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Dopo Napoli: movimento per la giustizia globale, rete di piccoli gruppi...
Un altro intervento nel dibattito sulle prospettive dopo il NoGlobal e verso il G8 di Genova
 

di GIANNI SCOTTO

    L'intervento di Renata, Alessandro, Lea ed Emanuele sul sito di Nonluoghi 
centra una serie di problemi assai attuali nel movimento italiano 
anti-globalizzazione (o come preferirei chiamarlo: per la giustizia 
globale). Vorrei fare in merito alcune osservazioni, e due o tre proposte.

    La prima osservazione è che le dinamiche insoddisfacenti interne al 
movimento hanno una radice perlomeno decennale: chi ha partecipato (come 
me) al movimento della Pantera e a quello contro la guerra del Golfo a 
Napoli un decennio fa si rende conto che la descrizione delle tre 
componenti di base di quei movimenti nella mobilitazione napoletana dei 
giorni scorsi si ripete pari pari da allora: 1. formazioni politiche e Ong 
che tendono a essere "omologate" all'esistente 2. movimento antagonista, 
che spesso persegue una strategia di escalation e agisce sulla base di 
analisi alquanto semplificate della realtà sociale e dei conflitti che la 
attraversano; 3. un impressionante numero di persone "alla ricerca", 
desiderose di cambiamento, ma ugualmente scettiche di fronte alle tattiche 
compromissorie degli uni e agli atteggiamenti di chiusura degli altri.

   Mentre scrivo queste righe vivo emozioni contrastanti: da un lato 
riconoscere che dai tempi in cui ho vissuto i movimenti in prima persona è 
passato un decennio; dall'altro scoprire che alcune dinamiche sono rimaste 
pressoché immutate. Vale quindi la pena riflettere sulla continuità tra 
quegli eventi lontani e il movimento di oggi.

   Prima di approfondire il tema della crescita e maturazione di un movimento 
di opposizione alla globalizzazione ineguale, bisogna sottolineare con 
forza che la risposta delle istituzioni statali ha subito un significativo 
regresso: la brutalità dimostrata dalle forze di polizia a Napoli mi sembra 
di una qualità nuova. Gli eventi ci dicono che è urgentissimo cominciare a 
mobilitarsi per difendere i diritti civili qui ed ora: documentare le 
violazioni, educare ai diritti umani, premere sulle forze dell'ordine per 
fare in modo che cambino (quale formazione viene offerta ai poliziotti che 
vengono spediti con il manganello in mano a fronteggiare le 
manifestazioni?). Chi È che si occupa di diritti civili a Napoli?

   Venendo alla natura del movimento italiano per la giustizia globale, ciò 
che Renata e gli altri mettono in discussione è la caratterizzazione dei 
fini e il rapporto tra questi e i mezzi che il movimento intenderà 
impiegare. È un tema centrale, anzi è il tema per eccellenza da quando 
esistono i movimenti per la trasformazione. Mi permetto di avanzare, da 
esterno, alcune proposte per lo sviluppo del movimento.

  La tradizione molteplice della nonviolenza ha dato una serie di risposte 
sia al tema dei fini (che società abbiamo in mente, quale nuovo mondo 
vogliamo) sia al rapporto tra questi e i mezzi. Mi sento di fare 
un'osservazione in proposito: è urgente collegarsi con la ricca esperienza 
dei movimenti nonviolenti, farne tesoro, renderli patrimonio condiviso: 
Aldo Capitini, Danilo Dolci, il movimento delle donne, le iniziative per la 
pace e l'approccio del training alla nonviolenza negli anni novanta  e si 
potrebbe continuare.

   Riguardo al qui ed ora, a me sembra che sia giunto il momento di congedarsi 
da due suggestioni: il leader e la massa.

  Sul leader: certo Berlusconi e il subcomandante Marcos incarnano due 
visioni del mondo alquanto differenti, ma il meccanismo di identificazione, 
la costruzione dell'eroe, il rapporto con i seguaci hanno qualche 
(inquietante) similitudine. Mi piacerebbe un movimento adulto, liberato 
definitivamente dalla figura paterna e rassicurante del leader.
Sulla massa: nel momento in cui rinunciamo ad articolarci in quanto 
individui e ci rifugiamo nel numero, perdiamo una colossale occasione di 
emancipazione. Chi ha fatto l'esperienza del 1990, o dei movimenti 
studenteschi precedenti, sa che esistono pochi rituali più inconcludenti 
dell'assemblea, spazio solo apparentemente democratico. Schiacciare le 
forme di autoorganizzazione di un movimento di protesta nei rituali del 
corteo e dell'assemblea consegna il movimento al velleitarismo e alla 
superficialità.

   L'alternativa alla massa è il piccolo gruppo di persone (idealmente 20 o 
30) in cui ognuno/a può esprimersi e concorrere a elaborare un punto di 
vista comune. L'alternativa al leader è il moderatore, o facilitatore, che 
si prende cura del processo di discussione e fa sì che tutti abbiano la 
possibilità di esprimere la propria voce.

   Lo sviluppo di un movimento, la sua crescita e maturazione avvengono nel 
momento in cui proviamo a rispondere -  tutti insieme, e ciascuno/a con la 
propria voce  a una serie di domande cruciali:
- dove ci troviamo? Occorre partire da un'analisi della realtà attuale, del 
conflittto che abbiamo di fronte, delle forze in campo, delle prospettive 
di lavoro.
- in che direzione vogliamo muoverci? Si tratta di formulare con chiarezza 
il tipo di futuro che desideriamo. Un altro mondo è possibile, ma come 
potrebbe essere.
- cosa possiamo fare noi? Esaminare e lavorare sul potenziale di 
cambiamento che qui ed ora abbiamo a disposizione
- cosa devono fare le istituzioni? chiarire e approfondire i diritti che 
abbiamo, e gli obblighi che ne conseguono per le istituzioni  locali, 
nazionali e internazionali - con cui abbiamo a che fare.

  Tutta la vita di un movimento e dei gruppi che lo compongono si scandisce 
in fondo intorno a questi concetti: analisi, visione, potere, diritti. Far 
maturare il movimento significa lavorare con costanza e lunga lena su 
questi quattro campi. Per fare questo, però, c'è anche bisogno di un certo 
grado di organizzazione. Bisogna creare gruppi e organizzazioni che 
sappiano stare nel movimento; tessere reti tra soggetti diversi e riuscire 
a creare comunicazione. In Italia, la rete di Lillliput, la rivista Carta, 
il sito Nonluoghi cercano di fare questo, e non mi sembra un caso che siano 
tra le realtà più vive del panorama italiano.

   Un'ultima riflessione: è importante non lasciarsi prendere la mano dagli 
alti e bassi tipici di ogni movimento, ma continuare a lavorare nella 
direzione che si è persuasi di percorrere. Ogni conflitto ben condotto è in 
fondo una vittoria.
 
 
 



 
o Riceviamo da Gianni Scotto, ricercatore al Centro Studi Difesa Civile di Roma
e al Berghof Research Center for Constructive Conflict Management di
Berlin, un  primo contributo al dibattito avviato da
Renata Pepicelli, Alessandro Leogrande
Lea Nocera, ed Emanuele Valenti con il documento che hanno scritto a Napoli, sulla scia del NoGlobal, questo documento critico per contribuire 
al dibattito sulle prospettive 
del movimento contro la globalizzazione neoliberista.
 

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(30 marzo  2001)

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