Nonluoghi Archivio Margara: «Senza misure alternative recidiva e insicurezza aumentano»

Margara: «Senza misure alternative recidiva e insicurezza aumentano»

[ dal quotidiano Il Manifesto – www.ilmanifesto.it – del 4 ottobre 2007 ]

di Matteo Bartocci

I pacchetti sicurezza? «Di sicuro portano male. Nel 2000 quello dell’Ulivo fu l’anticamera della vittoria di Berlusconi. E in Francia Jospin spalancò le porte a Le Pen». Se la cava con una battuta, Alessandro Margara – storico magistrato di sorveglianza a Firenze, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e presidente della Fondazione Michelucci di Fiesole. Ma poi si fa subito serio: «E’ la stessa idea di pacchetto sicurezza che porta il segno di una sconfitta. Io non so se il centrosinistra oggi voglia ripercorrere la strada perdente del 2001, però i ministri si dovrebbero rendere conto dell’impatto di quello che dicono: ‘Tolleranza zero’ non significa altro che intolleranza».

Il ministro Amato rilancia la «tolleranza zero» cara a Giuliani. La convince?

Si parla del presunto successo di Giuliani a New York senza saperne nulla. Consiglio ad Amato di leggere «Punire i poveri», un bel saggio di Loc Wacquant in cui si dimostra che la criminalità era in diminuzione già da tre anni prima che Giuliani fosse eletto sindaco. Che in tutti gli Usa e in Canada la criminalità calò soprattutto per il buon ciclo economico e perché era cresciuta l’immigrazione femminile. I veri effetti della «tolleranza zero» sono stati l’aumento solo negli Usa del 47% del tasso di carcerazione e il «boom» dei fondi per la polizia, che purtroppo aumentò anche il suo tasso di violenza. Purtroppo tutti i politici amano le parti in commedia dove si predilige lo slogan all’azione concreta. Del resto se rispondi a un’emergenza con un luogo comune almeno vai sul sicuro. Intendiamoci bene: il problema sicurezza esiste. Ma le emergenze si possono sempre creare.

Lei è stato uno dei protagonisti del dibattito culturale che ha portato alla riforma Gozzini. Insieme al senatore della Sinistra indipendente discutevano personalità come Ernesto Balducci, La Pira, Dossetti, Don Milani. Come nacque quella legge?

La legge Gozzini, nel 1986, superò le prudenze e le timidezze della riforma dell’ordinamento penitenziario approvata nel ’75, che abbandonò l’impostazione afflittiva della detenzione e recepì con ben 27 anni di ritardo l’articolo 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena. La Gozzini fu approvata col pieno accordo delle forze politiche allora dominanti, ben rappresentate nella commissione giustizia: il presidente era Giuliano Vassalli, il vice era Mario Gozzini e c’erano i due esperti di area cattolica e comunista, Domenico Gallo e l’avvocato Ricci. Il clima di allora era molto diverso. Ricordo un articolo di Miriam Mafai, che sosteneva che la società politica era più avanti di quella generale. Oggi forse c’è il problema opposto. Gli attuali protagonisti della politica mi pare gareggino nel rinnegare i loro predecessori e la loro storia.

Sono efficaci le misure alternative?

Sono misure che funzionano. I dati del Dap relativi agli ultimi 7 anni dicono che la recidiva di chi è in affidamento è sotto al 20%. Mentre per chi sconta tutta la pena in carcere è del 68,5%. Il rischio statistico di nuovi reati da parte di chi gode di misure alternative è circa l’1 per mille, lo 0,14%.

Sette detenuti su dieci una volta fuori tornano a delinquere. Non è un’enormità? La prova che il carcere non è la misura più efficace per garantire la sicurezza?

E’ la prova che il carcere è inefficace se non si muove a tappe insieme alla misura alternativa, che è il miglior filtro per contenere il numero di detenuti. Per i reati più gravi è indubbio che il carcere si deve fare. Ma una prospettiva di puro contenimento non migliora le persone. La cosa più grave di questo dibattito sono i messaggi che si mandano al carcere e al sistema giustizia. E il nostro, lo sappiamo, è un carcere sempre in bilico tra afflittività e rieducazione. Amato dice che i giudici ci devono pensare di più, ma i dati dimostrano che ci pensano già abbastanza. Temo che saranno ancora più rigidi.

Però si infittiscono le critiche alla magistratura, accusata di «scarcerazioni facili».

Non si può imputare alla magistratura di sorveglianza una particolare facilità allo scarcerare. E’ vero il contrario: i detenuti negli anni sono aumentati molto ma il numero di beneficiari di pene alternative si è mantenuto più o meno costante. Quindi in proporzione sono diminuiti.

Da che dipende, secondo lei?

I magistrati sono sempre molto attenti a quello che possono fare. Anche perché in questa funzione negli anni è prevalso lo spirito di dover difendere l’esecuzione della pena come tale. L’idea di garantire effettivamente l’esecuzione della punizione oggi è prevalente. Invece il momento creativo di questa magistratura era poter cercare di dare a tutti le misure alternative dopo che il carcere aveva lavorato per un certo numero di anni.

Che ne pensa del caso Piancone?

A suo modo è un caso di scuola. Piancone ha scontato 25 anni di carcere, era dentro dal ’78. Mi pare che con 22 anni si può avere la liberazione condizionale, che è un istituto del codice Rocco. Quindi liberarlo nel 2004 non mi pare un errore. Il punto è un altro. Spesso purtroppo il controllo di queste persone si riduce a un vaglio formale. Mi dispiace per chi difende la privacy ma si deve sapere come vivono, qual è il loro rendimento sul lavoro, quale la loro condizione familiare se c’è, se spendono più di quanto guadagnano. Oggi è tutto sulle spalle del magistrato di sorveglianza ma invece è la struttura penitenziaria che dovrebbe farsi carico di una gestione così complessa. Bisognerebbe darle mezzi che non ha: non si tratta di stabilire un orario di lavoro ma di capire come lavora una persona. Insomma, bisogna conoscere effettivamente se il recupero è in corso oppure no. Ognuno di loro ha a disposizione una scelta: se continuare a essere un delinquente o dire basta. Ma per intuire i modi in cui arriva a deciderlo bisogna conoscere davvero quella vita. Anch’io ho i miei trascorsi poco brillanti. E ci penso da tutta la vita.

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