Nonluoghi

Informazione e democrazia

Tag: liberismo

La democrazia non è un diesel

Dunque dopo quattro settimane di regale e ostentata indifferenza, il presidente francese Emmanuel Macron ieri si è degnato di rivolgersi direttamente ai cittadini che si attivano per reclamare, in poche parole, una società più equa.
È una mobilitazione, quella dei gilet gialli, che può piacere o non piacere, ma sarebbe arduo negare la sua efficacia nel mettere a nudo i fallimenti dell’intreccio regressivo fra politica e economia in atto da decenni.

Continue reading

La sinistra che non c’è

Partiamo da lontano: per esempio dal giugno 2000, quando questo sito pubblicò, per gentile concessione dell’autore, Paolo Barnard, il testo completo dell’inchiesta tv “I globalizzatori” (realizzata per Report, Raitre). Si trattava di un lavoro che svelava dinamiche e retroscena di ciò che da tempo denunciavano i cosiddetti movimenti no global, vale a dire il progressivo insediarsi del pensiero unico neoliberista, l’imporsi del dominio del mercato, della logica dell’impresa e del profitto a ogni costo. Il tutto con conseguenze nefaste per persone e gruppi sociali (salvo i ricchi che lo diventeranno ancora di più).
Continue reading

Basta un sì per indebolire la democrazia, spaccare l’Italia, favorire le diseguaglianze, sottrarre potere ai cittadini e ai territori (salvo pochi privilegiati)

Una serie di riflessioni mi inducono a rifiutare le numerose trasformazioni della Costituzione proposte dall’attuale (risicata) maggioranza di governo. In sintesi.

  • Innanzitutto, sono convinto che la legge fondamentale che determina le modalità della convivenza civile non può essere modificata da una maggioranza raccogliticcia, scritta dal governo e votata da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale. Voluta da partiti che sostanzialmente non avevano vinto le elezioni.
  • Il patto sociale, le regole del gioco vanno definite e eventualmente modificate (con cautela) attraverso un processo complesso di costruzione di una diffusa condivisione sociale.
  • Un’eventuale trasformazione dell’ordinamento della Repubblica deve essere coerente con i principi fondamentali elencati in particolare nei primi dodici articoli della Costituzione e deve tenderle a consolidarne o a espanderne la concreta applicazione. La riforma Boschi-Renzi, al contrario, li riduce e comprime gravemente lo stesso diritto di voto con la creazione di un Senato confuso e non eletto dai cittadini (malgrado le bufale elettorali che promettono il contrario) e con la cancellazione definitiva delle Province (già declassate tramite una legge ordinaria di dubbia costituzionalità, mentre andrebbero valorizzate come presidio democratico prezioso).
  • Si tratta di uno scenario che impoverisce la dinamica democratica diminuendo la pluralità di ambiti decisionali e di voci/poteri in campo come garanzia contro un’eccessiva concentrazione nelle mani, per esempio dell’esecutivo centrale. Il principio della separazione dei poteri subisce un altro colpo, in uno scenario già segnato dalla preponderanza del governo e dalla mortificazione del Parlamento.
  • Anziché ripensare le articolazioni del potere avvicinandosi ai cittadini e alle comunità catalizzando la partecipazione (per esempio abolendo le regioni e attribuendo responsabilità alle province o a simili territori omogenei), si accentrano le facoltà decisionali a Roma, nel nome della rapidità e semplicità dei processi legislativi. Ma le decisioni – specie se importanti – andrebbero con calma, evitando le banalizzazioni e privilegiando l’approfondimento: per evitare di produrre cambiamenti frettolosi e negativi.
  • Si produce uno scenario istituzionale utile a una cristallizzazione dello status quo sociale che vede molto potere (anche finanziario) nelle mani di pochi mentre la grande massa dei cittadini è impotente di fronte a processi economici penalizzanti (non è un caso se i principali snodi degli interessi consolidati e dominanti sono caldamente a favore della riforma).
  • Un successo dei sì ci darebbe una Costituzione nella quale larga parte del Paese faticherebbe a riconoscersi, dunque spaccherebbe l’Italia e incoraggerebbe il qualunquismo nei riguardi della vita collettiva e delle sue istituzioni Salvo, di questo passo, tirare troppo la corda e generare sconvenienti e imprevedibili reazioni sociali di contrapposizione all’autorità.

        Ma passiamo all’analisi del quadro generale in cui si inserisce questa iniziativa politica, cercando di metterne a fuoco le possibili motivazioni, origini e effetti.
Vedremo poi anche un paio di questioni specifiche di primaria rilevanza: la riscrittura del processo legislativo centrale e i rapporti di potere fra lo Stato e le comunità locali cui aspira questa riforma che considero fondamentalmente reazionaria.

Continue reading

Il governo della Bce…

Chissà che cosa direbbe un padre dell’Europa come Altiero Spinelli di fronte a una Banca centrale che pretende (peraltro indisturbata) di dare direttive alla politica (o per meglio dire a ciò che rimane della politica).

Fra le ultime ingerenze – in ordine cronologico – della Bce c’è il rilancio sull’abolizione delle Province: una sottrazione di rappresentanza democratica viene incredibilmente venduta come lo snodo fondamentale del risanamento delle casse pubbliche.

In un contesto equilibrato la vicenda si commenterebbe da sé e una risata di indignazione seppellirebbe i banchieri e i loro alleati.

Oggi, al contrario, sull’onda di un populismo che troppo spesso diventa paralisi del ragionamento e del pragmatismo, usare la motosega invece del cervello diventa comodo, a patto naturalmente che la si usi in qualche sperduto fazzoletto di terra contadina; non certo nel parco della propria villa.

Che cosa direbbe Spinelli a queste classi dirigenti che così bene incarnano la tragica decadenza di una civiltà e di un modello politico e industriale da esse stesse voluto e alimentato? Mah…

Di certo, nel Manifesto di Ventotene del 1943/’44 (cioè nel testo “Per un’Europa libera e unita”, elaborato con Ernesto Rossi durante il confino), Altiero Spinelli scriveva fra l’altro:

“Le forze conservatrici, cioè: i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali; i quadri superiori delle forze armate, culminanti, là dove ora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l’innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che anche sono solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie già fin da oggi sentono che l’edificio scricchiola, e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto finora, e le esporrebbe all’assalto delle forze progressiste”.

Ecco il testo completo.

z. s.

© 2018 Nonluoghi

Theme by Anders NorenUp ↑