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Caro segretario, questo contratto e questo sindacato non vanno...
La pericolosa flessibilità dei giornalisti: lettera aperta al leader dellla Fnsi
 

    Il LETTERA APERTA AL SEGRETARIO NAZIONALE DELLA FNSI 
PAOLO SERVENTI LONGHI


Ho partecipato come membro di un comitato di redazione alla conferenza nazionale dei Cdr, il 29 marzo 2001, a Roma, dove rappresentavo le posizioni sull'ipotesi di rinnovo contrattuale espresse dai miei 44 colleghi del quotidiano di Trento l'Adige.
Avevo in tasca un preciso mandato affidato all'unanimità dall'assemblea dei redattori al Cdr: chiedere la riapertura del confronto fra il sindacato dei giornalisti e la federazione degli editori su alcuni punti della bozza ritenuti non accettabili. Una posizione simile a quella espressa dalle assemblee di numerose altre testate di tutta Italia.

Il punto di non ritorno

Il particolare, il punto "di non ritorno" da correggere assolutamente era indicato nella modifica dell'art. 4 che avrebbe regalato agli editori uno strumento di flessibilità pressoché selvaggia in virtù della parcellizzazione dell'orario di lavoro del giornalista nell'ambito di più testate di proprietà dell'editore o di società da questi controllate. Ciò significa, di là dai cavilli interpretativi, che in prospettiva l'editore potrà liberamente disporre della parte "non prevalente" del tempo del giornalista destinandolo al lavoro in redazioni diverse: si profila un futuro nel quale, per esempio, se sei un cronista e ti ha assunto un giornale, poi dovrai adattare il tuo bell'articolo alle esigenze del portale Web messo su da una società controllata dal tuo padrone e/o - se ti resta qualche ritaglio di tempo - per andare in diretta alla radio o alla tv. Se ti va male e sei un cuciniere dell'impaginazione, sarai semplicemente costretto a saltellare al tuo desk da un medium all'altro facendo di tutto e di più. Altro che spazi per l'indagine giornalistica, per l'approfondimento, la riflessione. Giù la testa!

Passa la logica della massimizzazione della produttività giornalistica. E per produttività s'intende il numero di notizie assemblate alla catena di montaggio dell'informazione, non i loro contenuti. Altro che l'informazione di qualità con il bollino blu che si evocava con toni barricaderi all'inizio della trattativa con la Fieg profilando scenari di lotta dura senza paura...
 

Dalla semplice lettura dei fatti emerge che fino al gennaio scorso il proposito di fermare la logica della "multitestata" era la linea del Piave: invalicabile. Non era un semplice paletto, era una distesa di filo spinato, nel nome del "bollino blu". Ricordo la conferenza dei Cdr del dicembre 1999 che ebbe come filo conduttore la difesa della libertà e della qualità dell'informazione in Italia, con la segreteria della Fnsi che ci chiamava tutti a raccolta e annunciava grandi manifestazioni e raccordi strategici con l'opinione pubblica cui andava spiegata la drammaticità del momento, il rischio grave per quel che rimaneva del ruolo civico della stampa. Qualcuno di noi all'epoca pensò: "Finalmente cerchiamo  un rapporto forte con la popolazione, con i lettori, ci rendiamo conto che questa crescente distanza sociale è uno dei i nostri killer".

Le grandi lotte di Natale...

Per due volte, a Natale, nel 1999 e nel 2000, io e miei colleghi in redazione eravamo pronti a scattare per giornate di sciopero che potevano essere storiche: le promesse (e mai mantenute) "spallate" agli editori. Per due volte questi passaggi strategici forti saltarono, apparentemente perché gli editori all'ultimo momento avevano tirato fuori dal cassetto qualche buona intenzione (cioè alcune manifestazioni di buona volontà ritenute sufficienti per annullare le astensioni dal lavoro e restituire la lotta dei giornalisti ai caratteri di estemporaneità che l'avevano sin qui contraddistinta). 

Inoltre, c'era la preoccupazione dei vertici sindacali - e di parte dei rappresentanti di base -legata anche allo spettro dell'espansione dell'area dei "crumiri", già da tempo ampiamente rappresentata in alcuni giornali di chiara connotazione destrorsa.

Eccoci, dunque, al 2001, con alle spalle il secondo sciopero natalizio sfumato nelle promesse degli editori rivelatesi poi marinaresche, tanto da indurre la segreteria Fnsi a denunciare urbi et orbi l'inganno.
Torna in campo il governo. Le parti si rivedono e, come per magia, a un passo dall'ennesima rottura, una notte arriva l'intesa. 
Quel giorno di febbraio ero in redazione e ricordo la prima notizia Ansa che annunciava la sigla di un'intesa sul contratto. Stupore fra i colleghi. Poi, arrivavano i primi commenti: "Un contratto di svolta". Chi era a parlare così? Tutti. La segreteria sindacale, gli editori, il governo.

Noi colleghi ci si guardava negli occhi ed erano sguardi preoccupati: si sentiva puzza di bruciato. Com'è che dal ringhio reciproco si è passati sotto un chiaro di luna ai sorrisi di circostanza e alle pacche sulle spalle?
Le carattestiche della "svolta" apparivano chiare dopo la lettura dell'intera intesa contrattuale: era evidente che l'architettura normativa comparata al contratto precedente ne risultava indebolita, a favore cioè degli editori (cosa che, tra l'altro, secondo alcune analisi del nuovo testo, potrebbe rendere addirittura nulle alcune modificazioni del Cln, in quanto non favorevoli al lavoratore). 
L'improvvisa intesa inseguiva, invece di correggere, una tendenza in atto nelle redazioni: si definiva un quadro normativo funzionale al processo di macdonaldizzazione dei giornali in quest'epoca di fordismo di ritorno con forme nuove. Oggi Chaplin potrebbe girare il suo memorabile "Tempi moderni" anche in una redazione: giornalisti alienati - col cervello messo al regime minimo - che stanno al desk e saltano dalla carta stampata all'online per produrre il massimo di supporto per le inserzioni pubblicitarie. Un bel bollino blu!

La bozza e lo stupore

Tra di noi, in quei giorni traumatici, nessuno riusciva a spiegarsi le ragioni dell'improvvisa accelerazione della trattativa con conseguente accoglienza di alcune richieste degli editori ritenute, fino a poco prima, fuori discussione, a cominciare, appunto, dalla multitestata. 
Che cos'era successo? Nei corridoi si parlava a mezza voce di forti pressioni governative sul sindacato per una chiusura rapida, prima della campagna elettorale. Inoltre, tornavano i discorsi sulla compattezza della categoria e si intrecciavano alle grandi manovre correntizie in vista del congresso della Fnsi.
 
 

Il 29 marzo, all'assemblea dei Cdr, avrei voluto chiedere alla segreteria nazionale ragione di quella impennata decisiva di febbraio. Avrei voluto chiedere anche come mai, subito dopo la sigla si parlava di "contratto di svolta" e un po' più tardi, vista la malaparata nelle redazioni, i vertici della Fnsi correggevano il giudizio riducendolo, in sostanza, all'aver portato a casa ciò che passa il convento: prendere o lasciare.
Allora, caro segretario, lasciare, lasciare! Se un contratto scardina un parapetto già sottoposto agli attentati quotidiani e feroci degli editori e dei loro scagnozzi nelle redazioni, lasciamolo cadere e che si faccia pure male!
E se non ti senti supportato dalla tua base, se temi lo sfilacciamento negli scioperi, metti tutti alla prova, spalle al muro davvero, tenti la linea dura. Se ti rendi conto che non va, te ne puoi anche andare e la categoria rifletterà e si assumerà le sue responsabilità.
 Te ne vai per coerenza con gli obiettivi di fondo che avevi indicato raccogliendo il consenso forte di molti di noi che hanno detto "finalmente" quando al centro dell'azione sindacale sono apparse la qualità dell'informazione e la tutela di tutti i soggetti che fanno giornalismo, compresi i free-lance e i precari (figure che sul campo sono spesso sostitutive dei giornalisti costretti al desk col rischio di avere una visione sempre più deformata della realtà che li circonda).
Invece, niente: si accetta un compromesso "di svolta". Svolta positiva per gli editori che adesso certe cose sporche le possono fare senza più violare il contratto; negativa per noi che in quelle acque torbide dovremo annaspare alla ricerca del "bollino blu". 

Il coraggio di dire di sì?

Alla conferenza dei Cdr, fra penose lezioni di democrazia date a chi osava mettere in discussione il percorso che ci aveva portati nell'angolo, diversi oratori favorevoli alla bozza contrattuale hanno apprezzato il "coraggio" delle segreteria per aver saputo interpretare i tempi che cambiano; in altre parole, la globalizzazione neoliberista dei giornalisti. La testata globale, mi verrebbe da dire (a proposito: a quando le delocalizzazioni aziendali? Questione di tempo e di high tecnology della traduzione in tempo reale?). 
Ma, chiedo scusa: di fronte a un processo di imbarbarimento delle forme del lavoro e dei rapporti di produzione un sindacato sarebbe coraggioso se lo asseconda?
Mi pare che coraggioso sarebbe stato, al contrario, dire di no alla flessibilità selvaggia e alle prospettive inquietanti che questa intesa ha aperto (per esempio, in futuro, un'altra "svolta" potrebbe trasformare la porta d'ingresso nell'online - oggi meno retribuito - nell'accesso di servizio a un lavoro sottopagato per la carta stampata nel nome della multitestata).
Il nuovo contratto affida molte garanzie non più alla lettera della norma ma alla rappresentanza sindacale di base (spesso molto debole) e alla figura del direttore responsabile, che in realtà è sempre meno un filtro a tutela delle redazioni e si riduce sempre più a un'interfaccia fedele della proprietà.

Coraggio era continuare a dire di no su queste cose fondamentali. E no hanno detto e dicono ancora migliaia di colleghi che sono stati rappresentati in maniera riduttiva alla conferenza nazionale dei Cdr, caratterizzata da modalità di voto che ritengo non corrette (lo saranno "statutariamente" ma non certo civilmente e politicamente).
 Il Cdr del mio giornale aveva ricevuto una circolare della Fnsi in cui si chiedeva la presenza a Roma il 29 marzo di almeno un componente di ogni Cdr. Abbiamo pensato che, considerato il nostro ruolo di portavoce delle decisioni prese dall'assemblea, bastasse, appunto, la presenza di uno dei tre sindacalisti: una testata un voto. Invece, il sistema adottato è stato una testa un voto, con il risultato che i Cdr presenti al completo hanno determinato uno squilibrio rappresentativo sulla cui accidentalità ho ragione di interrogarmi.
 E' stata respinta, inoltre, dalla giunta della Fnsi una mozione che intendeva allargare la rappresentanza democratica della conferenza consentendo il voto anche ai componenti di Cdr non iscritti al sindacato: risultato, la voce di qualche assemblea di redazione (non so quante) non ha avuto alcun peso sull'esito del confronto nazionale. 

La dialettica blindata

La sensazione è che l'assemblea fosse in qualche modo "blindata", che a contrappuntare icontinui richiami alla democrazia interna e le uscite di stampo "terroristico" sull'eventualità di un no all'intesa fossero, invece, decisioni formali che hanno contribuito a minare la rappresentatività della conferenza rispetto alla mobilitazione della base della categoria. 
Le mozioni "scomode" sul piano delle modalità di voto sono state respinte dalla giunta in virtù di un'interpretazione normativa che ora andrebbe attentamente verificata.

Ho percepito come ignorata la radicalità di molti colleghi preoccupati per la deriva di questo contratto. Ho avuto un senso di claustrofobia da eterodirezione pseudoriformista e ho immaginato scenari poco edificanti nei retrobottega delle politiche sindacali con l'orizzonte congressuale ormai ben in vista.
Ho visto che alcune redazioni (come quelle regionali della Rai) erano presenti in massa, tanto da rappresentare una fetta enorme degli "aventi diritto". C'è dunque il fondato sospetto che la votazione che ha legittimato la "multitestata" sia stata decisa dai voti di chi, proprio su questa questione devastante, gode da tempo di precise tutele e garanzie grazie alla contrattazione aziendale.

Oltretutto, all'indomani del voto, il consiglio nazionale della Fnsi ha accolto l'invito del segretario e ha bocciato a maggioranza la mozione che chiedeva un referendum nella categoria. Tu, caro segretario, hai dichiarato all'Ansa (29 marzo, ore 21.45) che la consultazione non serve visto il risultato "netto" del voto qui descritto. Ti chiedo scusa, ma se il risultato per te è così netto e se dunque non temi una controprova, perché non chiudere il percorso contrattuale con un referendum che garantisca davvero la democrazia in questo momento delicato per noi tutti?

L'alibi morale

L'alibi morale di questo Ko spacciato per un pareggio ai punti è l'estensione del contratto ai giornalisti dell'online  e ai free-lance, dipinta da diversi oratori a Roma come un intervento livellatore. Al punto che qualcuno si è infervorato gettando fango sui colleghi contrari all'approvazione tout-court della bozza, rei di voler bloccare il rinnovo contrattuale per difendere i loro privilegi a scapito della grande massa dei non garantiti. Voglio ricordare che, semmai, per quanto riguarda me e i colleghi che rappresentavo a Roma, esiste il problema inverso: che le garanzie conquistate sono deboli e in qualche caso non ci sono proprio.
 Per i free-lance e per l'online pretendevo di più, non di meno!
Infatti, per l'online e soprattutto per i free-lance c'è da chiedersi che senso abbia una normativa che lascia quantomeno molti dubbi sui reali miglioramenti per il lavoratore (il quale, certo, ora andrà ad allargare la base sindacale portando gente all'ovile della Fnsi). 
Per i giornalisti online la regolamentazione prevista dall'allegato è sperimentale e temporanea, a condizioni peggiorative rispetto ai colleghi assunti per gli altri media (eccezion fatta per i paria della emittenza locale). Per i free-lance è peggio: la lettera-contratto che si prevede dà soltanto garanzie minime e in parte cosmetiche a questi colleghi generalmente malpagati e sfruttati. Per molti aspetti si prevede un contratto-capestro (pagamenti a 60 giorni, non pubblicato non retribuito, niente rimborsi per i mezzi di produzione...) che gli editori possono utilizzare per rendere più complicata e non più semplice la vita agli "esterni" (tra l'altro, si ha già notizia di editori che ordinano ai collaboratori di aprire partita Iva).
Non è un caso che voci aspramente critiche si siano levate dalla stessa rappresentanza dei free-lance.

Se tiro le somme, mi rendo conto che questa conferenza delle rappresentanze sindacali di base, che qualcuno ha definito "storica", è stata invece un'esperienza triste che nel nome dell'unità del sindacato (o eventualmente della tutela dei suoi vertici, fenomeno diffuso nelle istituzioni umane ma non per questo giustificabile) ha spaccato davvero la categoria accentuando la distanza fra rappresentati e rappresentati. 
Altro che mettere a fuoco onestamente i nodi di fondo, le divergenze che apparentemente erano soprattutto strategiche, altro che un confronto serrato e costruttivo. 

Distanze sociali dentro e fuori il giornalismo

Se l'impegno che i vertici del sindacato hanno messo per attivare il confronto democratico all'Hotel Ergife è proporzionale a quello profuso nello sbandierato incontro con la società civile, si capisce perché i giornalisti erano e restano soli. 
Certo, qui paghiamo le manchevolezze dei decenni passati, ma anche un grave errore strategico di questa stagione. La rilevanza sociale di chi fa informazione e dovrebbe registrare (ma anche tentare di interpretare) i fatti fa a pugni col vuoto fra la categoria e la società fuori delle redazioni dentro le quali, grazie al nuovo contratto, saremo tutti sempre più inchiodati, con il rischio conseguente che peggiori ancora la nostra visione deformante sul mondo reale.
Si accentua il fossato fra i giornalisti e gli altri cittadini, mentre noi accettiamo un contratto peggiorativo che ci costringe a "rincorrere" in difesa, come del resto ammette la stessa segreteria quando chiama tutti a uno sforzo per sostenere l'impegno delle rappresentanze di base cui sarà lasciato l'onere grave di limitare i danni nella gestione delle nuove norme.
E mentre il sindacato festeggia perché ha allargato la sua base, nella società sono in fermento molte iniziative autorganizzate, fuori dalla categoria, per produrre informazione di base che risponda alle lacune e all'omologazione dei mass media (basti guardare ai numerosi tentativi, non sempre riusciti, di stampa alternativa in Internet o più in generale ai nuovi canali e strumenti dell'informazione e della comunicazione online): si esprime un bisogno sociale cui questo contratto non dà risposta. Interrogarsi su questa nuova ricerca di informazione sarebbe stato forse utile nella fase di confronto con gli editori, anche per articolarsi davvero con la società che raccontiamo; non basta preoccuparsi di allargare la base dei propri rappresentati.
A proposito invece delle difficoltà nella dialettica interna e della debolezza dei tentativi per riattivarla, ho avuto modo di raccogliere le testimonianze dirette di colleghi di vari giornali che negli ultimi mesi si lamentavano della scarsa informazione ricevuta sull'andamento della trattativa: non male per una mobilitazione che era cominciata all'insegna del "massimo coinvolgimento di tutti". E qui credo che anche alcuni Cdr abbiano di che riflettere.

La mobilitazione ignorata

Avrei voluto dire alla conferenza dei Cdr alcune delle cose che ho scritto qui; ma non mi è stato possibile. Il dibattito è cominciato in tarda mattinata e gli interventi si sono susseguiti sostanzialmente senza limiti di tempo per persona, poi lunga pausa per il pranzo (quasi un'ora e mezza), ripresa e chiusura del dibattito alle 17 spaccate, l'ora prestabilità dalla presidenza dell'assemblea. Che mancassero ancora almeno 7-8 interventi (ma non 7-800...) tra i quali il mio (mi ero iscritto quattro ore prima) è parsa evidentemente cosa di poco conto, così come poco più tardi si liquidavano alcune richieste sulle procedure di voto ricordando che già molti dei presenti scalpitavano per andare a prendere l'aereo. Chiedo scusa, ma dopo 19 mesi di trattativa e mobilitazione e dopo un mese di confronti, assemblee, prese di posizioni, dipende tutto dagli aerei in decollo alle 6 del pomeriggio?

Il bello è che alla fine ci sono stati appelli accorati a tenere alta la mobilitazione, a vigilare nelle redazioni. Ma come? Se ci avete appena smobilitati!

E avete perseverato infischiandovene della mobilitazione successiva al 29 marzo, delle migliaia di firme per il referendum e degli appelli di Cdr e assemblee di redazione. 
(Va rilevato, peraltro, che anche la gran parte dei giornali ha ignorato con spensieratezza la mobilitazione della base, quasi che la cosa non avesse rilevanza sociale...)
 

Il tutto è molto coerente con una gestione del confronto con gli editori che è stata, di là dai paroloni, poco aggregante e sostanzialmente legata a un'idea di delega forte che ha penalizzato la partecipazione e, alla fine, indebolito il risultato.

Adesso comincia la danza dei percorsi formativi per "gestire al meglio" il nuovo contratto.
I Comitati di redazione saranno chiamati a sforzi enormi per arginare gli editori che ora hanno in mano uno strumento molto più affilato di prima.
Il sindacato chiama a raccolta i Cdr; ma durante la trattativa non ha pensato che, allora, era necessario, quantomeno, inserire nel contratto nuovi spazi e tempi da assegnare all'attività sindacale di base che oggi siamo costretti a fare nel tempo libero e nei corridoi delle redazioni. Anche di questo, grazie.
 

Zenone Sovilla
(componente del Cdr dell'Adige)

 



 
 
o Pubblichiamo, ritenendo che sia cosa utile per far conoscere la situazione in cui si trova chi lavora nei mass media italiani, una lettera aperta inviata al segretario nazionale della Fnsi (Federazione nazionale della stampa, 
il sindacato 
dei giornalisti), Paolo Serventi Longhi, da Zenone Sovilla, web editor di Nonluoghi, che lavora al quotidiano l'Adige di Trento dove è anche componente 
del comitato
di redazione (la rappresentanza sindacale di base).

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(3 maggio  2001)

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