Nonluoghi Archivio Pallante: “Io sono per la decrescita felice”

Pallante: “Io sono per la decrescita felice”

[Tratto da Gente Veneta – www.gvonline.it ]
Datemi un vaso di yogurt fatto in casa e cambierò il mondo. E’ una battuta, ovviamente. Ma su un vaso di yogurt Maurizio Pallante ha costruito il Manifesto della decrescita felice. Cioè un modello di vita che – orrore (per i più) a sentirsi – propugna una riduzione dei consumi. Come alternativa propone sobrietà e un ritorno all’autoproduzione di beni e servizi. Cioè a farsi lo yogurt in casa, appunto, o ad assistere i bambini e i nonni, riducendo il ricorso a baby-sitter e badanti. E dove si taglia? Su molta parte di ciò che facciamo per avere un salario. Si taglia, cioè, su molti dei soldi che ci permettano di abitare a pieno titolo il pianeta dei consumi e delle mercanzie.
Il risultato è (o sarebbe) una migliore qualità della vita individuale e collettiva.
Maurizio Pallante ha messo in pratica in prima persona questa filosofia di vita. 58 anni, romano ma con più antiche radici venete – due nonni erano commercianti di Este – da tanti anni risiede in Piemonte, dove è stato insegnante di Lettere e poi preside nelle scuole medie inferiori. Ora è in pensione e da cinque anni ha lasciato la città scegliendo la campagna.

La sua è una scelta radicale: abita in una casa isolata a cinque chilometri dal paese più vicino, Castelnuovo Don Bosco, nel Torinese. E qui la sua giornata tipo è suddivisa fra lavoro intellettuale – Pallante è autore di numerosi libri sui rapporti tra economia, ecologia e tecnologia – e lavoro manuale. E non solo l’orto e il giardino reclamano le sue cure, ma anche un pezzetto di bosco, che lo scrittore ha acquistato insieme alla casa, e dal quale trae la legna da bruciare poi, d’inverno, nel caminetto domestico (vedi sotto). In un lungo articolo-riflessione (che si trova in internet) Pallante rilancia la civiltà dei monasteri e descrive quelli possibili nel terzo millennio. Casa sua ci assomiglia abbastanza.

Maurizio Pallante era nei giorni scorsi a Venezia e a Mestre, a tenere due conferenze, invitato dal progetto “Cambieresti?” del Comune di Venezia.

Lei propone una decrescita felice. Ma se io fossi un dipendente della Yomo, che produce yogurt, sarei poco felice al pensiero che tutti comincino a farsi lo yogurt in casa. Sarei licenziato…

Guardi, c’è un’affermazione ripetuta da tutti ma che non ha fondamento. Cioè che la crescita economica crea occupazione.

Perché, non è così?

No. E lo dico dati alla mano. Nel 1960 in Italia c’erano 48 milioni di abitanti e c’erano 20 milioni di persone occupate. Nel 2000 il prodotto interno lordo era aumentato del 360%, la popolazione era arrivata a 58 milioni di unità e lavoravano ancora 20 milioni di persone.

Cioè, in rapporto all’accresciuta popolazione, gli occupati sono perfino calati…

Esatto. Questo perché la crescita economica è legata alla crescita della produttività, resa possibile dalle nuove tecnologie. Per tredici anni ho fatto il preside in un paese del Piemonte in cui c’era una fabbrica di lampadine Philips. Ogni anno aumentava il numero delle lampadine prodotte ma non il numero degli occupati necessari a produrle.

Ciò non toglie che una decrescita economica riduca l’occupazione…

Sì, ma va fatta un’altra considerazione. Noi concepiamo il lavoro come qualcosa che si svolge in cambio di un salario con cui comperiamo delle cose.

Certo…

Allora: o pensiamo che lo scopo della vita sia avere più cose possibile, e che questo faccia crescere l’economia e quindi l’occupazione, oppure pensiamo che lo scopo della vita sia stare bene e abbiamo un concetto diverso di lavoro.

Che è quello che pensa lei…

Sì, uno dei pilastri della decrescita felice è la sobrietà. Cioè una riduzione dei consumi finali. Perché non è che avere più cose possibile corrisponda a stare meglio.

Quanto al lavoro?

Non esiste solo l’occupazione mercantile, quella cioè che serve solo per avere uno stipendio. Esiste anche il lavoro grazie al quale si producono delle cose che servono per il consumo personale e per quello dei familiari. E’ il caso del lavoro domestico delle casalinghe, che non produce merci, ma beni. E si arriva all’altro pilastro della decrescita felice.

Quale?

L’autoproduzione. Lo yogurt fatto in casa è il simbolo della autoproduzione. Autoproduzione significa spostare l’attenzione dalle merci ai beni. La merce è un prodotto fatto per essere venduto. Il bene è un prodotto fatto per essere autoconsumato. I pomodori del mio orto sono un bene e non una merce. Se uno sviluppa l’autoproduzione dei beni, ha bisogno di meno merci e quindi di meno soldi, e perciò di meno lavoro salariato.

Cambia lo stile di vita…

Sì. Se le cose me le faccio, se vivo più semplicemente c’è un’automatica riduzione del fabbisogno di denaro. Ne ho sempre più bisogno, invece, se sono vincolato alla catena del consumismo fine a se stesso. Cioè se penso che è meglio comprare lo yogurt invece di farmelo, se penso che la domenica è meglio mettermi in coda in autostrada per andare in un posto superaffollato piuttosto che starmene a casa a fare la passata di pomodoro.

Cambia anche il modo di fare turismo…

Certo: non è necessario mettersi tutti i giorni in auto, per stare un’ora in tangenziale, per andare al lavoro, per avere i soldi per mettersi in tangenziale la domenica per andare in un posto di montagna trasformato in un quartiere di città.

Immagino che lei ritenga non indispensabile che, in una famiglia, entrambi i coniugi lavorino…

Sì, oggi entrambi lavorano perché hanno consapevolmente o inconsapevolmente accettato di vivere in una dimensione esclusivamente mercantile. Ma nell’ottica della decrescita felice uno dei due può stare a casa.

Si tornerebbe ad un modello di vita d’altri tempi…

Io non dico che uno debba essere autarchico e autoprodursi tutto. Dico che vanno fatti degli spostamenti. Noi oggi siamo abituati a comprare tutto: la sfera mercantile è onnicomprensiva della nostra vita, a partire dalla vendita della nostra capacità di lavorare in cambio di un salario, per un’attività che non ha nulla a che fare con i nostri bisogni specifici. Io faccio delle cose di cui non ho bisogno, però questo mi dà un salario e compro tutto.

Ma che forme avrebbe questo riequilibrio?

Lei immagini un bersaglio con tre cerchi concentrici: nel cerchio centrale c’è l’autoproduzione di beni; nel secondo cerchio ci sono forme di scambio economico non mercantile, basate sul dono e sulla reciprocità, realizzate da piccoli gruppi di persone.

Dono e reciprocità sono parole grosse…

Dono, in effetti, è una parola che può creare equivoco: non è il regalo di Natale né quello di compleanno. E’ uno scambio di tempo, di disponibilità e di capacità professionali, che ha un valore economico ma non mercantile, perché non è mediato dal denaro. Uno scambio che ha sostanziato la vita nelle nostre campagne fino agli anni ’50 e che oggi qualcuno ha tentato di recuperare con iniziative come la Banca del Tempo. Con un vantaggio di fondo: lo scambio non monetario, basato sul dono e sulla reciprocità, crea dei legami sociali, mentre lo scambio mercantile non costruisce legami sociali.

E il terzo cerchio?

E’ quello mercantile, perché non ipotizzo nemmeno che l’autoproduzione e lo scambio non mercantile possano soddisfare tutti i bisogni delle persone. La sfera mercantile ha sempre fatto parte della società, ma ne era una parte e non il tutto.

Giorgio Malavasi
Tratto da Gente Veneta , no.23 del 2005 – www.gvonline.it/

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