Nonluoghi Archivio Economia, il riformismo serio e dimenticato…

Economia, il riformismo serio e dimenticato…

Nonluoghi ha intervistato Pietro Frigato, autore assieme a Marco Giovagnoli di una raccolta di saggi inediti sull’opera del grande economista e scienziato sociale tedesco Karl William Kapp (1910-1976). Il volume, finanziato dalla Fondazione K. Wm. & L.L. Kapp di Basilea, si intitola La continuità della vita umana. Il contributo di Karl William Kapp alla fondazione di una teoria istituzionale critica (L’Harmattan Italia, Torino).

di Zenone Sovilla

Pietro, perché la continuità della vita umana?

Come ricordiamo nell’introduzione al testo, che è una raccolta di saggi sull’opera complessiva di Kapp, il titolo vuole sottolineare due aspetti, uno positivo ed uno normativo, legati alla produzione scientifica del grande economista e scienziato sociale tedesco: da un lato la sua concezione sistemica ed evolutiva del posto dell’uomo nel mondo, dall’altro la sua posizione di fronte al rapporto tra scienza e valori morali. Con riguardo a quest’ultimo aspetto, oltretutto strettamente connesso al primo, per Kapp la scienza deve operare in direzione della realizzazione di due principi di valore irrinunciabili: il mantenimento della possibilità della vita per l’uomo sul pianeta e la minimizzazione della sofferenza umana. Nei suoi lavori di teoria della scienza e metodologici egli ha cercato di dimostrare come al di fuori di questi grandi principi che sono alla base della sua proposta di “umanesimo razionale” ci si possa solo aspettare il progressivo affermarsi di barbarie e di distruzioni crescenti.

La novità e l’importanza del suo contributo, a tutt’oggi insuperato, sta non solo nell’avere lavorato a questi temi con largo anticipo rispetto al mondo ambientalista ed umanista in genere ma anche nell’avere affrontato in modo diretto e non generico le cause sistemiche dei rischi e delle ingiustizie del mondo moderno: già nel 1950, anno di inizio della cosiddetta “età dell’oro” dell’economia (1950-1973), con la sua teoria dei costi sociali dell’iniziativa privata egli individuava nella logica formale dell’investimento per il profitto la ragione principale del degrado dell’ambiente naturale e sociale delle società moderne. In quel lavoro, ripubblicato in una versione ampiamente rivisitata nel 1963 (di nessuna delle due opere è mai stata fatta alcuna traduzione in lingua italiana, sebbene alla prima versione fossero seguiti un ampio dibattito negli Stati Uniti e la traduzione in ben cinque lingue diverse), l’autore tedesco sottoponeva ad una critica devastante l’ideologia della desiderabilità sociale della forma di mercato concorrenziale oltreché delle deviazioni da quest’ultima, presenti nella realtà concreta, qualora lasciate opreare in modo libero ed irristretto. Non solo veniva proposta una raffinata base teorica per una rifondazione ed umanizzazione dell’economia politica ma veniva fornita una stima monetaria e reale, riferita al contesto statunitense, dei costi sociali di un sistema di produzione affidato ai meccanismi formali di coordinamento delle imprese di mercato. L’elaborazione teorica veniva così supportata e confermata nella propria validità da una puntuale illustrazione dei danni alla salute umana, dei deterioramenti di risorse ambientali rinnovabili e non, delle ingiustizie distributive generate dalle imprese di mercato e non compensate a chi ne subisce le conseguenze (differenti individui, classi sociali o la collettività più ampia).

E che cosa veniva proposto per fare fronte a questi problemi?

Kapp era un autore estremamente realista e forse anche pessimista. In ogni caso egli si è adoperato senza risparmiare le proprie energie per elaborare strategie in grado di contrastare la inerente nocività sociale di un sistema economico autoregolato e sganciato dalle relazioni sociali più ampie, come quello capitalista. Egli ha costantemente sostenuto la necessità di riformare le procedure della contabilità aziendale e nazionale oltre all’importanza di integrare queste misure formali con indicatori in grado di monitorare deterioramenti dell’ambiente naturale e sociale non (o solo difficilmente) monetizzabili. Inoltre ha sempre sostenuto la necessità di una regolamentazione pubblica attenta ed adeguata dell’iniziativa economica privata: in questa luce, l’interventismo pubblico nella sfera economica veniva interpretato come progressiva elaborazione e predisposizione di soglie standard o “minimi sociali esistenziali”, in grado di garantire misure di protezione e di salute pubblica adeguate (anche tenendo conto delle dimensioni distributive) e favorire l’impiego di tecnologie di produzione in grado di consentire nella misura più ampia il rispetto degli standard in oggetto.

Lo stimolo in questa direzione doveva essere dato da una oculata politica pianificatoria e dall’impiego di incentivi e di tasse al fine di creare un ambiente favorevole ad un sistematico ridimensionamento dei fallimenti del mercato. Il riformatore serio sa bene che si tratta di uno strumentario molto realistico, in parte parte già impiegato dalle coalizioni socialdemocratiche del dopoguerra ma anche, più in generale, dal diritto: per non fare che qualche esempio, che cosa sono le soglie di concentrazione di determinati agenti inquinanti oppure il limite massimo di 40 ore settimanali di lavoro se non “minimi sociali esistenziali”, resi operativi dal sistema legislativo e dai necessari controlli amministrativi? Il problema irrisolto e drammatico del pensiero di Kapp è stato quello di avere profondamente criticato una gestione puramente tecnocratica di questi problemi (i tecnici si comprano e si vendono) e di avere lavorato invano alla realizzazione di un “processo decisionale razionale”, che vedesse la massima partecipazione e il massimo coinvolgimento democratici.

Kapp era ben conscio dell’esistenza di una serie di fattori istituzionali, prima ancora che tecnici, che impedivano la realizzazione di processi di scelta sociale realmente partecipativi e che sistemi di democrazia formale come i nostri tendono non solo a ridurre la partecipazione, bensì a favorire processi diffusi di irrazionalità e di ottundimento delle coscienze, fino al rischio estremo delle derive totalitaristiche (in questi aspetti Kapp sposa senza riserve le posizioni espresse dall’amico “socialista cristiano” Karl Polanyi ne “La grande trasformazione” del 1944). Purtroppo questo problema rimane drammaticamente sul tappeto e a poco sono valse le oscure ed empiricamente irrilevanti discussioni sulla situazione ideale di discorso della teoria critica di Habermas e dei suoi epigoni e seguaci.

Da come ne parli sembra un’autore della massima importanza eppure non se ne sente parlare. Non è che, al solito, anche tu tendi a considerare la tua area di interesse scientifico la più importante?

Direi proprio di no. Dal punto di vista della teoria economica il suo principale apporto è venuto dall’avere valutato nel modo più esplicito le implicazioni dei fallimenti inerenti alla logica di funzionamento dei mercati, nelle diverse configurazioni che essi assumono nel mondo reale: si tratta in realtà di un problema noto, per risolvere il quale autori conservatori (neoclassici) come Marshall e Pigou avevano già invocato la necessità dell’introduzione di correttivi pubblici sotto forma di tasse ed incentivi, in grado di supplire alle incompletezze del sistema dei prezzi. Tuttavia, proprio la considerazione piena di questi aspetti ha progressivamente favorito una radicalizzazione della sua critica all’economia della corrente principale, contribuendo alla sua marginalizzazione rispetto ai contributi considerati classici del pensiero e della teoria economica. Oggi, se uno cita Kapp di fronte ad un consesso di economisti, difficilmente esisterà qualcuno di loro che sia a conoscenza della sua opera. Kapp è un autore che appartiene alla corrente economica dell’istituzionalismo americano. Si tratta del principale paradigma antagonista (assieme a quello marxista) rispetto a quello neoclassico-liberista che domina nelle università di tutto il pianeta. Una scuola di pensiero che ha visto in Commons uno dei principali consulenti economici durante il New Deal rooseveltiano, in Mitchell uno dei massimi studiosi dei cicli economici e il fondatore e direttore del prestigioso National Bureau of Economic Research statunitense, in Galbraith un consulente di differenti amministrazioni democratiche e in Myrdal una figura prestigiosa del mondo politico svedese ed europeo nonché un premio Nobel per l’economia nel 1974. Le riflessioni scientifiche di Kapp si inseriscono all’interno di questa corrente riformistica “seria” dell’economia politica e contribuiscono in modo decisivo al chiarimento e alla sistematizzazione di molte delle sue parti costitutive, in primo luogo, anche se non solo, della teoria dei costi sociali, già contenuta in nuce nel lavoro del fondatore dell’isitituzionalismo americano Thorstein Veblen.

Vorrei ricordare qui come in ambito accademico domini oggi un orientamento di pensiero imperialistico che, sotto sigle diverse – neoistituzionalismo, scuola dei diritti di proprietà e anche delle scelte pubbliche, la cosiddetta “Chivirla School” (Burton 1978) – e con ramificazioni che attraversano l’intero edificio delle scienze sociali, sta promovendo (con successo se si guarda alle politiche economiche e ambientali degli ultimi vent’anni) un ridimensionamento drastico del ruolo dell’intermediazione pubblica e una privatizzazione selvaggia come panacea contro ogni sorta di costi ecologici e sociali. James Buchanan (1986), Ronald Coase (1991), Douglass North (1993) – alcuni dei grandi nomi di questa scuola di pensiero – hanno ottenuto il premio Nobel per l’economia, cosa che ha enormemente agevolato una pericolosa e pervasiva influenza dei rispettivi contributi.

Nessuno ha lavorato su Kapp in Italia?

In Italia Kapp è stato recepito da quel grandissimo umanista keynesiano, largamente emarginato a propria volta, che è stato Federico Caffè (1958, 1991). Purtroppo, al tempo in cui Kapp scriveva, dominava la scuola marxista (scuola con la quale l’istituzionalismo condivide molte posizioni e dalla quale si distanzia in modo decisivo su molti aspetti, in primis la lettura del ruolo dello stato nell’economia capitalistica) e, dentro quella, traiettorie di pensiero spesso dogmatiche e chiuse oppure sterilmente appiattite sulle dimensioni sovrastrutturali. Oggi, dopo la sbornia autoreferenziale e le concettualizzazioni astratte e per larga parte inincisive della teoria critica, domina anche a sinistra ormai indisturbata l’ideologia del mercato e della desiderabilità sociale della concorrenza. D’altro canto il movimentismo alternativo non pare in grado di rendersi conto della necessità di dotarsi di strumenti di analisi seri e preferisce affidarsi a slogan semplicistici e alle mode estemporanee sul cambiamento degli stili di consumo e di vita, su fantasiose sperimentazioni di contabilità dei consumi e quant’altro.
Niente posto per Kapp dunque e nemmeno per chi ci lavora sopra. In ambito accademico un’importante raccolta di saggi di Kapp è stata ottimamente curata da Antonio Calafati e pubblicata per la Otium di Ancona. Fatte salve sporadiche apparizioni di articoli di Kapp, l’ultimo dei quali su un numero della rivista “Capitalismo, Natura e Socialismo” del 1995, non sono a conoscenza di lavori che abbiano dedicato un’attenzione sistematica ad una riflessione che, per serietà scientifica e vastità di interessi, rappresenta senza dubbio uno dei massimi contributi del Novecento nell’ambito delle scienze economiche e sociali. Il testo al quale abbiamo lavorato Giovagnoli ed io si propone una esplorazione complessiva dell’edificio concettuale eretto da Kapp.

Prima hai accennato ai lavori epistemologici e metodologici di Kapp.
Di che cosa si è trattato?

Kapp ha lavorato molto intensamente a questo livello. Una lettura solo sbrigativa del suo articolatissimo piano di lavoro può ridurre il suo apporto alla formulazione della teoria dei costi sociali dell’iniziativa economica privata.
Egli è stato un economista sociale ma anche uno “scienziato sociale generale”, nella definizione che ne ha dato Johan Galtung (1988). Negli ultimi vent’anni della sua esistenza, Kapp prediligeva occuparsi di problemi connessi da un lato con la fondazione epistemologica di una scienza dell’uomo nella società e dall’altro di una ricostruzione in termini di storia delle idee economiche dei fondamenti dell’economia istituzionale o evolutiva (il cosiddetto “vecchio istituzionalismo”).
Probabilmente la sua stessa biografia di studioso itinerante (ha insegnato negli stati Uniti, in Inghilterra, in India, nelle Filippine, in Svizzera) ha contribuito al costante e sorprendentemente rigoroso ampliamento dei suoi interessi e delle sue conoscenze. Una causa allarmante della disumanizzazione del contesto sociale delle società capitaliste veniva individuata da Kapp nella frammentazione e nella parcellizzazione progressiva del sistema scientifico. Lontano da qualsiasi nostalgia di ritorni a epistemologie unificatrici sulla base di presupposti teologici o metafisici, Kapp attribuiva una grande quantità di rischi alla frantumazione dei diversi piani di indagine scientifica.
E se da un lato una prima frattura veniva identificata nella separazione tra scienze della natura e scienze dell’uomo, non meno allarme destava in lui il problema della parcellizzazione delle scienze sociali al proprio stesso interno. In questo processo e nel crescente ricorso a metodologie astratte, che prendendo a prestito l’ideale della precisione matematica, in realtà contribuivano e contribuiscono tutt’ora a fornire una legittimazione aprioristica e priva di un reale contenuto scientifico allo status quo (se io posso criticarti solo nei termini della coerenza interna del tuo modello, è evidente che quel che realmente succede e che è statisticamente monitorabile non può servire in alcun modo ad influenzare il tuo pensiero e tantomeno le tue prescrizioni di politica economica e sociale), Kapp individuava una delle princiapali cause della disumanizzazione del contesto economico e sociale del mondo contemporaneo.
Per riprendere un’affermazione del recente premio Nobel A. K. Sen (1998), Kapp tendeva a porre i problemi in modo tale per cui una epistemologia ed una metodologia serie dell’indagine sociale dovevano rispondere alla domanda fondamentale sul “perché rinunciare ad avere ragione in modo incerto a beneficio dell’avere sicuramente torto?” (Sen 1993).

A proposito di Sen, vedi delle affinità tra il suo pensiero e quello di Kapp?

Sicuramente. Prima di vederne alcune un po’ più da vicino vorrei tuttavia sottolineare una divergenza di carattere stilistico tra i due autori. Sen è un autore di difficile lettura, così almeno lo vivo io personalmente: il suo stile è spesso evitabilmente complicato e contorto, inibendo in tal modo una lettura ed una comprensione ai lettori non esperti.
Questo lo dico non tanto con riguardo alle sue pubblicazioni da puro economista del benessere che impiega un linguaggio aritmomorfo quanto in riferimento ai suoi lavori più recenti di filosofia politica e sociale.
Kapp, di contro, è un autore che si fa leggere bene e di una chiarezza espositiva quasi unica nel suo genere.
Venendo alle affinità, e senza alcuna pretesa di completezza, vorrei sottolineare in modo particolare due piani di lavoro nell’ambito dei quali esistono ampie aree di sovrapposizione: la riflessione sui bisogni di base (basic needs) e il problema centrale dei fallimenti del mercato. Sen ha a più riprese criticato gli approcci tecnocratici e non partecipativi (o solo formalmente tali), promossi per favorire lo sviluppo e la crescita economica nelle realtà dei pesi poveri da parte degli economisti della Banca Mondiale nel corso degli anni ‘70 ed ’80 (poi abbandonati a favore delle politiche di aggiustamento strutturale). Egli ha teso a porre al centro le dimensioni partecipative ed istituzionali oltre che i problemi connessi alla reale capacità di accesso alle risorse da parte di differenti gruppi e classi sociali nell’ambito della sua proposta di una teoria dei funzionamenti e delle capacità. Inoltre, a più riprese ma anche nella sua più recente pubblicazione (Sen 2000), egli richiama l’attenzione sul problema della necessità di un interventismo pubblico sistematico nella sfera economica: il problema più rilevante al riguardo è che egli pare ignorare completamente non solo il contributo di Kapp ma anche quello del paradigma istituzionalista critico. Quando si occupa del problema dei fallimenti del mercato, un autore che egli richiama spesso è Fred Hirsch e, tuttavia, il lavoro di quest’ultimo, a tutt’oggi insuperato nella propria radicalità critica e capacità diagnostica, affronta il problema della nocività sociale del mercato nella sfera dei comportamenti individuali e del consumo e trascura il problema dei costi ecologici e sociali indotti sistematicamente dalle imprese private nelle diverse forme di mercato. Per chiudere, di recente Sen si è espresso come segue sull’American Economic Review:
Le minacce che dobbiamo affrontare richiedono un’azione internazionale organizzata così come cambiamenti nelle politiche nazionali, particolarmente con riguardo al problema di meglio riflettere i costi sociali in prezzi e in incentivi. Ma esse sono anche dipendenti alla formazione del valore sociale, connessa a discussioni pubbliche, sia per la loro influenza sul comportamento individuale che per realizzare cambiamenti politici attraverso processi di decisione politica (Sen 1995, 17).
Sicuramente, come si può facilmente intuire dalle disordinate indicazioni appena fornite, non manca il materiale per un lavoro monografico che andrebbe dedicato al rapporto tra il pensiero di Sen e quello di Kapp e più in generale dell’istituzionalismo critico.

In conclusione, messi tra parentesi gli approfondimenti sul piano della storia delle idee, quali miglioramenti concreti possono essere forniti dalla prospettiva eterodossa di cui ci parli in un mondo dominato dal pensiero unico neoliberale?

Confesso che nutro poche speranze di cambiamenti in positivo nel breve e medio periodo. Effettivamente tende a dominare una concezione del mondo diamentralmente opposta a quella che sarebbe auspicabile e, d’altro canto, risultano assolutamente insufficienti la consapevolezza, le risorse e le energie che vengono dedicate ad una seria riflessione alternativa.
Non che manchino i segnali di una risposta della società alle nefandezze ecologiche e sociali della privatizzazione di tutto, e qui il pensiero va immediatamente a Seattle e a Praga, tuttavia le pressioni contrarie di oggi tendono – come è ovvio – ad essere strumentalizzate in modo abbastanza becero ed irresponsabile dalla politica, senza affrontare le dilanianti contraddizioni che corrono al loro interno, in primis quella tra istanze occupazionali ed ecologiche. Kapp purtroppo non ha fornito una risposta esplicita alla nota tensione rosso-verde e nemmeno mi pare di vedere elaborazioni convincenti nella produzione scientifica successiva.

Rimane vero che, accanto alle spinte più esasperate del dissenso, esistono tentativi più moderati di introduzione di indicatori sostanziali di benessere ecologico e sociale (penso qui alle riflessioni sulla contabilità e sugli indicatori in sede comunitaria ed internazionale, alla crescente consapevolezza accademica e sociale delle molteplici e perniciose tensioni indotte dalle insopportabili sperequazioni distributive del capitalismo neoliberale disorganizzato e, nel nostro paese, ad esempio, al disegno di legge Giovannelli sulle spese difensive e sulla contabilità ambientale). Inoltre, e su questo punto ripongo personalmente gran parte delle mie speranze di cambiamento, oltre una certa soglia critica i problemi tendono a farsi sentire per quello che sono realmente e le risposte false ed estemporanee oggi favorite cominciano a vedere ridotta la loro credibilità.

In ogni caso, mille conflitti di interessi oltre ad un più generale problema di “mancanza di controllo” ostacolano ed ostacoleranno le molte necessarie misure di riorientamento dei nostri sistemi economici e sociali, per cui la domanda rilevante – soprattutto con rigurado al problema del degrado ecologico – mi pare che abbia il suono inquietante di un campanello d’allarme che potrebbe partire troppo tardi: nel frattempo non saranno sopravvenuti tali e tanti cambiamenti irreversibili da profilare un inevitabile “onnicidio” (Galtung 1988)?

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