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GENOVA, NE E' VALSA LA PENA
Non dimenticare il forte valore della denuncia contrapposta al G8
by FreeFind
_____________di Andrea Mario ____________________________

Premessa: solo dopo aver affermato, con fermezza,  che a Genova le Istituzioni (I maiuscola per rispetto perché le considero pubbliche, quindi di tutti)  preposte al regolare svolgimento delle giornate organizzate dal Genoa social forum non ne hanno permesso il pacifico svolgersi non prevenendo né  perseguendo le azioni violente; non hanno garantito, al di fuori della zona protetta,  la sicurezza delle persone e delle cose ed hanno altresì calpestato reiteratamente i diritti elementari e la dignità di numerosi cittadini inermi; e da ultimo hanno gettato il fango sulle intenzioni, sui comportamenti e sulle finalità di migliaia di persone e dell’intero movimento con accuse infamanti di complicità e favoreggiamento. Solo dopo aver denunciato in maniera inequivocabile il vuoto di legalità di quei giorni, si può discutere sull’ opportunità  di aver voluto manifestare, di aver voluto manifestare proprio durante il G8, di aver voluto manifestare proprio a Genova proprio durante il G8. 
Affermare e denunciare non vuol dire polemizzare. La polemica è fine a se stessa, è precostituita e mira a screditare l’avversario; la denuncia è un punto fermo che non si auto alimenta e punta ad evidenziare un fatto. “Hai fatto una cosa stupida” è una affermazione; “Sei stupido” è polemica. Non mi sembra che il Genoa social forum si sia impantanata sulla strada della polemica né prima, né durante, né dopo Genova,.   

Oggi è giustamente da porsi la domanda se a Genova ne è valsa la pena, ma è bene, nel contempo, tenere a mente alcune cose. Ricordare innanzitutto che la domanda non è nuova ma, all’interno del movimento, è stata già dibattuta a suo tempo; la decisione di manifestare è giunta, a quanto mi consta, in maniera democratica, per tanto rispettabile. Secondo evitare facili  semplificazioni del tipo “La lezione di Genova” ma provare ad analizzare la situazione per ricostruire gli elementi fuoriusciti dalla risultante delle azioni dei molteplici attori in campo e giudicare il quadro alla luce degli obiettivi – nel caso la maggior consapevolezza della società nei confronti di problemi di tutti. (E’ noto che non tutti i fenomeni hanno gli stessi tempi per manifestarsi: alcuni emergono subito, altri dopo; nel caso, credo, bisogni aspettare ancora un po’ per approssimare un giudizio.) Terzo; il rischio delle strumentalizzazioni non deve suggestionarci fino all’immobilismo; è il solito dissidio fra teoria e azione. Così la nonviolenza: tutti sappiamo che la nonviolenza non la si improvvisa ma se aspetto di essere pronto non parto mai. La nonviolenza è un percorso? Genova è stata una tappa, nessuno, credo, ha inteso viverla come un punto di arrivo. Infine ricordiamo che nella domanda è prevista una “pena” per cui un po’ di ottimismo, non indugiamo masochisticamente sulla pena! Che un prezzo lo si dovesse pagare lo si sapeva.

Ancora due osservazioni ed ho finito. Ci si chiede come descrivere il movimento? Prendiamone ad esempio una componente, il commercio equo e solidale. Da anni il commercio equo opera nel quotidiano e sul territorio perché le relazioni commerciali nord-sud siano improntate sullo scambio e non sulla rapina cercando di dimostrare, con prodotti e progetti,  che è possibile giocare con un pallone non cucito da bambini; bere un caffè, remunerando il giusto il produttore; indossare una maglietta di cotone,  rispettando contemporaneamente la dignità dell’artigiano e la salvaguardia della natura. 

Esso ha perseguito e persegue  le proprie finalità attraverso una originale rete di vendita e attraverso tutta una serie di incontri, dibattiti, serate e interventi. Non a caso, quindi, molte associazioni di commercio equo hanno voluto essere presenti a Genova sia nei giorni dedicati alla proposta sia nel giorno della manifestazione, per affermare, insieme a tanti altri,  che un altro mondo è possibile. E dopo Genova? Ha semplicemente ripreso a fare quello che ha sempre fatto, senza lasciarsi invischiare in sterili polemiche, perché ha radici profonde e lo sguardo in avanti, perché sogna, crede e si adopera, veramente, affinché un altro mondo sia possibile. Penso che il caso del commercio equo possa essere emblematico delle 700 e oltre associazioni del Global forum; gente con alle spalle un impegno nel quotidiano e sul  territorio e che sa riportare nel quotidiano e sul territorio le proprie esperienze di movimento. 

 Da ultimo un elogio all’emozione. Non credo al regno del sentimento, ma contrapporre cuore e cervello non aiuta a comprendere la realtà né tanto meno a cercare di incidere su essa. Obiettivo, presumo, comune a tutti. 
 


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1-8-2001
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