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Informazione e democrazia

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Salvini, M5S e stato di diritto

Forse si potrebbe aprire un confronto semantico sulla parola legalità. Ma restiamo ai fatti.

Il governo italiano, con la connivenza europea, sta sabotando deliberatamente il dispositivo di ricerca e salvataggio dei naufraghi (qualunque naufrago) nel Mediterraneo.
Ciò, spiegano numerosi giuristi, contravvenendo a una serie di norme, dalla Costituzione italiana, al Codice della navigazione, al diritto internazionale.

Nell’arco di tre cambi di governo abbiamo assistito a una involuzione.

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La sinistra che non c’è

Partiamo da lontano: per esempio dal giugno 2000, quando questo sito pubblicò, per gentile concessione dell’autore, Paolo Barnard, il testo completo dell’inchiesta tv “I globalizzatori” (realizzata per Report, Raitre). Si trattava di un lavoro che svelava dinamiche e retroscena di ciò che da tempo denunciavano i cosiddetti movimenti no global, vale a dire il progressivo insediarsi del pensiero unico neoliberista, l’imporsi del dominio del mercato, della logica dell’impresa e del profitto a ogni costo. Il tutto con conseguenze nefaste per persone e gruppi sociali (salvo i ricchi che lo diventeranno ancora di più).
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Respingere i naufraghi è bullismo politico che fa del male a noi tutti

Chiudere i porti italiani alle navi cariche di naufraghi è vergognoso.
Strumentalizzare queste vite umane per polemizzare con gli altri Paesi europei su chi è il più cattivo è tragicamente puerile e ingannevole.
Attaccare le organizzazioni umanitarie che si sostituiscono alle inadempienze degli Stati europei è indegno.
Trasformare le problematiche delle migrazioni nell’unica vera emergenza nazionale e europea è fuorviante, comodo per una politica da mercato rionale, utile a chi prospera nella sottovalutazione di altre e più gravi questioni nazionali.

Governo, si può smettere con la propaganda e la demagogia?

Non è certo un segreto per i lettori di questo blog la nostra avversione nei riguardi di visioni e azioni e politiche che alla fatica di confrontarsi con la complessità del reale antepongono il semplicismo di formule superficiali utili come moltiplicatore di consensi elettorali ma assai pericolose per l’equilibrio del nostro impianto repubblicano costituzionale.

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Governo destro: e l’aria mortale e il dramma del lavoro?

A quanto pare ci siamo, dopo due mesi e mezzo nei quali i cittadini sono stati avvolti da una nebbia verbale mentre gli eletti del 4 marzo se la cantavano fra loro nell’opacità di infiniti incontri “segreti”.
Fra slogan sterili ripetuti all’infinito (immigrazione, Ue, pensioni) e battute da bar Sport, si è arrivati all’accordo sul “contratto” tra M5S e Lega dopo settimane politicamente strazianti e poco decorose (sia per le performance dei due protagonisti sia di tutti gli altri partiti). Altro che democrazia diretta, bilanci partecipativi e trasparenza in streaming. Altro che “mai alleanze”.
Altro che risposte ai milioni di elettori di sinistra, molti in fuga dal Pd, il cui voto del 4 marzo viene “sequestrato” per governare con la destra.
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Basta un sì per indebolire la democrazia, spaccare l’Italia, favorire le diseguaglianze, sottrarre potere ai cittadini e ai territori (salvo pochi privilegiati)

Una serie di riflessioni mi inducono a rifiutare le numerose trasformazioni della Costituzione proposte dall’attuale (risicata) maggioranza di governo. In sintesi.

  • Innanzitutto, sono convinto che la legge fondamentale che determina le modalità della convivenza civile non può essere modificata da una maggioranza raccogliticcia, scritta dal governo e votata da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale. Voluta da partiti che sostanzialmente non avevano vinto le elezioni.
  • Il patto sociale, le regole del gioco vanno definite e eventualmente modificate (con cautela) attraverso un processo complesso di costruzione di una diffusa condivisione sociale.
  • Un’eventuale trasformazione dell’ordinamento della Repubblica deve essere coerente con i principi fondamentali elencati in particolare nei primi dodici articoli della Costituzione e deve tenderle a consolidarne o a espanderne la concreta applicazione. La riforma Boschi-Renzi, al contrario, li riduce e comprime gravemente lo stesso diritto di voto con la creazione di un Senato confuso e non eletto dai cittadini (malgrado le bufale elettorali che promettono il contrario) e con la cancellazione definitiva delle Province (già declassate tramite una legge ordinaria di dubbia costituzionalità, mentre andrebbero valorizzate come presidio democratico prezioso).
  • Si tratta di uno scenario che impoverisce la dinamica democratica diminuendo la pluralità di ambiti decisionali e di voci/poteri in campo come garanzia contro un’eccessiva concentrazione nelle mani, per esempio dell’esecutivo centrale. Il principio della separazione dei poteri subisce un altro colpo, in uno scenario già segnato dalla preponderanza del governo e dalla mortificazione del Parlamento.
  • Anziché ripensare le articolazioni del potere avvicinandosi ai cittadini e alle comunità catalizzando la partecipazione (per esempio abolendo le regioni e attribuendo responsabilità alle province o a simili territori omogenei), si accentrano le facoltà decisionali a Roma, nel nome della rapidità e semplicità dei processi legislativi. Ma le decisioni – specie se importanti – andrebbero con calma, evitando le banalizzazioni e privilegiando l’approfondimento: per evitare di produrre cambiamenti frettolosi e negativi.
  • Si produce uno scenario istituzionale utile a una cristallizzazione dello status quo sociale che vede molto potere (anche finanziario) nelle mani di pochi mentre la grande massa dei cittadini è impotente di fronte a processi economici penalizzanti (non è un caso se i principali snodi degli interessi consolidati e dominanti sono caldamente a favore della riforma).
  • Un successo dei sì ci darebbe una Costituzione nella quale larga parte del Paese faticherebbe a riconoscersi, dunque spaccherebbe l’Italia e incoraggerebbe il qualunquismo nei riguardi della vita collettiva e delle sue istituzioni Salvo, di questo passo, tirare troppo la corda e generare sconvenienti e imprevedibili reazioni sociali di contrapposizione all’autorità.

        Ma passiamo all’analisi del quadro generale in cui si inserisce questa iniziativa politica, cercando di metterne a fuoco le possibili motivazioni, origini e effetti.
Vedremo poi anche un paio di questioni specifiche di primaria rilevanza: la riscrittura del processo legislativo centrale e i rapporti di potere fra lo Stato e le comunità locali cui aspira questa riforma che considero fondamentalmente reazionaria.

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Fermiamo la riforma elettorale

La legge elettorale voluta da Renzi (e fino a poco fa da Berlusconi) perpetua le storture di una rappresentanza democratica inceppata. Lo dimostrano  questo stesso ddl, il cui contenuto non era certo presente nel programma elettorale del principale partito della maggioranza di governo, il Pd, che fra l’altro sta attuando parallelamente una riforma costituzionale che indebolisce la partecipazione democratica e gli equilibri fra i poteri , senza averne parlato prima in campagna elettorale. Nessun mandato dai cittadini, neanche dalla minoranza andata alle urne alle europee dell’anno scorso… Una seria idea costituzionale repubblicana suggerirebbe di riavvolgere questo brutto film, come suggerisce questa petizione («Arrestare l’Italicum»)  lanciata oggi da un gruppo di intellettuali e ex parlamentari riuniti sotto la sigla Coordinamento per la democrazia costituzionale.

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Il governo Renzi? Conservatore

Tre anni fa un presidente del consiglio ribatteva che in Italia non c’era una vera crisi economica, tant’è che «i consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, si fatica a prenotare un posto sugli aerei».

Di lì a pochi giorni quel capo del governo, Silvio Berlusconi, sotto forte pressione europea, si vedeva costretto a cedere il posto a Mario Monti. Tutta colpa dell’euro e dei piagnoni italici che infondono pessimismo e depressione.

Poi è andata come sappiamo, con gli esecutivi Monti, Letta #staisereno e Renzi che si sono susseguiti senza riuscire a modificare sensibilmente il quadro socioeconomico; anzi, una serie di indicatori fondamentali (dalla precarietà lavorativa alle nuove povertà, fotografati dalle cifre inquietanti sulla disoccupazione, che è crescente malgrado i patetici giochi di numeri del governo per confondere l’analisi).

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