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Bolivia, una lotta popolare con l'acqua alla gola
La privatizzazione dell'azienda idrica a Cochabamba riaccende la resistenza al regime
 


  Nonostante lo stato d’assedio, la resistenza del popolo Cochabambino continua, così che, Cochabamba per il Governo del Generale Banzer, diventa l’epicentro (come ha detto il portavoce del Governo) di un malessere generale del popolo Boliviano. 

   Sabato ci siamo svegliati con l’annuncio di uno stato di assedio di 90 giorni; mentre nella notte forze speciali della polizia di stato, avevano fatto incursione nelle case di alcuni dirigenti promotori della lotta di resistenza per ‘el agua y la vida’: la ‘Coordinadora’. A partire da quel momento, alcuni dei maggiori esponenti de la Coordinadora entrano in clandestinità, altri vengono misteriosamente portati dai militari in borghese alla base aerea della città e di lì confinati in una regione di frontiera del paese (il Beni). Questa reazione che il Governo dimostra di fronte al grido per il diritto del popolo Cochabambino, non é una novità: si ripete la violenta politica banzeriana degli anni '70. I comunicati sono differenti, c’é confusione, ma il popolo resiste: alcune reti televisive e radiofoniche con serietà e puntualità accompagnano la gente informandola e facendosi voce dei dirigenti in clandestinità. Il popolo continua a riempire la città, la resistenza si massifica sempre di più; Cochabamba é isolata totalmente, tutte le vie d’accesso sono bloccate.

   Al Governo Boliviano non resta che il cielo, per poter spiare dall’alto con i suoi precari aerei militari. Ma lo stato di assedio annunciato si fa sentire con più forza a partire da mezzogiorno, quando si incomincia a reprimere l’informazione. Mentre un dirigente della Coordinadora, il deputato Gonzalo Maldonado sta dando un messaggio televisivo al popolo, si interrompono le trasmissioni e contemporaneamente sparisce l’energia elettrica. Da quel momento alcune reti televisive non torneranno a trasmettere, altre lo faranno in un modo limitato. Arrangiandoci con batterie delle auto, o pile di recupero, riusciamo ad ascoltare una radio. Ma l’unica che resiste in tutta la città: Radio Cancha Parlaspa, una radio popolare di Cochabamba. alle 14,30 per mezzo di un giornalista annuncia: “Stanno venendo alcune forze della polizia, stanno venendo, dobbiamo interrompere...”. Anche questa voce tace. 
   Solo dopo alcune ore, mentre la protesta cresce, riprendono le trasmissioni, tra mille giustificazioni e scuse del governo, mentre la città incomincia ad assumere ancora una volta il clima di una città assediata e in guerra.

   I più assidui in questa resistenza sono i giovani, contro altri giovani: i militari. Poi i primi feriti e i primi morti, fino ad ora (domenica 9 di aprile alle ore 18,30) 5 o 6. La gente è gelosa dei suoi morti che diventano come un simbolo di forza e di resistenza, non vogliono che nessuno li tocchi. Li vegliano nella Cattedrale e nella Chiesa dei Gesuiti, nel centro della città, pregano con i corpi presenti, nella piazza, mentre gli scontri con la polizia continuano. E il Governo tace, mentre alcuni vigliacchi rappresentanti dei partiti fanno sentire timidamente la voce. La Domenica inizia e Cochabamba porta con sé gli stessi segni: sono già 6 i giorni. I blocchi stradali continuano e la minaccia del Governo anche. Solo nel primo pomeriggio da La Paz (sede del Governo) arrivano alcuni segnali di vita, sperando che anche questa volta non sia un inganno come quello annunciato il venerdì notte, quando il Prefetto della città, personaggio obbediente, diede la notizia che il governo aveva annullato il contratto con l’impresa multinazionale Agua del Tunari. Mezz’ora dopo, soprattutto dopo la festa del popolo nella piazza che portava in trionfo i dirigenti della Coordinadora e il Vescovo di Cochabamba Tito Solari, il prefetto e i rappresentanti del Governo smentirono. 

   Oggi, mentre il sole si nasconde nella sua metodica clandestinità e nel suo segreto, siamo stanchi ma con una timida illusione: questa volta sembra vero: l’impresa Agua del Tunari, che nella sua permanenza boliviana oltre a sfruttare le nostre risorse e i nostri portafogli ha lasciato strascichi di lunghi debiti (i mobili dei suoi uffici per esempio, comprati a credito), accetta la cancellazione del contratto, ma... C’é un ma..., le sue clausole e c’é un altro ma... il popolo continuerà domani e dopodomani e se é necessario alcuni giorni in più, ad essere padrone delle strade e delle piazze, fino a quando non saremo sicuri/re con documenti alla mano, che tutto ciò é vero e che l'acqua torna a essere nostra. E nostra vuol dire della gente, delle comunità, e soprattutto della Terra. Questo grido Cochabambino è un eco, un forte eco che si espande in tutto il paese e speriamo in tutto il continente Amerindio. E’ un grido che scambiamo con voi, dicendovi che é possibile lottare contro questo arrogante sistema neoliberale che riveste di colori ‘transnazionali’ tutti questi fragili governi democratici. Se Agua del Tunari se ne va, se ne va anche la pretesa di continuare a pensare che i popoli nella loro autonomia non possono fare niente, se ne va anche l’arrogante fantasma che ci fa credere che siamo troppo deboli per poterci gestire e affiora ancora una volta la meravigliosa resistenza dei deboli. Questa notte saremo ancora in lutto e tristi, perché una grande moltitudine di gente con il suo Vescovo ha riconsegnato alla Terra alcuni dei suoi figli più giovani.

Antonietta Potente y los compañeros/as de Sumaj Causay Wasi.

o Pubblichiamo una testimonianza dalla Bolivia ricevuta il 12 aprile 2000 dal Cipax (Centro interconfessionale per la pace di Roma).
"Abbiamo appreso - scrive Patrizia Morgante del Cipax - dalla nostra cara amica Antonietta Potente della
grave situazione che sta attraversando la Bolivia in questo momento, in
modo particolare
la città di Cochabamba.
Noi dall'Italia abbiamo pensato
di appoggiare la
resistenza della popolazione alla privatizzazione dell'azienda che eroga a
prezzi "popolari" l'acqua a livello nazionale, inviando l'appello all'Ambasciata Boliviana a Roma (fax n.
068840740) e/o alla Presidenza della Repubblica Boliviana (fax n.
005912332055). L'appello è sufficiente firmarlo e inviarlo per fax.
Vi preghiamo di mandare, se potete, a noi un e-mail per confermarci 
l'invio del
fax. Riteniamo sia importante valorizzare la resistenza a governi che non sono
in grado di ascoltare i bisogni primari della popolazione, la quale chiede
rispetto dei propri spazi di giustizia e democrazia".
 

 

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