di Zenone Sovilla *
Potrà apparire una tesi stravagante, eppure c'è ragione di ritenere che la questione della mobilità ciclistica sia strettamente connessa con la crisi del modello economico e culturale dominante. Un modello, sia chiaro, che ha portato anche miglioramenti alle condizioni di vita degli esseri umani, ma che in alcuni casi registra effetti collaterali insostenibili. E soprattutto, un modello che noi tutti abbiamo interiorizzato, a livello individuale e collettivo, il che generalmente ci impedisce anche solo di immaginare un'alternativa seria e praticabile, una via riformista radicale che s'interroghi sulla gestione della complessità del reale, ma senza smarrire la tensione di fondo alla diminuzione della sofferenza umana e dell'aggressione all'ecosistema generate dall'ideologia del mercato nelle società occidentali (così come, in passato, dal produttivismo sovietico) e dai suoi emuli a ogni longidudine (la Cina è una bomba ecologica a orologeria).