha più senso parlare di crescita o sviluppo industriale

[Articolo tratto dal quotidiano Liberazione, di sabato 8 ottobre 2005].

di Fabrizio Giovenale

Il mondo cambia, si sa. Alla svelta. E se il mondo cambia e le nostre idee restano ferme – ai tempi del Papa-re come piacerebbe ai Ruini-Ratzinger, o anche a quelli di Marx, o di Keynes – finisce che restiamo spaesati. Che non ci capiamo più niente. E dunque proviamo a riflettere ancora sui cambiamenti più grossi d’oggi e sui nuovi problemi che ce ne vengono. Punto primo – Gli uragani. Katrina, Rita… – Al di là della sequenza effetto-serra, mari più caldi e sempre maggiore intensità dei fenomeni: quel che è emerso soprattutto stavolta è stata l’impreparazione nell’affrontarli da parte degli Usa. A tutti i livelli e sotto tutti gli aspetti: organizzativi, economico-politici, civili e morali.

Come dimostrano i fondi pubblici fatti mancare per le dighe a New Orléans; l’aver anteposto la difesa della proprietà alle vite umane con l’ordine infame di “sparare a vista sui saccheggiatori”; il venir meno del reciproco aiuto tra vicini-di-casa, una delle tradizioni più nobili dell’America dei pionieri… E poi la dipendenza dalle auto: il “chi non ce l’ha non si salva” di New Orléans, quelle rimaste senza benzina abbandonate a intasare le strade dell’esodo in Texas…

La conclusione è che di fronte a quel che ci aspetta per via delle alterazioni climatiche non si tratta soltanto di ribaltare i nostri obiettivi – diretti finora ad accrescere ancora le ricchezze dei ricchi e a sperperare risorse in guerre balorde – ma di destinarle, quelle risorse, a risanare l’ambiente per prevenire disastri (altro che “guerre preventive”: le sole prevenzioni che servono sono quelle contro l’effetto-serra e le sue conseguenze).

Si tratta di altro. Si tratta di darci un orientamento mentale tutto diverso: di altruismo, di reciproco aiuto, di onestà nei comportamenti. Di buon governo come obiettivo primario. Se non ce la faremo saranno guai grossi. Anche in vista dell’altra mutazione epocale imminente, che rischia anch’essa di coglierci impreparati… Ed eccoci al secondo punto.

Al secondo punto c’è il petrolio.. Qui mi rifaccio al dossier di Sabina Morandi (“Liberazione della domenica” 18/9): “Il petrolio sta finendo. Ora”. Dove lei seleziona con cura le informazioni più attendibili (o le meno inattendibili, cfr. George Monblot, “Liberazione” 6/10) sull’approssimarsi del “picco” mondiale della risorsa (questione ormai di pochi anni, massimo trenta) e ne sono tratte le logiche conseguenze. Scrive Sabina, citando a sua volta “The long emergency” di J. H. Kunstler, che – una volta esauritasi “la bolla artificiale di abbondanza creata dal petrolio per un periodo non più lungo di un secolo” – “ci ritroveremo nella dura realtà dei limiti materiali dello sviluppo, limiti che l’industrializzazione accelerata basata sull’energia a prezzi stracciati ci ha fatto ingenuamente sottovalutare”. Così stando le cose, lei avverte, “qualsiasi dibattito sul tipo di politica industriale che vorremmo – se la grande industria vecchia maniera, il “piccolo è bello” degli ambientalisti o la via di mezzo di uno sviluppo sì ma “ecologicamente sostenibile” – appare drasticamente superato. La scelta fra continuare come se niente fosse ignorando il degrado provocato dal massiccio impiego dei combustibili fossili fino ad accettare di sacrificare ogni città portuale del pianeta (questo dicono le proiezioni dei climatologi), oppure cercare di contenere produzioni e consumi per rallentare il riscaldamento globale, in realtà nemmeno si pone. Una volta finita la benzina l’effetto-serra diventa l’ultimo dei problemi. Stessa cosa può dirsi dell’annosa disputa fra liberisti e statalisti: la crisi energetica innescata dall’esaurimento de petrolio non può che essere guidata dai governi… “.

Anche Sabina entra così a-piedi-pari nel vivo della nostra polemica estiva sul consumare di meno o di più. Con l’argomento più efficace, direi. Tenuto anche conto del fatto che le energie rinnovabili non potranno mai farcela a sostituire petrolio e carbone: tra l’altro perché (questo lo aggiungo di mio) dipendono anch’esse da lavorazioni industriali (pannelli fotovoltaici e solari, ventole eoliche etc.) e richiedono quindi in partenza maggiori consumi energetici. Cioè ancora petrolio.

Alla luce di questa riflessione è evidente che seguitare a parlare di crescita, di sviluppo industriale o addirittura (qualcuno ricorderà) di un “neo-comunismo compatibile con la modernità capitalista e il mercato” non ha più nessun senso. A parte la battuta di Bertinotti su crescita-e-decrescita “parole del diavolo”: non si può non esser d’accordo nel considerare certe posizioni superate ormai da trent’anni a dir poco. E quanto al legame fra questi problemi e “l’uscita dalle condizioni di povertà per milioni di persone”: eccoci al terzo dei cambiamenti di cui vi volevo parlare.

Terzo punto, i salari. Federico Rampini racconta di imprenditori cinesi i quali (così come i nostri da loro) vanno trasferendo lavorazioni e commerci in Corea del Nord, ultima roccaforte del comunismo più “vetero”: paese in condizioni di arretratezza e miseria paurose. Con il risultato (tutto sommato benefico per quei poveretti) di rompere l’immobilismo e innescare un processo vitale. Favorito però – attenzione – dal fatto che le commesse dei loro nuovi magazzini a Pyongyang quelli le pagano dieci euro al mese. Per questo gli è convenuto di andarci.

A questo punto mi sembra che non si possa non fare un pensierino su questa sequenza: da noi un operaio di media categoria è pagato sui mille euro al mese, le imprese italiane che operano in Cina pagano lo stesso lavoro dai cento ai duecento euro, le imprese cinesi approdate a Pyongyang lo pagano dieci.

Brutalmente detto, cioè: è vero che qui tra profitti d’impresa, rendite e affari finanziari assortiti la quota di ricchezza accaparrata dal capitale è in aumento continuo mentre due terzi di noi si ritrova ogni giorno più povera. E’ vero che è un’ingiustizia, che sono sacrosante le lotte per i salari, per far arrivare a chi lavora quote maggiori del reddito. Ma è anche vero che queste nostre vertenze si svolgono in un contesto mondiale così sperequato da far assumere loro l’aspetto delle baruffe dei ladri di Pisa: dello spartirsi – fra chi non se la passa poi tanto male – ricchezze sottratte ai poveri “veri”.

Perché non ci sono dubbi sul fatto che la prosperità d’Occidente è stata per secoli ed è oggi ancora sottratta in gran parte – attraverso una serie di prepotenze e di frodi che va dai regimi coloniali d’un tempo al Fmi e al Wto d’oggi – ai paesi più deboli.

Questo anche a proposito di chi se la piglia con gli ambientalisti per la loro pretesa di limitare produzioni e consumi che andrebbe a danno dei lavoratori. Il che in parte è vero, perché non c’è dubbio che i guai colpiscono di più i più indifesi. E’ anche vero però (qui mi riallaccio a Patrizia Sentinelli e a Carla Ravaioli) che guai macroscopici come l’effetto-serra – che mettono a rischio il futuro dell’umanità intera – colpiscono tutti. E allora la giusta reazione non può essere quella di dire “siccome le tesi ambientali danneggiano i lavoratori non teniamone conto”. Questo è un discorso insensato.

Il discorso giusto è di dire: se la priorità è di difendere la sopravvivenza nostra e del mondo col consumare meno risorse (anche perché – come ricorda Sabina Morandi – a farlo saremo comunque costretti) poniamoci come sinistre il problema – rivoluzionario di per sé stesso – di difendere in questo diverso contesto le sorti di chi è più vulnerabile. Senza dimenticare la possibilità di arrivare all’uso più razionale e parsimonioso delle risorse attraverso la loro messa-in-comune. E cioè muoverci verso la “nuova esperienza democratica di società comunista” di G. Prestipino.

A rifletterci, infatti, la nostra polemica estiva si è svolta in sostanza fra chi si ostinava a voler conciliare gli inconciliabili (logica economicistica e aspirazione a un mondo più giusto) e chi invece collega l’idea ambientalista d’uso parsimonioso delle risorse alle speranze in una società comunista futura. Per ciò quando Bertinotti ad Assisi ha sostenuto che “per combattere la povertà bisogna combattere la ricchezza” a me, francamente, è sembrato un buon segno.

Ancora sul mio terzo punto. C’è Emiliano Brancaccio con la sua concezione ultra-riduttiva dei problemi ambientali riportati alla mera contabilità monetaria (ineccepibilmente contraddetta da Carla Ravaioli), e che perdipiù li considera di competenza esclusiva della classe lavoratrice, arrivando a trattare da nemici del popolo gli ambientalisti che si permettono di non pensarla così.

Molti gli si sono opposti con buoni argomenti: ultimo Paolo Cacciari (14/9), pazientemente spiegandogli che vedere la classe operaia sotto l’aspetto di “massa salariale” non è il modo migliore per affrontare il problema. “Penso – egli scrive – che un processo rivoluzionario potrà riaprirsi quando la classe operaia riuscirà a concepirsi non come “categoria separata” (i produttori), ma come figura sociale completa, comprensiva di tutte le dimensioni plurali dell’esistenza: individuo biologico e sociale, uomo e donna, portatore di interessi immediati e genitore, abitante e cittadino, produttore e consumatore… Se si vuole, è un problema di presa di coscienza e di rivendicazione dei propri diritti allargati e coerenti con l’intero genere umano”. Che è un modo nobile e intelligente di riportare le cose alla loro dimensione più vera.

Più rozzamente: a Brancaccio vorrei domandare qual è la classe lavoratrice che ha in mente. Quella da mille euro al mese? O quella da cento-duecento? O da dieci? Chiaro che non è lo stesso. Ne va di mezzo il dilemma tra una visione campanilista e “di parte” (quindi sbagliata) e una “movimentista” dell’intera situazione mondiale (ancora tutta da scoprire, direi, tanto per gli economisti che per le sinistre nostrane).

Provo a tornarci sopra partendo da un tema sul quale invece la penso come Brancaccio: l’ateismo (anche se non non mi riallaccio come lui tanto a Marx quanto a Darwin e a Stephen Jay Gould). Ne parlo perché Serge Latouche – un altro che a lui non piace – in un’intervista su “La Repubblica” ha sostenuto la necessità di “diventare ateisti dell’economia” (intesa, giustamente, come religione) per liberarci dalla “tossicodipendenza della crescita”. Non si capisce infatti come è perché dopo essersi liberati dai tabù delle chiese si possa restare invischiati nel bigottismo economico, se pure orientato a sinistra. Ecco: a Brancaccio che consigliava a Sartori di leggere Marx consiglierei non di leggere Latouche (sarebbe un pretendere troppo) ma di trovare il coraggio di applicare il suo ateismo anche alla religione economicista.

Ancora a questo proposito: d’accordo (finalmente) con Andrea Ricci (v. il suo intervento del 9/9) su tutta una serie di punti: politiche energetiche e dei trasporti, politiche agricole, “ciclo corto”, ri-appropriazione dei beni comuni a partire dall’acqua, a favore dei ripristini dei cicli ecologici, per una nuova politica industriale basata sulla qualità, per la riconversione dell’industria bellica.

D’accordo sull’arrivarci attraverso interventi pubblici di programmazione e misure redristributive: tasse, welfare, istruzione, ricerca e quant’altro. D’accordo su tutto. Solo che questi che lui vede come obiettivi di fondo per noi ambientalisti sono obiettivi intermedi.

Cose che è doveroso sforzarci di fare, d’accordo.

Ma il vero obiettivo (cito ancora la Ravaioli) è “cambiare radicalmente modello”. Il che vuol dire tra l’altro arrivare a farle, queste cose, senza pregiudizio ulteriore per la vivibilità della Terra. Col minor possibile consumo e logorìo di risorse. In spirito di austerità e parsimonia. E arrivarci per nostra libera scelta, e non in ritardo e costretti dalla forza dei fatti secondo lo scenario evocato da Sabina Morandi.

Soltanto con questo spirito sarà possibile muoverci su questa strada: mentre fintantoché resteremo ancorati all’idea della crescita-prima-di-tutto è matematicamente sicuro che non ne faremo un bel niente. Perché (ripetiamolo fino a sgolarci) contrariamente a quel che seguitano a predicare gli economisti classici (la “ricaduta a pioggia” della ricchezza dei ricchi sui poveri) i due obiettivi – crescita senza limiti e giustizia sociale – sono per loro natura antitetici.

Per ciò (tenendo anche a mente il discorso di chi è pagato mille, chi cento e chi dieci) un mondo più giusto non potrà che essere un mondo con meno consumi non-necessari. Il che non esclude una vita più ricca di interessi e sapori: in tutti i campi meno che nell’arraffare quattrini e nello spenderli a vanvera.

Mi sembra anche giusto ricordare in chiusura le giuste critiche alla competitività come scelta obbligata anche per i più deboli: per quelli destinati in partenza a soccombere.

La consapevolezza di aver fatto parte finora dell’Occidente privilegiato (autorizzato per diritto divino a appropriarsi delle risorse dei poveri), e di correre invece oggi il rischio – di fronte ai nuovi colossi che vengono avanti – di ritrovarci come paese fra quelli che non contano niente. Un’idea scomoda da digerire, ovviamente: ma che comincia a farsi strada fra le menti più riflessive e più libere. Insieme al bisogno impellente di ricercare altre vie.

Di tutto questo purtroppo è ancora difficile trovar traccia tanto negli incontri fra economisti (in quello romano della “Rive Gauche” del 30/9 la sola Ravaioli ha ri-sollevato il problema ambientale) quanto nei documenti partitici. Con una eccezione, direi: l'”appello per le primarie” di Bertinotti nel quale si parla – oltre che di beni comuni, di cultura della difesa del territorio, della questione-rifiuti (riusi, ricicli etc.) – della “necessità di investire in grandi opere di civilizzazione come quella di garantire l’acqua potabile in tutto il paese, e nella più grande opera di ammodernamento infrastrutturale di cui abbiamo necessità: la messa in sicurezza del territorio. A partire dalla difesa del suolo, dalla riforestazione delle montagne e dalla rinaturalizzazione delle coste e degli argini”.

Hai visto mai che – batti e ribatti – troviamo perfino qualcuno che ci dà retta?

[Articolo tratto dal quotidiano Liberazione – www.liberazione.it, uno dei fogli più interessanti che in quest’epoca troviamo in edicola]

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Questo sito nacque alla fine del 1999 con l'obiettivo di offrire un contributo alla riflessione sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ruolo dei mass media nei processi di emancipazione culturale, economica e sociale. Per alcuni anni Nonluoghi è stato anche una piccola casa editrice sulla cui attività, conclusasi nel 2006, si trovano informazioni e materiali in queste pagine Web.

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