“Primum non nocere”. Questo aforisma, che evoca Ippocrate e una corretta prassi medica, è stato ripetuto più volte, ieri, dal premio Nobel Joseph Stiglitz nel corso della sua lectio magistralis tenuta alla Camera dei deputati.

Il celebre economista americano ha ripreso questo concetto riferendosi all’azione politica: di fronte alla complessità del quadro globale e alla progressiva cessione di sovranità a beneficio dei poteri economici, le classi dirigenti elette devono innanzitutto evitare con i loro provvedimenti di peggiorare una situazione già critica.
Insomma, meglio astenersi che varare leggi dannose.

In linea generale, l’analisi di Stiglitz sulle permanenti difficoltà economiche europee pone sul banco degli imputati la nascita prematura della moneta unica e la sua successiva gestione che ha generato “un sistema inefficiente e intrinsecamente instabile”, con “distorsioni profonde” e prevedibili dell’economia.
In altre parole, l’euro e le sue politiche “non hanno funzionato” e producono sofferenza e disagio sociale; esiti che si potevano prevenire, ma al contrario si persevera anziché modificarne drasticamente la rotta.

Secondo il premio Nobel, gli Stati devono rilanciare intelligentemente gli investimenti e se ciò è impedito dai vincoli europei saranno questi ultimi a dover essere messi in discussione con una “riforma della struttura dell’eurozona” che va indotta dalla politica, perché ovviamente il “cambiamento non potrà avvenire spontaneamente”.

Di fronte alla platea dei parlamentari italiani, ieri Stiglitz ha rivolto anche un richiamo forte alla trattativa in corso sul partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTPI, Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo di libero scambio fra Ue e Usa basato su premesse di deregolamentazione estrema.
“Dovreste porre la massima attenzione – ha ammonito il premio Nobel – a questa vicenda che rischia di stravolgere il quadro normativo sottraendo ai singoli Paesi la sovranità per regolamentare una serie di materie nodali. Se passerà questo accordo, si ridurranno pesantemente le tutele per i lavoratori, i consumatori e l’ambiente naturale. Aumenteranno l’inquinamento e le problematiche sociali. Io vi consiglio vivamente di non sottoscriverlo”.

Data l’assenza dalla pietosa agenda politica nazionale di questo e di altri temi cruciali, sarebbe bello sapere quanti dei parlamentari italiani sapessero di che cosa stesse parlando lo studioso americano.

Di certo in questi ultimi mesi e anni la classe politica italiana non ha mostrato alcuna sensibilità nei riguardi delle criticità indicate da Stiglitz: ambiente, salute, processi produttivi, condizioni di lavoro, diseguaglianze di reddito e patrimonio (in proposito la storia degli ottanta euro sembra più che altro la ricerca di un alibi, nel Paese in cui da molti anni i ricchi diventano sempre più ricchi).

Appartengono a questa grande bolla conformistica anche alcuni cosiddetti giovani politici, che peraltro frequentano poltrone e meccanismi di potere fin da tenera età, al punto che forse, in realtà, oggi a loro volta sono già vecchi.

E se è vero quel “Primum non nocere”, vien fatto di chiedersi se non rappresenti un danno sociale l’aver dedicato mesi e mesi di attività politica a destrutturare la rappresentanza democratica, prima togliendo ai cittadini il diritto di voto per le Province (ora oggetto di una grottesca spartizione fra i partiti che voteranno – solo loro – domenica) e poi teorizzando la stessa sorte per l’elezione nientemeno che del Senato della Repubblica.

Per non dire di altre mostruosità istituzionali, come la proposta di una legge elettorale ritagliata su misura da alcuni partiti per escludere le minoranze dal Parlamento e per ridurre al minimo i margini di intervento dei cittadini votanti.

Fra le altre amenità riservateci negli ultimi mesi, la liberalizzazione dei contratti a termine e il consolidamento sostanziale di rapporti di lavoro caratterizzati da una pervasiva precarietà, con il legislatore (o per meglio dire il potere esecutivo che comanda le norme repubblicane) sempre schierato dalla parte di chi governa i rubinetti finanziari e detta le premesse sui rapporti di forza fra imprese e lavoratori.
Non sorprenderà, dunque, se ora un nuovo contributo arriverà dal famoso Jobs Act, uno dei tanti camuffamenti che ricorrendo a titoli di seconda mano e dal sapore anglosassone spacciano per “riforme” pacchetti di norme largamente regressivi che nella migliore delle ipotesi perpetuano uno status quo inaccettabile, fatto di crescenti diseguaglianze e sofferenze sociali.

È il favoloso mondo delle slide e delle rassicuranti camicie bianche.

Un mondo che riesce a rivendere come innovazione anche le vecchie prassi di cementificazione e industrialismo sguaiato che hanno devastato il Paese negli ultimi decenni: più inceneritori e più catrame per tutti, con Roma che decide sopra la testa dei cittadini e dei territori.
Questa è la grande “novità” del decreto cosiddetto “Sblocca Italia” (ma perché insistono con questi nomi altisonanti? “Salva Italia”, “Decreto del fare”, “Destinazione Italia”… non hanno il sospetto che portino un po’ male dato che nel frattempo tutti gli indicatori economici peggiorano?).

Altro che nuove visioni industriali, incentivi alle imprese che innovano davvero e creano lavoro, conversione “green” in settori strategici come l’energia (a qualcuno piace fossile), i trasporti e la mobilità (terreni di potenziali investimenti intelligenti, invece siamo il Paese del tutti in macchina), il turismo serio o l’agricoltura (il biologico è anticiclico, “tira” anche nella crisi, ma i governi lo ignorano oppure lo ostacolano).

Il peggio è che se qualcuno fa gentilmente e timidamente notare al macchinista che, forse, sta infrangendo la regoletta base del “Primum non nocere”, questi non è che risponda con qualcosa del tipo “mah, non pensavo, però fammi capire…”.
No, replica cortesemente con frasi del tipo: “Non mi fermeranno”; “Io non mollo, basta gufi”; “Con me cascano male”; “Non arretro di un millimetro”.
Finanche un bel “tiro dritto” e un rassicurante “le cose vanno cambiate in modo quasi violento”.
Dolce stil novo.

Se questo è l’andazzo, c’è quasi da augurarsi che il Parlamento si avviti ancora per qualche semestre nello spettacolo ineffabile di questi giorni, che giochi a votare all’infinito due giovani volti per la Corte costituzionale e ci risparmi la ratifica di nuove leggi fantasiose scritte male dall’esecutivo e corrette da qualche mano pietosa e connivente nelle commissioni.

Primum non nocere, adda passà ‘a nuttata.

Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

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