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LA SERBIA AL BIVIO
La situazione e gli umori popolari dopo la consegna di Slobodan Milosevic all'Aja
by FreeFind
___________di Luka Zanoni____________
Nonostante l’entusiasmo occidentale seguito alla cattura e  poi alla consegna di Slobodan Milosevic a L’Aja, sono molte le cose che rimangono da affrontare nella Federazione jugoslava. Innanzitutto se continuerà ancora a rimanere in vita la Federazione stessa oppure se si dividerà in due repubbliche internazionalmente riconosciute, quali la Serbia e il Montenegro. Rimane poi aperta la questione del Kosovo e del sud della Serbia, così come le spinte autonomiste della Vojvodina. Ma ciò che più è importante nell’attuale contesto jugoslavo è senz’altro la situazione sociale e politica. In una recente intervista del settimanale bosniaco Dani (6 luglio 2001), il noto scrittore Filip David traccia un quadro dell’attuale situazione in Serbia. Le parole di David possono sembrare un tantino pessimistiche, ma ad un attenta lettura si può ben comprenderne la portata fortemente realistica. 
Dice David “la Serbia è ad un bivio” che da una parte conduce verso l’Europa e dall’altra riporta al passato. Le spinte nazionalistiche tuttora piuttosto presenti ed influenti nella vita politica e sociale del paese, minacciano la pacifica convivenza dei cittadini e possono condurre a scontri di natura civile, che lo stesso David non esclude. 
La recente manifestazione in favore dei diritti degli omosessuali e in genere dei diritti umani è stata brutalmente soppressa da fazioni di estremisti legati al partito di Milosevic e a quello di Seselj, ma non mancavano anche rappresentati del clero ortodosso così come gli hooligans della Stella rossa di Belgrado (cfr. Petar Lukovic, Belgrade gay-bashers, IWPR’s report No. 261, July 4 , 2001). L’incredulità da parte di una componente non trascurabile della popolazione serba circa l’esistenza di omosessuali nella ortodossa Serbia, è indice del tipo di cultura patriarcale e machista che è ancora ben radicato nel paese. 
L’ubriacatura nazionalista non è certo facile da smaltire e di ciò ne è perfettamente consapevole Filip David che, a proposito della consegna di Milosevic, afferma: “io ho scritto anche prima della caduta di Milosevic, che non è sufficiente che  vada un solo uomo, anche se si chiama Slobodan Milosevic, se non siamo in grado di cambiare l’intero modello culturale nel quale abbiamo vissuto durante gli ultimi dieci anni. Questo significa che dobbiamo cambiare il modo di pensare (…) invece è accaduto che sia andato un solo uomo e il modello culturale non abbia iniziato un sostanziale cambiamento. Se questo non accadrà allora temo che lentamente inizieremo a tornare indietro e che non attueremo le riforme e i cambiamenti”. Ma David è ancora più esplicito riguardo l’attuale posizione dell’ex presidente Milosevic e di chi segue con patema la sua vicenda (si pensi a Ramsey Klark, ma anche al “nostro” Borghezio, cfr. Ansa 10 luglio) quando afferma: “la maggior parte della gente è presa dal destino di Milosevic, e dal destino della sua famiglia. Quello che è interessante è che tutto ciò acquista ora un “carattere melodrammatico”, un aspetto sentimentale di compassione sul suo destino. Quando vi mettete a confronto col destino privato dell’uomo, e lo vedete così disgraziato, solo e senza aiuto, allora si sveglia una compassione e si scrive meno di quello che si nasconde dietro tutto ciò, quali crimini mostruosi, quali orrori, come se si fosse dimenticato tutto ciò che è accaduto: da Vukovar, attraverso Mostar, Sarajevo fino a Srebrenica. Si tratta di qualcosa che deve inquietare un uomo, perché credo che finché non ci sarà abbastanza forza all’interno per svelare la verità e finché non ci confronteremo con il passato, non potremo parlare né di riforme né si potrà parlare di veri cambiamenti”.
Occorre notare che Filip David ancora quando faceva parte del Circolo di Belgrado, ma anche prima, nel suo testo “Frammenti dai tempi bui”, ha sempre cercato non solo di denunciare la follia del nazionalismo  e dello sciovinismo che hanno impregnato sin nelle radici la cultura dell’ultimo decennio, ma ha  anche  cercato di mostrare la possibilità dello sviluppo di un modello culturale alternativo. Altri componenti del Circolo di Belgrado quali per es. Latinka Perovic, hanno persino abbandonato la commissione per la verità istituita dal presidente Kostunica, e a tal proposito aggiunge David “ sin dall’inizio ho nutrito dubbi e questi sono probabilmente il motivo per cui alcuni membri la hanno abbandonata. L’obiettivo della commissione è quello di non affrontare i crimini attuali, ma bensì di quelli commessi da prima di cinquanta anni e più. Questo significa rivangare l’intera nostra storia con il compito di, in qualche modo, relativizzare ciò che è accaduto negli ultimi dieci anni”.  Attorno a Kostunica prosegue lo scrittore serbo, “si riuniscono tutti quelli che in questo momento si sentono perduti senza Milosevic, si radunano anche le correnti radicali della Chiesa ortodossa e tutti coloro che pensano che Milosevic abbia tradito”. 
La vera difficoltà consiste ora come ora nella possibilità di far crescere un’opposizione che non abbia i toni nazionalistici di sempre, un’opposizione quindi che non sia fatta dallo Jul, dall’SPS, dai Radicali di Seselj, di tutti quei partiti che in questi ultimi anni hanno condotto il paese verso la catastrofe e la guerra. 
Ciò che più spaventa è che gli animi bellicosi che prima trovavano, all’ombra della nazione padre, lo sfogo omicida verso i fratelli di Bosnia, di Croazia, del Kosovo, ora possano ritorcere le loro ansie distruttive contro la stessa popolazione civile serba, contro tutti quelli che pensano di aprirsi una buona volta ad un cambiamento culturale, contro coloro, infine, che invocano i diritti umani per tutti. Ciò non significa, beninteso,  vendersi al miglior offerente, sia esso americano o europeo, ma affrontare i necessari cambiamenti culturali e sociali, di modo che ognuno si possa sentire libero di esprimere se stesso. 
I pestaggi alla manifestazione della scorsa settimana in piazza della Republika, accennano, come dicevamo alla possibilità di un conflitto all’interno della popolazione stessa. Si tratterebbe di uno scontro tra sciovinisti, che credono di poter arrestare lo sviluppo di una cultura cosmopolita quale ha sempre caratterizzato la capitale Belgrado, prima che il regime di Milosevic e il nazionalismo imperante che abilmente il leader serbo ha cavalcato durante gli anni del suo potere,  la mettessero a tacere, e chi invece invoca una cultura aperta, scevra da ideologiche chiusure e falsi miti di fondazione. 
È anche vero che l’alternativa culturale in Serbia stenta ad imporsi, infatti David sostiene che la Serbia è al bivio, ma dopo sette o otto mesi da questa constatazione, “posso solo dire che non abbiamo ancora scelto la via e ancora non siamo partiti verso un qualche cambiamento”.
L’euforia che ha caratterizzato il 5 ottobre dell’anno scorso, quando la DOS batté la vecchia guardia del potere, rischia di spegnersi in una fatale stagnazione, se non seguiranno radicali cambiamenti nell’opinione della gente, se la gente non sarà pronta ad assumersi il peso delle responsabilità di questi ultimi anni di sangue e violenze. 
Da non trascurare infine sono anche i conflitti interni tra la corrente vicina al presidente Kostunica e quella vicina al premier Djindjic. Questa dicotomia significa anche la separazione di quei poteri che Milosevic riusciva a tenere insieme. Ovvero l’esercito e la polizia. L’attuale conflitto tra le due istituzioni preoccupa seriamente, anche perché sono pressoché in contrapposizione. La recente delicata questione dei cadaveri di albanesi kosovari rinvenuti a Belgrado, testimonia la pesantezza dell’attribuzione delle responsabilità. La colpa è del Ministero dell’interno (MUP) oppure dell’esercito (VJ)? Chi comandava i reparti di entrambe le istituzioni durante la guerra nel Kosovo? Queste sono solo alcune delle domande che riecheggiano nelle sale del palazzo a Belgrado, così come sulla carta stampata. Il rischio di una rottura tra le due correnti sopra nominate è all’ordine del giorno. Ora sembra non esistere più un nemico comune da abbattere, come al tempo in cui Milosevic se ne stava al potere, ora il conflitto si gioca internamente e il rischio che ciò sfoci in disordini di natura civile non è certo lontano. 
Le premure della comunità internazionale e i suoi ricatti per elargire i fondi che darebbero respiro al paese, ormai allo sfascio, non servono un granché se non si sarà in grado di favorire e accogliere un adeguato sviluppo sociale, se non si permetterà che una sana e libera cultura possa germogliare su quella terra che molti amici jugoslavi ancora considerano nera e fradicia. 
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