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Dalla Casta all’Ipercasta

Evviva, il Senato-votificio grasso ha approvato in un baleno la (contro)riforma della Costituzione. Paladini in aula della #svolta epocale voluta dal duo Ma.&Si alcuni giovani rottamatori come Finocchiaro, Zanda, Schifani, Casini e naturalmente i fedelissimi Verdini e Romani. Tutti rigorosamente oggetto di baci e abbracci a cura del ministro Maria Elena Boschi, nell’emiciclo di palazzo Madama in festa per il lietissimo evento che ha commosso anche il sen. Razzi.

Si stabilisce che gli italiani cedono alla Casta altra sovranità soggettiva (convinti dai rottamatori che accada il contrario…): non potranno più esprimersi sull’elezione dei senatori né dei responsabili di Province e Città metropolitane; vedranno ridursi – anziché ampliarsi come sarebbe ovvio in una democrazia compiuta – gli strumenti di partecipazione ai processi legislativi (i referendum restano solo abrogativi – non propositivi – e si tenta di depotenziarli; le leggi di iniziativa popolare – da sempre oggetto di un’arrogante mortificazione a cura della Casta – vengono ulteriormente boicottate).

Seguirà una legge elettorale pomposamente denominata Italicum che nella migliore delle ipotesi concederà ai votanti il mercato ambiguo delle preferenze, accanto ai nominati dai capi bastone, a premi di maggioranza osceni – roba da oligarchia al potere – e altre misure che espropriano il cittadino del diritto di contare veramente.

Vien fatto di chiedersi chi o che cosa ispiri questa frettolosa e pasticciata modifica delle regole del gioco, messa sul tavolo, fra l’altro, col piglio del mercante che spara alto, chiede mille per ottenere 500 (soglie di sbarramento elettorale, firme per referendum e leggi popolari, varie amenità dal sapore un po’ aristocratico). Ma perché?

Se l’operazione andrà in porto, avremo un bel governo forte che finalmente potrà fare ciò che gli pare.
Come peraltro accade già da anni, fra decretazione e fiduce continue imposte a un Parlamento ridotto a ufficio ratifiche di valanghe di leggi scritte dall’esecutivo (che poi, però, spesso si dimentica di procedere con i provvedimenti attuativi). Ma allora di che cosa stiamo parlando, se quando il governo vuole, aggira senza difficoltà il presunto rallentamento da doppia lettura (peraltro già minimizzato dalle modalità di organizzazione dei lavori parlamentari).
Di fronte a queste storture istituzionali, si programma un futuro nel quale esse si aggraveranno, con il venir meno di una serie di contrappesi allo strapotere di una maggioranza elettorale che se va bene rappresenta un cittadino su cinque e forse tre o quattro elettori su dieci.

Basta fastidiosi processi di verifica, basta enti territoriali che si mettono di traverso alle decisioni del Grande Centro del potere nazionale: via le competenze regionali su robetta come infrastrutture e energia, con lo Stato che in ogni caso potrà applicare la clausola di supremazia.
Se Roma decide si tira dritto, non ci saranno resistenze locali che tengano; ciò non bastasse, il senato “federale” dei nominati sarà di certo un’ottima garanzia per i nuovi processi centralisti e autoritari goffamente camuffati come il loro contrario. Altro che ripensare le articolazioni del potere costruendo un sistema di sussidierietà che responsabilizzi e includa individui e comunità rafforzando nel contempo i meccanismi di controllo reciproco su etica e trasparenza nell’agire politico.

In questo tritatutto frenetico e compulsivamente cronoprogrammato, pare che i nostri eroi intenti a depotenziare l’agibilità democratica non siano neppure sfiorati dal dubbio che in questo modo si allontanino le persone e i gruppi sociali dalla politica istituzionale e si emargini drammaticamente il dissenso: un processo che in qualche modo dovrebbe invece indurre i nostri saggi quantomeno a un supplemento di riflessione.
Invece, avanti spediti verso una democrazia sempre meno rappresentativa, verso la delega in bianco.

Il tutto senza che la nuova Ipercasta sia in grado non dico di perseguire, data la complessità scivolosa del quadro globale, ma almeno di elaborare via via una visione per il sistema Paese, per correggere le criticità attuali e individuare le traiettorie di un possibile benessere condiviso. Fforse cultura, turismo-paesaggio-arte, energie rinnovabili, agricoltura sana, alta tecnologia e innovazione sono ambiti che se sviluppati diversamente disturberebbero troppo i vecchi poteri industriali consolidati e le loro corti, quel dieci per cento – e i suoi parassiti – che detiene oltre la metà della ricchezza nazionale (e negli anni della crisi permanente questo orrore distributivo si è aggravato: ricchi più ricchi, poveri più poveri).

Al contrario, l’Ipercasta nazionale perpetua e aggrava le solite, vecchie politiche: intende introdurre altre deregolamentazioni (tipo meno vincoli su cemento e inquinamento ambientale) ritenendo di poter replicare qualche breve stagione di floridità con i vecchi copioni industrialisti e una buona dose di privatizzazioni di servizi pubblici (dal popolo sovrano bocciate recentemente in un odiato referendum, #machisenefrega…).

Apparentemente non è sfiorata, l’Ipercasta, nemmeno da un altro dubbio: che l’origine del fallimento siano esattamente quelle ricette di (non) politica economica tradotte in decenni di furore ideologico liberista, ricette che hanno reso precaria la vita di decine di milioni di persone e oggi continuano a seminare insicurezza e malessere sociale (l’attuale governo sta dando il suo contibuto fattivo, per esempio liberalizzando i contratti a termine).

In Italia, come in altri Paesi, entrambi i principali schieramenti politici, probabilmente a corto di idee proprie di qualche spessore, hanno adottato più o meno acriticamente questo gabbia ideologica (qualcuno con una spruzzata di pietismo cristiano o postmarxista) che è all’origine dell’inquietante scenario sociale e economico ma che paradossalmente viene ancora ritenuta salvifica.

D’altra parte i medesimi schieramenti facevano a gara, negli anni Novanta e seguenti, a sbeffeggiare o a criminalizzare i cosiddetti movimenti no global, che preconnizzavano i rischi gravissimi di una deregolamentazione generalizzata con la massima concorrenza imprenditoriale in ogni possibile dimensione esistenziale e angolo del Pianeta.

Politiche squilibrate a favore delle industrie hanno reso le persone, lavoratrici o disoccupate, sempre più schiave dei meccanismi spietati del mercato globale: la sfera del benessere umano diffuso non è contemplata.
Anche durante governi formalmente socialdemocratici è proseguito in realtà l’abbruttimento delle relazioni economiche, con perdita di terreno rispetto alle conquiste ottenute con le sofferte lotte operaie del Novecento soffocate anche con le guerre.
Il tutto senza che parallelamente nei Paesi poveri o meno ricchi del mondo si sia avviato un serio processo perequativo: semplicemente sono diventati una grande miniera di forza lavoro a buon mercato nell’epoca delle delocalizzazioni.
Chi se ne andava e chi si dilettava nei giochi finanziari speculativi, nell’arricchimento facile che ha lasciato la maggioranza con il cerino in mano: “We are 99%” è lo slogan del movimento americano Occupy, nato pochi anni fa per contestare un modello squilibrato, fatto di sfruttamento degli esseri umani e dell’ambiente naturale.

Un modello generato dall’apatia connivente della politica istituzionale, ridottasi a fare da spalla al mercato padrone.

Oggi si profila all’orizzonte un altro passaggio delicato: sta procedendo la trattativa del partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTPI, Transatlantic Trade and Investment Partnership), vale a dire il libero scambio fra Ue e Usa. In altre parole, un nuovo allineamento al ribasso delle tutele per i lavoratori, delle norme antinquinamento ambientale e di altre regolamentazioni a tutela delle comunità umane (per esempio il divieto di coltivazioni Ogm in Europa). Per le grandi industrie e i giocatori d’azzardo dei mercati finanziari, un’altra boccata d’ossigeno, per il 99% altre fonti di preoccupazione e di riduzione delle sicurezze esistenziali.

La nuova Ipercasta italiana si sta ben guardando dal rendere il TTPI, o altre simili quisquilie, oggetto dell’attenzione pubblica ai tempi della “fondamentale e indifferibile” controriforma del Senato. In proposito anche gran parte dei mass media paiono distratti, come purtroppo capita sovente.

D’altra parte la stessa creazione dell’Ipercasta, oggi in corso a Roma, non era nei programmi elettorali fra i quali gli elettori italiani hanno potuto scegliere nel febbraio 2013 mediante uno strumento legislativo di conclamata incostituzionalità.
Ed è un po’ grottesco che gli eletti con un sistema non rispettoso della Carta fondamentale si prendano la libertà di stravolgerla (senza avvisarci prima), invece di levare il disturbo e di richiamare i cittadini alle urne garantendo loro uno strumento decisionale decente.

In un’epoca scivolosa in cui altrove in Europa vediamo capi di governo che già teorizzano e praticano allegramente la democrazia illiberale delle maggioranze-padrone, qui da noi – nel nostro piccolo – ci resta la sgradevole sensazione di essere spettatori impotenti di fronte a manovre politiche da vecchio regime (altro che “svolta”) e in parte oscure (vedi alla voce Patto del Nazareno).
Speriamo che non sia davvero l’anticamera di un esproprio oligarchico ai danni di una democrazia intesa come massimo accesso di ognuno alle decisioni collettive, specie quando esse influenzano la qualità della vita.

Consoliamoci con lo spettacolo di questi giorni a palazzo Madama: i vecchi amici che si ritrovano, si baciano e si abbracciano coinvolgendo qualche giovane costituente da svezzare.
È sempre bello quando trionfa l’amicizia e noi spettatori possiamo stare sereni. Come nel più classico happy end hollywoodiano.

Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

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