Nonluoghi Archivio L’interesse sospetto per i “nordici”

L’interesse sospetto per i “nordici”

di Bruno Amoroso

Der var engang et yndigt land… (c’era una volta un bel paese) scriverebbe oggi lo scrittore danese Hans Christian Andersen, con l’apparente leggerezza della sua penna.
Racconterebbe di un piccolo paese, povero ma felice, dove non più di cinquanta anni fa, quando tutti i paesi europei si rincorrevano nel devastare le loro società rurali per erigere le cattedrali del fordismo e delle società per azioni e far spazio alle auto, conservava un’alta percentuale d’attività nell’agricoltura, sceglieva la via della piccola impresa e del movimento cooperativo, e della bicicletta.
La guerra fredda dominava in Europa, con i paesi schierati dall’una e dall’altra parte del muro, mentre il suo paese insisteva su principi di neutralità e di coesistenza tra est e ovest. Il consumismo portava la ricchezza dei ceti medi e la povertà nelle città europee, mentre il suo paese, che già aveva realizzato il sogno della transizione dall’«elemosina» alla «solidarietà» alla fine dell”800, portava avanti le sue riforme sociali e dell’istruzione.

Una storia lunga un secolo

Quella piccola comunità di meno di 4 milioni e mezzo di danesi organizzò un sistema di servizi ed un settore pubblico, statale e locale, al servizio della comunità nel quale tutti i suoi abitanti potevano sentirsi benvenuti. Una forte cultura comunitaria, creata durante il periodo delle riforme agricole e religiose, fu restaurata su nuove basi dal Patto sociale tra il movimento operaio e le altri classi e ceti sociali.

Il principio dei diritti e doveri fu sostituito con quello della solidarietà, che sottrasse i rapporti tra le persone e tra queste e le istituzioni ad ogni calcolo contabile. La progressività della tassazione (con una forbice dal 13% a più del 100%) per finanziare i servizi gratuiti per tutti era lo strumento condiviso da rispettare e sviluppare. La sovranità era intesa come la possibilità delle persone, delle famiglie, delle comunità, degli stati nazionali e dell’umanità tutta di scegliere le proprie forme d’esistenza e d’emancipazione in coerenza con i propri costumi, culture, tradizioni e aspirazioni. Fiorisce l’istruzione in tutti i settori, in tutte le forme ed età, in un sistema pluralista e pubblicamente finanziato. Solo le università restano saldamente nelle mani dello stato. La formazione delle classi dirigenti, si sa, la borghesia vuole controllarla direttamente. Per questo gli studi universitari non sono tra i desideri dei ceti popolari. In Danimarca, il movimento operaio e i cittadini in generale preferiscono la strada di governare la propria vita e cambiarla «senza prendere il potere». Alla democrazia politica partecipativa nel 1800, seguì la democrazia sociale nel 1900.

Gli anni `60 e `70 videro un fiorire d’iniziative e innovazione sociale dalle scuole all’università (nascono le nuove università «sperimentali» di Roskilde e Ålborg), e ai giovani si aprirono nuovi spazi di sperimentazione dell’autogoverno, e di forme alternative di convivenza (nasce la Città libera di Cristiania a Copenaghen). Gruppi d’immigrati valicarono la frontiera del paese, incoraggiati dalle richieste dell’industria oppure dal diritto di asilo politico, e a loro fu aperta la strada dei diritti di tutti gli altri abitanti del piccolo regno. L’integrazione era perseguita, ma come offerta per i nuovi «ospiti» e nel rispetto delle loro culture, non come costrizione e richiesta di omologazione. Uno dei teorici e politici che più hanno contribuito alla creazione dello stato del benessere in Danimarca, Bent Rold Andersen, notava agli inizi degli anni `80: «L’unicità dei paesi nordici non risiede in particolare nell’ampiezza del settore non di mercato, nel livello dei sussidi, e neanche nella spesa per la sicurezza sociale. La specificità di questi paesi deve essere cercata soprattutto nel modo in cui questi servizi e benefici sono organizzati, nelle regole per l’accesso ai diritti, e dall’assenza d’ogni legame tra il loro finanziamento e le possibilità d’accesso». Insomma, contrariamente al modello tedesco allora prevalente in Europa, la Danimarca era un paese di persone d’eguale dignità euguali diritti, da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i propri bisogni e aspirazioni. Il paese si basava su un patto di solidarietà tra generazioni e tra «deboli e forti» per il bene comune, non sul «lavoro» o la «competitività» o i «profitti».

Globalizzazione e benessere

Alla fine degli anni `70 divenne chiaro che la crescente finanziarizzazione dell’economia e l’uso capitalistico della ricerca e delle tecnologie ponevano nuove sfide che andavano affrontate con una nuova svolta che completasse le prime due: alla democrazia politica e a quella sociale doveva ora far seguito la democrazia economica. La democrazia, insomma, andava estesa all’economia capitalistica Si voleva così riprendere il controllo sulla società che i nuovi meccanismi della globalizzazione capitalistica minacciavano, cambiando i contenuti del vecchio Patto sociale che assegnava ai capitalisti la direzione dell’economia e la guida dello stato al movimento operaio. Una divisione dei compiti non più adeguata alle nuove sfide che richiedevano nella condivisione di tutte le scelte importanti che riguardano la vita delle persone e delle comunità anche gli investimenti, le tecnologie e l’organizzazione del lavoro. È a questo punto che invece di rinegoziare il Patto sociale i capitalisti, oltre a mantenere ed estendere il controllo sull’economia, iniziano anche a occupare lo spazio della politica e del governo della società. I sindacati sono spinti nell’angolo dell’economia e della contrattazione, sempre più individualizzata e frammentata; il «calcolo economico» secondo logiche aziendali è reintrodotto nella gestione del bene comune e dei beni e servizi pubblici con la riscoperta del legame tra contributi pagati e servizi percepiti; inizia il logoramento delle politiche e delle istituzioni portanti del sistema del benessere. Questi cambiamenti sono presentati come il prezzo da pagare per entrare nella globalizzazione e per europeizzare la società danese. L’opposizione popolare in Danimarca e negli altri paesi scandinavi a questo ricatto è ben nota.

La progressività del sistema fiscale è contestata; la tassazione sui redditi diminuisce dal 73% del 1985 al 64% d’oggi ed esistono richieste di ridurla ulteriormente sui modelli della flat tax, mentre la tassazione sulle imprese diminuisce dal 50% al 30% circa. La «scelta» del lavoro, fatta prima su criteri d’aspirazioni professionali e di compatibilità con le scelte familiari e personali, diviene un «obbligo». E’ affermata la centralità della produttività e del «capitale umano», e la flexicurity sostituisce il Patto di solidarietà. In caso di disoccupazione, per scelta o per costrizione, la libertà di rifiutare un nuovo lavoro con la copertura della protezione del reddito data dal sistema d’assicurazione sociale, è progressivamente condizionata e limitata: da un periodo illimitato ai quattro anni attuali con la proposta avanzata di ridurli a 3. Gli obblighi di accettare offerte di lavoro si fanno sempre più stringenti. La copertura del reddito per disoccupazione è del 90% rispetto al reddito percepito, ma con un tetto da reddito medio basso (circa 150.000 Dkk) e con un sistema crescente di pressioni e vincoli alla formazione e al mercato del lavoro.

Flexicurity cambia tutto

Un sistema sociale rivolto a garantire la libertà di scelta delle persone con il diritto al reddito dalla «culla alla bara», si trasforma con la flexicurity in un diritto condizionato all’accettazione del principio della trasformazione del cittadino in «forza lavoro» e al «mercato del lavoro» come fattore guida delle scelte personali e familiari. In caso d’uscita dal mercato del lavoro dopo i 4 anni previsti di disoccupazione assistita con l’entrata nel sistema del reddito sociale, anche questo reddito, prima illimitato e incondizionato, viene ora gradualmente ridotto e condizionato in un periodo di continue sollecitazioni ad accettare qualunque forma di lavoro. Il livello di reddito sociale percepibile è inoltre discrezionale da parte degli uffici sociali locali e causa d’intrusione nella vita delle persone soprattutto nel nuovo quadro culturale neoliberista.

Il risultato finale è che un numero crescente di persone, ultracinquantenni, immigrati, ecc., si sottraggono a ogni forma di controllo sociale: oggi si calcola che in Danimarca esistano circa 25.000 persone senza fissa dimora, che è possibile incontrare nelle città intorno ai calderoni fumanti della zuppa distribuita nei vari punti delle città dall’«esercito della salvezza». Si è così tornati all’esclusione sociale totale e «dalla solidarietà all’elemosina». La povertà prima scomparsa dalla società danese è ora riapparsa nelle strade delle città.

La pace cede alle armi

L’epoca degli esperimenti sociali e di vita è finita. Cristiana è in via di chiusura e l’aziendalizzazione delle università e dei servizi pubblici in generale in fase avanzata. Gli «esperimenti» devono finire, come dimostrano i continui attacchi contro l’Università di Roskilde.
Quelli che erano efficienti servizi pubblici come gli ospedali registrano oggi una caduta di qualità riscontrabile anche nel calo della durata media di vita. La politica d’integrazione degli immigrati, soprattutto verso i giovani di seconda e terza generazione, in questo quadro di crescente mercificazione e occidentalizzazione del paese, è al fallimento come in altri paesi europei. La sobrietà tipica della società danese è gradualmente sostituita dai consumi di lusso, dagli sprechi energetici, dallo status della nuova borghesia europea e globale. Quelli che sono stati i fiori all’occhiello dei paesi scandinavi per decenni, le politiche di cooperazione nei paesi terzi e iniziative di pace, appassiscono. Le politiche di cooperazione danese sono ora orientate da un unico filone: l’appoggio alla crescita di progetti per il settore privato dell’economia nei paesi terzi capaci di dimostrare ricadute positive per l’industria danese.
La tradizionale politica di neutralità si trasforma nella partecipazione militare a tutte le avventure più spietate dell’occidente, dalla Jugoslavia all’Afghanistan all’Iraq. Queste politiche, realizzate per oltre un ventennio, sono condivise dal quadro politico ufficiale, compresa la socialdemocrazia.

*Bruno Amoroso è docente di Economia internazionale e dello sviluppo all’università di Roskilde vicino Copenaghen

[ Tratto da Il Manifesto del 4 dicembre 2005 – www.ilmanifesto.it ]

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