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TEORIA E PRASSI NOGLOBAL: CERCARE NUOVI SENTIERI
Dialogo sull'urgenza di una riflessione critica sulle strategie del movimento
by FreeFind
___________di Luka Zanoni e Zenone Sovilla_______________________

ALFA: Sono sgomento, quasi senza parole, dopo tutto quello che è accaduto in questi giorni a Genova. La durissima repressione da parte delle forze dell'ordine, i pestaggi gratuiti. Mi angoscia pensare che qualcosa di importante sta veramente accadendo, ma temo che si disperda, che si trasformi agli occhi della gente comune in un qualcosa di segno opposto, temo che non venga recepito nella maniera adeguata.

BETA: La sensazione è che dopo la morte di Carlo Giuliani per mano di un carabiniere, buona parte dei mass media si sia stretta attorno alle forze dell'ordine e ne abbia con maggiore sistematicità accolto le letture di quanto stava accadendo a Genova.
Forse qualcuno, una commissione parlamentare e la magistratura prima di tutti, riuscirà a far luce sul degenerare della situazione e forse ci sarà chi dovrà rendere conto dell'agire indisturbato di una banda numerosa di hooligans frettolosamente definiti "anarchici" (che offesa per la tradizione di un movimento di pensiero intrinsecamente pacifista) e delle cariche indiscriminate delle forze dell'ordine anche contro persone inermi. Così si sono viste immagini crude e si sono ascoltate testimonianze dirette di pacifisti, medici, avvocati picchiati selvaggiamente da agenti dello Stato - in divisa e non - che con quell'agire evocavano periodi bui della storia italiana e dell'America latina. Allo stesso tempo si sono viste immagini e ascoltate testimonianze circa l'agire indisturbato dei membri del famigerato Black Block (ma un giorno qualcuno ci spiegherà chi sono questi qua?), fino a vederli in fila come alla distribuzione del pane davanti a un misterioso furgone da cui uscivano spranghe e mazze.
Alla fine, veramente mi chiedo se il risultato non sia un passo indietro per noi tutti che cerchiamo di comunicare l'angoscia per l'ingiustizia e la violenza che regnano nel mondo...

ALFA: Cosa sia stato l'incontro-scontro di Genova è una domanda aperta. Aldilà del bailamme mediatico di questi tre giorni, ancora ci si chiede sgomenti e indignati - ma allo stesso tempo con quel sapore amaro della anticipazione, del previsto, di ciò che non ci si poteva che aspettare - cosa è stato Genova. Era veramente necessario vedere tutto ciò? Era veramente necessario affrontare la sfida arrogante del potere? Era necessario farlo in un faccia a faccia contro un apparato potentissimo? Un faccia a faccia che, lo sappiamo, risulta essere fallimentare e altamente pericoloso? 
Forse queste domande vengono a chi aveva già deciso di non accettare di essere rinchiuso in una delle zone colorate, a chi pensa che forti proteste siano non solo legittime e condivisibili, ma che al contempo non siano così organizzate come si vorrebbe.
 Il movimento, che con ogni probabilità è l'unica cosa politicamente ed eticamente rilevante che sia accaduta dopo gli anni Settanta, manca tuttavia di una riflessione interna, una sorta di autoascultazione, di percezione di sé, quella che sempre più viene affidata piuttosto alla voracità dei media, al loro sbattere in faccia alla gente facili dicotomie e appellativi fuori luogo. I buoni e i cattivi, i neri e i bianchi, l'attacco e la difesa, il global e il noglobal. Il tutto condito con tanto sangue per tanta audience (dovrebbero dirci quali sono state le punte di ascolto di questo fine settimana). 
E i grandi? attorniati ad un tavolo che decide le sorti della terra intera, pensano che nonostante gli scontri, nonostante un ragazzo morto, si debba andare avanti comunque. Nulla è cambiato, nulla è mutato. Ci si finge sgomenti in un discorso al paese, tanto per avere la coscienza mediatica pulita. Ma poi le strette di mano, i sorrisi, le parole all'orecchio e le grandi promesse dei grandi riuniti. E alla fine un Berlusconi può permettersi di affermare che le ultime indagini dimostrano che nel movimento non esistono buoni e cattivi ma solo cattivi, violenti e aggressivi. Come dire che centinaia di migliaia di pacifisti sono come i vandali vestiti di nero. E alla fine anche il presidente americano ha elogiato Berlusconi e ringraziato la polizia italiana. Che schifo!

BETA: Altro che schifo, è qualcosa che fa impressione. Il potere è troppo forte per poterlo affrontare in piazza. Mi vengono in mente le dichiarazioni in tv del segretario nazionale del sindacato funzionari di polizia: avremmo potuto adottare tecniche antiguerriglia, ma non siamo stati autorizzati a farlo, è troppo pericoloso. Queste parole mi hanno impressionato notevolmente, è come dire questa volta vi è andata ancora bene, ma sappiamo fare ben altro...

ALFA: Allora torniamo a chiederci che senso ha organizzare queste manifestazioni. Che senso ha farsi assegnare un ruolo predeterminato e pensare di non scontrarsi con l'enorme forza del potere che ti attira in una trappola per poterti poi fagocitare meglio? La gente che ancora ai problemi del neoliberismo globale non pensa più di tanto, quella che guarda la tv e recepisce il messaggio semplice e diretto che gli viene trasmesso, che cosa concluderà? Le tute nere, gli anarchici, quelli dei centri sociali, i manifestanti… sono loro quelli che fanno casino, quelli che distruggono i negozi. Appellativi poco meditati e inopportuni, ma che il popolo della tv assorbe come una spugna e ritrasmette al bar sottocasa, tra gli amici, di modo che un'opinione eterodiretta e semplificata possa sempre più prendere il posto di una sana e autentica riflessione critica costruita passo dopo passo. 

BETA: Già, passo dopo passo. Nelle settimane che hanno preceduto il vertice di Genova avevo consolidato dentro di me una ferma contrarietà alla scelta del movimento di andare comunque a Genova. Mi sembrava si sottovalutassero i rischi di vario genere connessi con quella decisione: il rischio di chiamare le persone a farsi pestare dalla polizia; il rischio di una percezione sociale quantomeno confusa e di un  aumento della distanza fra noi e il resto della collettività. Pensavo che un'alternativa ci fosse: organizzare una grande marcia che attraversasse l'Europa con tutta una serie di eventi durante il percorso che sarebbero stati l'occasione per intrecciare il dialogo con la popolazione strada facendo, secondo la prassi nonviolenta che punta all'inclusione e alla condivisione. Poi, le varie carovane sarebbero arrivate in un luogo che non poteva essere Genova, per dar vita a un grande happening nel quale comunicare i contenuti dell'analisi e della proposta alternativa alle politiche che attualmente determinano lo squilibrio mortale nel mondo.
Contemporaneamente si poteva insistere sulla scelta obbligata di non essere a Genova, una città proibita dalle logiche violente dei poteri che gestiscono e catalizzano il modello del pensiero unico neoliberista.
A proposito di pensiero unico, mi pare urgente anche soffermarsi di più nella elaborazione teorica di un progetto alternativo che a mio avviso dovrebbe partire dalla ricostruzione democratica locale, dal lavoro sul fronte dell'informazione, della pedagogia, della partecipazione al potere.
E qui si torna anche al problema della strategia del movimento e della necessità anche di capire quanto siano compatibili le "diversità" fra le sue varie anime; o meglio, per quanto è presumibile camminare tutti uniti per ottenere alcuni obiettivi minimi, risposte a una serie di emergenze locali e globali e quanto poi ci si possa riconoscere in un progetto dinamico di trasformazione realmente democratica dei meccanismi dell'economia e della politica.
 Ma questa riflessione critica all'interno del movimento sembra, a ben vedere, ancora assente o debolissima. Anche semplicemente sulle questioni strettamente tattiche: occorre ripensare le strategie di comunicazione, di sensibilizzazione, di avvicinamento alla gente della quotidianità mondana e benestante che forse è lontana dal percepire i rischi e i pericoli di una mondializzazione forzata e sconsiderata. Oppure capisce benissimo la deriva cui andiamo in contro, ma non sa come organizzarsi, non sa come fare ad opporsi e a pensare un'alternativa, giacché quest'ultima va costruita. Forse manca proprio un lavoro fitto sul territorio, un intervento martellante e asfissiante, affinché la disobbedienza civile possa essere compresa da molte più persone.
A Genova ho visto decine di migliaia di persone, forse anche centinaia di migliaia che certamente vogliono un mondo diverso, un mondo più giusto; e che certamente sono pacifiche e in questo modo vogliono cambiare le cose. Ma essere pacifici non significa essere nonviolenti. La nonviolenza è formazione, coscienza critica, azione: una prassi che va preparata, che cresce nei percorsi individuali e collettivi di ognuno. Non s'improvvisa. La nonviolenza è attiva, è sforzo di immaginazione e di fantasia; il pacifismo - al confronto - è passività e rischia la riproposizione riveduta e corretta degli schemi del passato, come i cortei stavolta senza il servizio d'ordine. Non basta... Non ho grandi idee alternative, solo queste vaghe intuizioni; dobbiamo sforzarci tutti, tendere a un oltre nelle nostre stesse prassi. Non so se gli steccati mentali ereditati dalla storia ce lo consentiranno, ma dobbiamo provarci.

ALFA: Sì credo che vadano ripensate le strategie di comunicazione, di coinvolgimento. Non basta avere una rete potente e ben informata se non si raggiunge lo strato sociale che a questa rete ancora non accede. In fondo la piazza non deve essere l'unico centro di sfogo di un movimento di dimensioni mondiali, come si vorrebbe che fosse, che vuole proporsi di cambiare le regole della società in cui viviamo. Qui il discorso diventa pienamente politico, non si tratta solo di semplice protesta contro le multinazionali, contro il capitalismo inglobante e annichilente della globalizzazione. 

BETA: Certo, ma bisogna capire che la divisione, la specializzazione, l'estrema individualizzazione che ogni giorno ci cattura tutti, è l'abito di quella globalizzazione dell'estremo profitto che ammanta la nostra quotidianità, alla quale è difficile sottrarsi se non la si pensa, se non la si vive in prima persona, se non si cerca infine di trasformarla. Giacché di trasformazione, di conduzione di un processo possiamo parlare. Dal momento che non è possibile tornare indietro, né tanto meno scattare in avanti verso l'annullamento. Ciò cui si è chiamati ora più che mai è la riflessione, il pensiero critico. Non si tratta di rifiutare il processo in corso, non si può fare, la storia non può essere cancellata. Si tratta piuttosto di assumere il fatto compiuto e la riflessione si sofferma su ciò. Affinché lo spirito critico sia immanente al movimento stesso e affinché il movimento riesca ad emendarsi dall'idea di facili vittorie, in favore di un pensiero che sia in grado di sopportare il peso della deriva, ma che al contempo sia in grado di creare una nuova etica e un nuovo progetto per abitare. Un'idea di domani dovrebbe accompagnare  le prassi dell'oggi e forse catalizzarne anche la crescita qualitativa, la forza rinnovatrice, la capacità di dialogo e condivisione sociale, dal basso, dal cortile di casa, con fatica e determinazione tenendo sempre presente la necessità di valutare in profondità i risultati probabili di ogni nostra azione (e nel caso di Genova, secondo me, la valutazione è stata gravemente lacunosa o del tutto sbagliata)

ALFA: Mi sembra sensato. Il movimento stesso deve far quadrato su se stesso. Capire dove si sta andando, cosa si vuole ottenere e in che modo. Sarà certo difficile mettere insieme e d'accordo tutte le anime differenti che lo compongono, ma è necessario provarci. Ho l'impressione che ciò che continuiamo a chiamare movimento sia qualcosa di non ancora ben definito, qualcosa che è nella sua fase embrionale, ma che ha enormi possibilità e potenzialità. Un amico mi faceva notare che vedeva una sorta di affinità con i gemiti del movimento socialista ottocentesco.

BETA: Sì, tuttavia oggi le cose procedono ad una velocità incredibile. Non possiamo emettere gemiti per lungo tempo. Si tratta di organizzarsi e anche piuttosto velocemente, ma farlo in modo adeguato sia alle prevedibili reazioni del potere, sia alle esigenze di un quadro economico che cambia pelle in continuazione per sfuggire ai tentativi di controllarne i meccanismi più devastanti. 
Non mi sembra poi che ci sia per il momento un forte coinvolgimento da parte del tessuto lavorativo. La partecipazione "operaia" sarebbe forse un elemento di forza non trascurabile. Ma nessuno, vedi, ha pensato di organizzare uno sciopero, anche di cinque minuti, per dimostrare il proprio dissenso nei riguardi di tutto ciò che è accaduto. Ho l'impressione, come dicevo poco fa, che buona parte della gente non senta la deriva verso cui stiamo andando ma che siano in buona parte impantanati anche i sindacati maggiori che alla fine contribuiscono a ingessare la percezione che i lavoratori hanno di ciò che sta accadendo.

ALFA: Che cosa si può fare allora per sensibilizzare, per far prendere coscienza di ciò che ci aspetta e di ciò che vorremmo che accadesse?

BETA: Le ricette pronte, come sempre, nessuno le tiene nel cassetto. Men che meno quando si tratta di qualcosa di nuovo, che ancora va capito e analizzato. Innanzitutto ci si dovrebbe sottrarre a facili strumentalizzazioni, sia da parte dei media che di altri manipolatori delle coscienze. Insisterei sul pensiero critico, ma esteso, allargato, dal basso. Finché un gruppuscolo di intellettuali si mette a criticare un'intera società, non credo ciò che possa far presa sulla gente comune. 

ALFA:  Pensa alla guerra nella ex Jugoslavia per esempio. Quando ormai tutto il mondo demonizzava i serbi, quando ormai i massacri si stavano compiendo, un gruppo di intellettuali di Belgrado, il famoso Circolo di Belgrado, si strinse su di sé e cercò di opporsi alla degenerazione della cultura e della società che allora era in atto. Tuttavia i loro sforzi riuscirono a salvare una parte dell'intellighenzia serba, ma non la deriva sociale cui sono andati incontro. Sono state necessarie le proteste davanti al parlamento dell'autunno scorso, quasi dieci anni dopo quindi, per attuare una sorta di cambiamento.

BETA:Stai quindi forse dicendo che la protesta a Genova era l'unica via possibile? Non era troppo evidente che si sarebbe trattato di un massacro?

ALFA:  Mah, vedi, ogni situazione va contestualizzata. Non siamo a Belgrado e non abbiamo le stesse condizioni che ci sono in Jugoslavia tuttora. E poi le proteste di Belgrado, hanno rovesciato Milosevic, ma non hanno per nulla cambiato la società patriarcale e il nazionalismo che ancora sono presenti in Serbia. Occorre tempo, i processi di cambiamento sociale non avvengono nell'arco di qualche mese e forse nemmeno dopo pochi anni. Tuttavia un fatto è che il tempo scarseggia e se non facciamo qualcosa subito, sarà troppo tardi. Ma prima di muoversi bisogna valutare bene le conseguenze: se fai una manifestazione è perché pensi che così la coscienza collettiva si potrà spostare di un millimetro nella direzione contraria al modello globale neoliberista; se c'è il rischio che invece la tua iniziativa non solo non ottenga quel risultato ma produca uno spostamento favorevole al sistema di dominio, devi ripensare a tutto e se serve tornare sui tuoi passi.

 


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