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Se il controllo del crimine diventa un affare...
"Business penitenziario", l'analisi spietata di Nils Christie sulla situazione americana

Di MARTITA FARDIN

    C’è un dato inopinabile: la costante e progressiva crescita in tutto il mondo occidentale dellapopolazione carceraria. È l’opinione del criminologo americano Nils Christie espressa nel “Business Penitenziario”, Eleuthera, pp 207, 24.000 lire. L’Occidente - ed in particolar modo in America - si sta spingendo dunque sulla via del gulag? È il crimine o il controllo del crimine a costituire un problema per gli stati del mondo avanzato? Per l’autore, criminologo di fama mondiale, l’Occidente si sta avviando a diventare una sorta di penitenziario, articolato nelle varie aree industrializzate del mondo, Stati uniti in testa, dove la popolazione carceraria è aumentata in modo abnorme.

    Questo perché l’attività coercitiva della criminalità è diventata un settore economico; un’industria fiorente che si alimenta del crimine stesso ed è destinata a crescere ulteriormente. Vediamo come. “Le società industrializzate - sostiene Christie - hanno due problemi principali: l’ineguale distribuzione della ricchezza e la differente possibilità di accesso al lavoro retribuito. 
   Come risolverli allora? Semplice. A suo parere l’industria di controllo del crimine è la chiave adatta per dirimerli entrambi. Questa industria, infatti, fornisce profitto e lavoro e reprime coloro che potrebbero turbare l’ordine in seno alla società. L’industria di controllo del crimine è la più sicura e difficilmente potrà fallire. Quando mai mancherà materiale umano, la materia prima? Inoltre non presenta alcun rischio di inquinamento, anzi favorisce la pulizia del sistema sociale in nome della sicurezza e dell’ordine. Meglio di così. Il tono delle considerazioni è volutamente sarcastico e pone in primo piano la posizione dello scrittore sul problema che è la seguente: i limiti espansivi dell’industria carceraria devono essere controllati e regolati da parametri di natura valoriale ed etica, non da tendenze economiche settoriali. O più semplicemente che le società postmoderne facciano realmente qualcosa  riguardo a quelli che vengono definiti come problemi di criminalità, che non permettano agli interessi economici di dettar legge in una sfera che loro non compete in funzione del business. 

   Una riflessione che ricalca in modo deleterio lo stimolo selvaggio all’espansione innato del pensiero industriale. I sistemi attuali di controllo del crimine contengono molte contengono molte potenzialità di sviluppo verso un gulag occidentale e questo allarme, che l’autore lancia, suona come un monito. Scrive, infatti, Christie: “Con la fine della guerra fredda, in una situazione di profonda recensione economica, in cui le più importanti nazioni industrializzate non hanno nemici esterni contro cui mobilitarsi, non sembra improbabile che la guerra verso i nemici interni riceverà massima priorità… Nelle società postmoderne, i pericoli maggiori della criminalità non sono i crimini in sé, ma il fatto che la lotta contro i crimini può condurre la società verso sviluppi totalitari..”.
 
 
 

(30 marzo 2000)

o Il crimine, il suo controllo e il carcere come un'industria. E' la tesi provocatoria di Nils Christie da cui partiamo per un breve viaggio nel mondo
penitenziario.

Il saggio di  Nils Christie porta a più ampie riflessioni  legate al tema delle carceri americane e italiane, per citare i casi più conosciuti e oggetto di dibattito a mezzo stampa italiano. Nel caso degli Stati Uniti, relative alla pena di morte in vigore in molti stati (che mantengono in vita un apparato repressivo di boia, oltre che di secondini, cioè in parole povere legittimano il ruolo di assassini di stato a degli individui che divengono boia di statali, uomini stipendiati per eliminare assassini o presunti tali) nel caso italiano relative alla vita (non vita) dei detenuti, raccontata
in due libri “Latitanza a Rebibbia” 
e “231 giorni”.

Pena di morte: 
il caso di Rocco Derek Barnabei

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