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Pil, un'ossessione pericolosa
Lo sviluppo umano misurato con i numeri dell'economia nel paradigma del pensiero unico
 

di ANDREA MARIO

  Non passa giorno non passa giornale senza una notizia sul Pil. Oggi riguardo a quello di ieri, ieri in riferimento a quello di domani, ai media piace diffondere tra il grande pubblico i numeri che le varie agenzie e/o istituti contabili riversano quotidianamente sulla ricchezza prodotta o sulla ricchezza da produrre. Sono così ossessivi i riferimenti che ormai non ci facciamo più caso, o meglio coscientemente crediamo di non darci peso, ma inconsciamente siamo stati ormai convinti dell’importanza del Pil come reale fotografia del benessere. Ma cosa si nasconde dietro questo fantomatico numeretto, spesso espresso in innocua forma percentuale? Due cose, fra tutte: un pressappochismo mascherato dietro l’oggettività del dio numero e la visione, tipicamente capitalista, dello sviluppo come crescita economica.

Pressappochismo si diceva; e come definire altrimenti l’elaborazione del dato sulla ricchezza nazionale con un metodo che somma solo merci e servizi scambiati regolarmente nel mercato? Pensate ad una giornata tipo e provate a fare il conto di quanto incide la cosiddetta economia informale, non contabilizzata nel Pil. Per fare un esempio se la colazione la fate al bar viene contabilizzata se invece la fate a casa, magari con la marmellata del vostro albero di prugne, il miele raccolto dal vicino di casa e la torta di mele della mamma, no; o chi vi tiene i bambini se andate al cinema? Se avete una baby sitter cui pagate regolari contributi, il tutto entra nel Pil, se invece viene una zia o la suocera è come se non fosse successo niente. Aggiungete ancora il lavoro nero, l’economia illegale, le esternalità – tutti dati che esulano dal Pil - e ben si capisce come il quadro finale di ritorno rispecchi solo in minima parte la realtà.

E c’è di più. Il Prodotto interno così calcolato non restituisce, come si è tentati di credere, il patrimonio a disposizione di una comunità, ma solo il suo temporaneo consumo di ricchezza. Dire che il Pil è cresciuto del 3% rispetto all’anno precedente, in buona sostanza, vuol dire soltanto che abbiamo speso il 3% in più, non che siamo più ricchi. L’esempio classico, per solito qui citato, è quello dello sfruttamento intensivo di una foresta: se oggi decido di tagliare tutto un  bosco e di venderne il legname, guadagno sul momento, ma perdo per il futuro una fonte di reddito; per il Pil sono più ricco, in realtà ho dilapidato una ricchezza. Gli economisti conoscono il problema e giustamente distinguono i concetti di stock e di flow, ma molto spesso sono proprio loro stessi che ne  trascurano la differenza suggerendo soluzioni buone per l’oggi, disastrose per il futuro. Ultimo ma non da ultimo, il Pil non tiene in nessun conto la distribuzione interna del reddito prodotto: il Pil/pro capite è il risultato di una semplice ed equa divisione tra la ricchezza prodotta e il numero degli abitanti. Più che un dato statistico di qualche riferimento è un augurio o un illusione, a seconda del punto di vista.

 Queste le ragioni tecniche del pressappochismo. Le ragioni della pericolosità sono invece più teoriche. Chi ha qualche reminiscenza della filosofia presocratica ricorderà i due grandi problemi esistenziali allora dibattuti : la molteplicità e il divenire. Il pensiero greco era affascinato, in sostanza, dalla diversità, sia quella orizzontale, nello spazio, per cui posso osservare un fenomeno, un altro e un altro ancora, sempre  tra loro diversi; sia quella verticale, nel tempo, per cui oggi il mondo non è quello di ieri e domani sarà ancora un'altra cosa. Affascinati ma nello stesso tempo tentati, i filosofi greci, di ricercare un unico comun denominatore, di realizzare quella reductio ad unum obiettivo poi di tanti altri loro colleghi.
Bene, cosa ti combina oggi il neoliberismo? Di fronte alla vivacità creativa della vita, non sa far altro che ridurre la molteplicità del reale alla sola dimensione economica o, come scrive Latouche in proposito (Standard di vita / di Serge Latouche in Dizionario dello sviluppo / a cura di Wolfang Sachs. Torino : Ega, 1998, P. 307-328) sostituisce l’idea del bene-essere con l’idea dell’avere-beni. 

Dall’altra parte ha detto e fatto del progresso economico, della crescita economica e dello sviluppo economico il progresso, la crescita e lo sviluppo per antonomasia, controllando così, attraverso un’unica operazione riduzionista, la dimensione spaziale ed insieme quella temporale dell’esistenza umana. E’ chiaro che la martellante e ossessiva importanza data alla crescita percentuale del Pil sia funzionale alla duplice battaglia ideologica del capitalismo moderno. 

 Ecco da dove nasce la pericolosità. Il pensiero unico è pericoloso non solo perché costringe ad uno stato di povertà la stragrande maggioranza delle persone di questo mondo - ragione sufficiente comunque per contrastarlo -  ma proprio in quanto unico, come ama autopresentarsi. Il tutto usando, a proprio fine,  un semplice e approssimato indicatore di contabilità nazionale.
 
 



 
o (11 giugno 20001)

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