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Il mito della concorrenza e i suoi costi sociali occultati

Le ricorrenti cerimonie liberiste sull’altare della concorrenza, delle privatizzazioni e della deregolamentazione del mercato ci suggeriscono di riproporre questa analisi, già diffusa in questo sito negli anni scorsi.


di Pietro Frigato *

L’ideologia della forma di mercato concorrenziale come sistema ideale di coordinamento delle scelte degli operatori economici a fini sociali si è progressivamente imposta. Tanto da condurre al consolidamento di un generale processo di colonizzazione istituzionale in molte sfere della vita sociale – aree strategiche del vivere civile come scuola, previdenza, sanità, energia, trasporti eccetera.

In Italia i principi operativi e la logica di mercato vengono ormai elogiati con impercettibili distinguo dalla destra alla sinistra dell’arco delle forze politiche che offrono rappresentanza nell’ambito del nostro ordinamento giuridico-amministrativo. Più in generale può dirsi che, in ritardo rispetto ad altri paesi a capitalismo avanzato, si assiste in questi anni ad una ondata di progressiva invasione dell’ideologia del lasciar fare e di critica delle istituzioni dello stato sociale purtroppo solo inadeguatamente contrastata. Questo atteggiamento dominante risulta sicuramente funzionale alla fase iniziale del processo di globalizzazione che pare coincidere con un generalizzato aumento della competizione.

Si tratta di un processo che investe anche la scienza economica e che viene a propria volta legittimato da quest’ultima. Un’idea del radicamento di questa tendenza ci viene da una amara e recente considerazione di A. K. Sen, premio Nobel per l’economia 1998: “C’è stato un tempo – e non molto lontano – in cui ogni giovane economista “sapeva” quali erano i gravi limiti dei sistemi di mercato e tutti i manuali ripetevano lo stesso elenco di difetti. Il rifiuto intellettuale del meccanismo di mercato portava spesso a posizioni radicali […]. Ma negli ultimi decenni il clima intellettuale è cambiato in modo spettacolare e la situazione si è capovolta; oggi è normale partire dall’ipotesi che nel meccanismo di mercato sia onnipresente la virtù, al punto che non sembra importante fare ulteriori precisazioni. Nel clima attuale, qualsiasi accenno ai difetti di questo sistema appare curiosamente antiquato e contrario alla cultura del momento, qualcosa come ascoltare musica degli anni Venti utilizzando un vecchio disco a 78 giri. […] Il bisogno di un esame critico dei preconcetti e degli atteggiamenti politico-economici correnti non è mai stato più impellente di oggi; ed è sicuramente necessario analizzare in modo accurato e, secondo me, in parte anche respingere, gli attuali pregiudizi favorevoli al puro meccanismo di mercato” (Sen 2000, 116-117).

Ovviamente e purtroppo il problema non riguarda solo i quadri di riferimento dominanti nella scienza economica. In base ad un’immagine ampiamente radicata ed interiorizzata dall’uomo comune, un assetto concorrenziale di un mercato favorisce aumenti di efficienza allocativa e conseguenti riduzioni dei prezzi dei beni prodotti. Dunque, se mai esistono problemi legati al funzionamento del meccanismo di mercato, questi vengono individuati nel pericolo di ‘eventuali’ processi di degenerazione (che poi rappresentano la regola, ma questo è un altro discorso ancora), legati a dinamiche di concentrazione tecnica e finanziaria. Di conseguenza il problema di assicurare una configurazione massimamente concorrenziale rappresenta una delle poche funzioni rimaste da assegnare all’intervento pubblico. Su questa base mistificata risulta possibile giungere disinvoltamente a sostenere che questo tipo di logica possa e anzi debba essere esteso a servizi e prestazioni tradizionalmente forniti nell’ambito del settore pubblico dell’economia e, più in generale tradizionalmente erogati in regime non-di-mercato.

In realtà, molti e diversi fattori oggettivi e di natura istituzionale hanno concorso in tempi diversi a generare l’attuale clima pregiudizialmente favorevole alle virtù del sistema di iniziativa privata e dell’economia di mercato e sicuramente il fattore oggi maggiormente invocato è quello della globalizzazione dei mercati e della produzione. All’opinione pubblica viene fornita più o meno la seguente spiegazione (che è poi la migliore per ottenere una adeguata legittimazione sociale delle scelte operate e che, solo in parte, contiene elementi di verità): oggi conta la capacità di essere concorrenziali a livello di regioni, di stati, di imprese piccole, medie e grandi; esiste una competizione che si svolge ormai su scala globale e che non risparmia e non risparmierà nessuno. Nel mutato quadro, si dice, welfare e sviluppo non sono più compatibili (questione in realtà ancora controversa sul piano empirico). Poco o nulla conta il fatto che qualora gestiti in regime prevalentemente privatistico molti servizi tradizionalmente gestiti dal settore pubblico spesso operano con costi più elevati. Inoltre una omissione ancor più grave deriva dal fatto che totalmente trascurato risulta essere il decisivo problema legato all’incompletezza del sistema dei prezzi (a prescindere dalle forme di mercato – concorrenziali o contenenti posizioni monopolistiche), il meccanismo che in una economia di mercato media tra domanda e offerta. Questo intervento pone in luce alcuni dei principali elementi di un aspetto ben noto – sebbene Sen ci abbia avvertito sulla tendenza corrente a relegarlo ai margini – nell’ambito della teoria microeconomica: il problema della inerente nocività sociale del modo di operare irristretto di un sistema concorrenziale.

Senza troppo discutere, si può concedere che in un regime concorrenziale la collettività potrà godere delle migliori condizioni di prezzo, derivanti da una aumentata efficienza allocativa. Quest’ultima consegue alla riduzione degli sprechi (in termini di tutto ciò che può impedire o ridurre i ricavi privati attesi): dunque la combinazione dei fattori di produzione che massimizza gli utili imprenditoriali porta a risultati vantaggiosi per la collettività, in quanto viene riflessa nei prezzi di offerta dei beni prodotti. Tuttavia, in un regime di concorrenza atomistica esiste un divario sistematico tra i ricavi ottenuti nell’ambito del sistema produttivo privato e i ricavi sociali (ovvero, ribaltando la prospettiva, tra i rispettivi costi) che non viene considerato nella determinazione dei prezzi di mercato. Esso è il risultato del fatto che riduzioni dei costi di produzione possono essere (e di norma vengono) ottenute, in un regime concorrenziale, ignorando e deteriorando nella misura massima consentita (che di regola coincide con vincoli di natura istituzionale, in primis le misure di legislazione ambientale e sociale e il grado della loro effettività) una grande quantità di beni non privatamente appropriabili e ciò nondimeno necessari alla realizzazione di bisogni umani fondamentali.

A titolo di esempio, se il settore produttivo nel quale io, come unità di produzione, competo alla pari con molti altri operatori dal lato dell’offerta (nessuno di noi può influire sul prezzo il quale è determinato dal libero svolgersi della dinamica della domanda e dell’offerta, i prodotti offerti vengono valutati in base ad informazioni complete sulle loro caratteristiche da parte degli acquirenti, nessuno fa accordi con nessun’altro, non esistono barriere d’accesso), i prezzi vengono determinati in modo anonimo in base alla differente qualità reale dei prodotti (offerti in quel mercato, valendo per tutti gli altri mercati le stesse regole). Tuttavia, anche concedendo che le condizioni appena esposte possano realmente realizzarsi (il che è già totalmente irrealistico), nella realtà effettuale accade questo: se gli altri operatori che competono con me dal lato dell’offerta sono scorretti (violano ad esempio la normativa esistente sulle emissioni in atmosfera o negli ambienti di lavoro, sapendo che non verranno fatti i necessari controlli), o lo sono anch’io oppure aumento i prezzi (offrendo beni con le medesime caratteristiche di quelli prodotti dai miei concorrenti “scorretti”) o diminiusco sensibilmente i miei profitti – perché pago i costi aggiuntivi delle misure da prendere normativamente prescritte. In breve, poiché nella realtà osservabile esistono sempre possibilità di elusione di costi, le quali tendono a divenire pratiche abituali, il rischio che un imprenditore che rispetti i vincoli di natura giuridica statualmente fissati (ma inefficacemente applicati) corre, non è solo quello di vedere ridotti i margini dei profitti attesi ma anche quello ben peggiore di non riuscire a coprire i costi di produzione o a riprodurre il capitale investito al termine del ciclo produttivo (di non conseguire cioè il cosiddetto “lucro oggettivo”). Dal ragionamento appena svolto si può trarre la seguente conclusione: una forma di mercato perfettamente concorrenziale istituzionalizza un divario sistematico tra ricavi privati e ricavi sociali, nella misura in cui induce le singole unità produttive che vi prendono parte a trasferire all’esterno tutte le perdite per le quali coloro che le originano non sono tenuti a rispondere (penalmente o pecuniariamente). Questo fatto solleva questioni di importanza fondamentale, ne sia un esempio la sola constatazione che proprio il problema della divergenza tra costi privati e costi sociali (che poi, purtroppo, si manifestano in termini di malattie e morti evitabili, deterioramento e depredamento di risorse naturali, di redistribuzione secondaria del reddito reale che consegue agli interventi e alle misure che singoli, gruppi sociali differenti e la collettività sono costretti a prendere per difendersi dai danni) in una economia perfettamente concorrenziale rappresenta la ragione principale addotta in favore di un sistematico interventismo pubblico nella sfera economica. Essa risulta essere precedente nella storia delle idee economiche alla giustificazione macroeconomica fornita da Keynes.

Possiamo renderci meglio conto dei micidiali rischi di natura ecologica e sociale di un mercato concorrenziale, affidandoci alle parole pronunciate da William Baumol, in un recente intervento ad un convegno organizzato dalla Fondazione Mattei (presente tra gli altri anche il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio): “Abbiamo solo bisogno di guardarci attorno per osservare l’angosciante evidenza del grave danno prodotto al nostro mondo dalla proliferazione dell’industria e siamo tutti coscienti della spiegazione ovvia (…): la ben fondata analisi dei fallimenti del mercato. Essa include principalmente l’analisi delle esternalità di Pigou, la quale ci dice che le imprese private tenderanno a produrre in eccesso qualsiasi attività i cui costi privati sono inferiori rispetto al costo in termini di danno prodotto nei confronti della società. Tuttavia esiste anche una forza superiore trascurata dalla storia, ed essa riguarda il ruolo della competizione. Perché è la competizione (…) che lascia poche alternative agli imprenditori e agli uomini d’affari oltre a quella di inquinare e danneggiare l’ambiente nella misura massima consentita. Sappiamo che un mercato attivo, effettivamente competitivo previene ogni comportamento che comporti spreco, dove spreco venga definito come “non arrecante guadagno” (privatamente appropriabile, n.d.r.). Così la competizione tende a proibire il supporto alle arti, il supporto all’ambiente e la prevenzione di altre forme di spreco che rendono la vita degna di essere vissuta. La competizione dunque non offre alle imprese alcuna libertà di agire in modo tale da preservare l’ambiente. La competizione punisce ogni gesto prosociale come spreco, e lo fa senza pietà e senza quartiere”.

Dunque esiste una deviazione inerente ad un sistema di iniziativa economica privata in una forma di mercato concorrenziale: in quanto coincidenti con possibili riduzioni di costo, una grande quantità di beni pubblici vengono deteriorati nella misura massima consentita dalle pratiche di applicazione delle disposizioni normative esistenti. Ignorare, trascurare o favorire una cattiva comprensione dei fenomeni legati ai fallimenti del mercato (qui di una forma di mercato concorrenziale) significa pertanto relegare ai margini una possibilità di critica obiettiva del modo di operare dell’istituzione principe del capitalismo (l’impresa) e di giustificazione della necessità sociale di una sistematica regolamentazione delle attività economiche private. Purtroppo sono oggi più che mai attuali le riflessioni che Federico Caffè dedicava all’argomento nel lontano 1958: “Merita inoltre di essere ricordato che, sebbene in questo campo (Caffè qui includeva anche i costi sociali delle forme non concorrenziali del mercato, n.d.r.) esistano studi e valutazioni che risalgono ad anni ormai lontani e siano stai formulati progetti di ricerca di portata anche internazionale per un’azione concordata, diretta quanto meno ad attenuare le ripercussioni dannose dei fenomeni in esame, i problemi che essi pongono rimangono in larga misura aperti e sono resi ardui dalla stessa inadeguatezza dell’impegno con il quale sono stati finora affrontati” (Caffè 1958, 85).

Riassumendo, l’economista conosceva dunque bene il problema dell’esistenza di fallimenti del meccanismo di mercato e tende a dimenticarsene oggi e non solo per problemi connessi con le mode scientifiche del momento: dietro l’attuale travisamento di queste problematiche fondamentali (penso qui al problema così come è stato posto da Ronald Coase, premio Nobel per l’economia nel 1991 e autore più citato a livello mondiale nell’ambito dell’economia ambientale), ovvero dietro la scarsa attenzione che vi si presta, stanno anche pressanti e concreti interessi sezionali (in quanto un quadro istituzionale deregolamentato tende a favorirne gli interessi, anche gli operatori che agiscono nell’ambito di forme di mercato diverse dalla pura concorrenza – concorrenza imperfetta, concorrenza monopolistica, oligopolio – inneggiano ai benefici della concorrenza e della mano invisibile). In aggiunta, l’opinione pubblica sa (verrebbe da dire “viene fatta sapere”) poco o nulla su queste cose da “intellettuali” ed anzi è resa oggetto di una legittimazione crescente quanto inconsapevole di questo “meccanismo infernale”. Sicuramente proibitiva risulterebbe una comprensione approfondita e diffusa del problema in parola ma questo è un limite che riguarda un po’ tutte le aree di discussione pubblica in una società formalmente democratica.

Rimane vero che una comprensione maggiormente diffusa e migliore nonché un monitoraggio più attento di problemi che mi paiono drammatici non risulterebbe forse del tutto impossibile. Bisognerà tentare di allargare in tutti i modi la comunicazione su questi temi, evitando il più possibile di perdersi in fantasiosi quanto vuoti neologismi. Sapendo che si tratta per larga parte di un tentativo disperato.

* Pietro Frigato ha svolto attività di ricerca presso l’IUED di Ginevra, seguito dal Prof. R. Steppacher (assistente di K. William Kapp dal 1972 al 1976 – anno della morte di Kapp), attualmente svolge un dottorato di ricerca in “Storia e sociologia della modernità” presso l’Università degli studi di Pisa e lavora ad una integrazione della teoria dei costi sociali dell’iniziativa privata nella versione fornita da Kapp con i risultati conseguiti dalla corrente materialistico- strutturale nell’ambito dell’epidemiologia sociale.

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