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Clima e aria avvelenata: che dire di chi ora simpatizza a parole con i giovani in piazza ma per decenni ha tradito (e offeso) gli ecologisti?

Piccola premessa: persiste nella politica e nella tecnocrazia una vasta schiera di decisori che da decenni minimizzano e banalizzano la questione ecologica, soavemente supportati dal controcanto di numerosi opinionisti.

Qui non parleremo di questa categoria di persone, di quelle cui non va giù nemmeno il grido disperato della giovane Greta Thunberg.

Parleremo piuttosto di chi sorride alla ragazzina svedese: molti, apparentemente è quasi una corsa a diventare ecologisti. Almeno a parole.

Greta è diventata il simbolo di una generazione che si risveglia nell’incubo di una vita segnata dal venir meno, a causa di precise scelte politiche e economiche, delle condizioni minime per una vita sana sul pianeta Terra.
Una generazione che vive più di altri sulla propria pelle le conseguenze di un modello industriale e sociale sfuggito di mano, che da decenni oltre a molti benefici produce effetti collaterali crescenti e insostenibili. Una generazione che deve fare i conti con numerose malattie causate dalle contaminazioni ambientali e con un calo della speranza di vita alla nascita, una perdita oggi stimata in venti mesi nella media mondiale (vedi il rapporto State of Global Air 2019, che fra l’altro svela le maggiori criticità dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei occidentali).

Una generazione, insomma, chiamata a correggere i fallimenti sistemici tralasciati dalle classi dirigenti internazionali, da un’industria largamente rapace e da una politica beatamente connivente.
Colpisce e indigna, ovviamente, il ritardo delle azioni politiche serie, l’ubriacatura neoliberista che con la menzogna della fine delle ideologie è stata il propulsore delle diseguaglianze economiche, del peggioramento delle condizioni dei lavoratori, dell’ingiustizia inter-generazionale, dell’assalto all’ambiente.
Ma colpisce e indigna anche chi riveste ruoli di potere e dopo aver contribuito per decenni al disastro, oggi simpatizza con i ragazzi di FridaysForFuture, promette un cambio di passo, si scandalizza dell’ignavia politica senza assumerne la propria parte di responsabilità (e magari, conseguentemente, andarsene).
Questo atteggiamento, assai diffuso nelle classi dirigenti che ci hanno portato a questo binario morto e mortale, ha un forte retrogusto di ipocrisia e di paternalismo. Ma soprattutto è un atteggiamento che abbracciando le Greta del 2019 reitera l’offesa alle Greta del 1969, a tutti coloro che da mezzo secolo si battono per la causa ecologista: inascoltati, strumentalizzati, spesso vilipesi.Così come coloro che da decenni – nelle piazze o in letteratura – denunciano i fallimenti del sistema neoliberista e propongono correttivi seri: marginalizzati, stigmatizzati come “no global”, spesso vilipesi.
Venivano censurati come gente “fuori dalla storia”, cavernicoli, primitivisti felici, al limite utopisti ingenui. Ciò malgrado proponessero semplicemente una serie di riforme radicali, innanzitutto del sistema produttivo, commerciale e trasportistico, per invertire la tendenza suicida in atto. E magari per favorire la conoscenza e la partecipazione reale dei cittadini alla formazione delle decisioni pubbliche.
Oggi assistiamo a classi dirigenti responsabili dell’ecatombe epidemiologica in corso che  plaudono alla mobilitazione dei giovani ma persistono nel rinvio delle misure ovvie, quanto profonde, necessarie per salvare realmente vite umane e natura. 
L’immediata trasformazione della mobilità urbana, per esempio, con il bando delle auto private e la sostituzione con reti davvero efficienti di trasporto pubblico e di infrastrutture ciclabili. Ma anche il ricorso alla fiscalità per rendere rapidamente antieconomiche tutte le prassi inquinanti, energivore e insensate, che si tratti di agricoltura intensiva o di impianti metallurgici. Si parla oggi di “transizione ecologica”, quando in realtà si dovrebbe parlare di “emergenza ecologica”. La transizione era nei decenni scorsi, quando le classi dirigenti si sono occupate di tutt’altro. E anche oggi, peraltro, abbiamo al potere gente che preferisce distrarre i cittadini catalizzando consenso su questioni diverse, tipo l’immigrazione o le pensioni anticipate (ma anche i flirt dei ministri), mentre finge di non sapere che la vera urgenza, anche sanitaria, è la questione ambientale, madre di tutte le altre.
In conclusione, non c’è da stare allegri: l’assenza di iniziative politiche e industriali all’altezza della drammaticità del momento parla da sola.

p. s. Tra le voci nel deserto ricordiamo quella limpida e appunto inascoltata di Alex Langer, orgogliosamente sudtirolese e cittadino del mondo, che ci ha lasciato un pensiero profondo utile anche oggi a orientarci e ad agire subito, radicalmente.

Le metropoli barbare alleate del dominio neoliberista: idee per una conversione democratica, ecologica e “umana”. Riflessioni sul libro di Guillaume Faburel

Il fenomeno della metropolizzazione delle città come fonte del malessere della nostra epoca, della fuga dalla dimensione umana, della mortificazione di una speranza di conversione ecologica profonda.

Se ne occupa Guillaume Faburel, docente di geografia, urbanistica e scienze politiche a Lione, in un libro  di cui (prima ancora di poterlo leggere) ho ascoltato la presentazione a Lille. Il volume si intitola “Les metropoles barbares. Démondialiser la ville, désurbaniser la terre (Le metropoli barbare. Deglobalizzare la città, deurbanizzare la Terra), edizioni Le Passager Clandestin (2018).

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La sinistra che non c’è

Partiamo da lontano: per esempio dal giugno 2000, quando questo sito pubblicò, per gentile concessione dell’autore, Paolo Barnard, il testo completo dell’inchiesta tv “I globalizzatori” (realizzata per Report, Raitre). Si trattava di un lavoro che svelava dinamiche e retroscena di ciò che da tempo denunciavano i cosiddetti movimenti no global, vale a dire il progressivo insediarsi del pensiero unico neoliberista, l’imporsi del dominio del mercato, della logica dell’impresa e del profitto a ogni costo. Il tutto con conseguenze nefaste per persone e gruppi sociali (salvo i ricchi che lo diventeranno ancora di più).
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Del governo e della Costituzione al tempo di Salvini

Dunque il capo della Lega (ex Nord) Matteo Salvini diventa ministro dell’interno e agisce e parla coerentemente con il suo ben noto modulo da campagna elettorale permanente. Sorprende chi si sorprende, davanti alle iniziative e alle frasi raggelanti di questi primi giorni del leghista al governo. Per anni ha ripetuto pressoché indisturbato che nei campi rom ci vogliono le ruspe (giocando naturalmente sull’ambiguità e precisando poi che si riferisce ai campi una volta e definitivamente svuotati).
Ora, in veste di ministro della Repubblica, annunciando un inquietante “censimento”, si permette di affermare che i rom cittadini italiani non si possono ovviamente rimpatriare e dunque “quelli dobbiamo tenerceli”.

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Ambiente, salute e veleni: l’allarme italiano e il ruolo degli ecologisti

[Intervento al convegno “Il ciclo del rifiuto invisibile: gestione e prevenzione del rischio ambientale” con relazione di Enrico Fedrighini. organizzato dal gruppo consiliare dei Verdi in Comune e coordinato dalla presidente del Consiglio comunale, Lucia Coppola. Trento, 12 maggio 2017]

La storia anche recente del Trentino non è esente da episodi, talora assai gravi, di crimini ambientali.

I casi noti di maggiore rilevanza riguardano il traffico illecito di rifiuti industriali.

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Allarme smog, di chi è la colpa?

Allora, riscopriamo che le città italiane soffocano nello smog, mentre il premier inauguratore seriale di opere pubbliche (uguale uguale, anzi, più dei “rottamati”: tunnel, libri di Vespa o domus pompeiane, fa lo stesso) si esibisce ormai quasi a reti unificate nelle quotidiane celebrazioni di sé e del Paese figo a immagine, ripresa e somiglianza.
Il ministro dell’ambiente scopre il 27 dicembre 2015 che ci vorrebbe un piano nazionale per la mobilità sostenibile, meno automobili e più mezzi collettivi. Tradotto, in realtà, si tratta della promessa di qualche milione per rinnovare il parco macchine del trasporto pubblico.

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NoTav, Legambiente e Anpi

Il mese scorso anche Legambiente e parecchie sezione dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani) hanno aderito alla manifestazione NoTav che si è svolta a Torino in un sabato piovoso, il 21 febbraio. La contrarietà alla grande opera, motivata con ragionamenti sulla sua invasività nel territorio e inutilità sociale, si accompagna a proposte per la riallocazione delle ingenti risorse pubbliche su progetti che rispondano realmente ai bisogni delle popolazioni. Ecco i due comunicati diffusi il mese scorso.

“La grande infrastruttura di cui l’Italia ha bisogno non è la linea ad alta velocità Torino-Lione o le numerose nuove autostrade previste in molte regioni. La vera emergenza è la manutenzione e la messa in sicurezza del territorio per la mitigazione del rischio idrogeologico, insieme a un sistema efficace di trasporti urbani e periurbani per i pendolari”, scrive Lagambiente annunciando l’adesione alla giornata di mobilitazione No Tav del 21 febbraio 2015.

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L’acciaieria e i rischi di ammalarsi

«Si ritiene che il mancato controllo delle emissioni inquinanti prodotte dagli impianti di questa azienda sia la causa dell’aumentato rischio di patologie e decessi individuato nei lavoratori»: lo scrive il medico Roberto Cappelletti nella relazione allegata allo studio epidemiologico che ha realizzato analizzando la storia di 342 operai impiegati almeno un anno nell’acciaieria di Borgo Valsugana, nel periodo 1984-2009.

Con questa indagine Cappelletti, chirurgo all’ospedale di Borgo e esponente di Medici per l’ambiente, oltre a produrre una serie di dati sanitari su cui riflettere, mette in luce l’opportunità di sottoporre tutta la popolazione della zona a una verifica epidemiologica.

 

I dati diffusi, pur allarmanti, finora non hanno indotto nessuno, fra i politici e gli “addetti ai lavori”, a una presa di posizione pubblica.

 

Ora sarebbe alquanto preocupante e mortificante se, per assurdo, i decisori politici o i vertici della tecnocrazia del settore, anziché preoccuparsi (qualcuno magari con un mea culpa) di colmare le lacune additate dal medico valsuganotto, avessero da ridire sulla sua scelta di tentare di fare volontaristicamente ciò che gli organismi istituzionali preposti a quanto pare non hanno mai fatto (il che in ogni caso alimenta una lunga serie di dubbi e di interrogativi).

 

Ma sto parlando per assurdo: in realtà sono quasi sicuro che il dottor Cappelletti prima o poi riceverà, al contrario, i ringraziamenti di politici e tecnici che prenderanno a cuore la faccenda e avvieranno un ampio monitoraggio per rispondere ai comprensibili timori di molta gente della Valsugana, specie dopo le note vicende giudiziarie su inquinamento ambientale e stoccaggio illegale di sostanze contaminanti.

z. s.

L’ideologia agricola trentina (e non)

Qualche settimana fa ho fatto un’esperienza istruttiva, a tu per tu con alcuni esponenti di spicco della classi dirigenti del mondo agricolo e politico trentino.

All’ordine del giorno dell’incontro c’era la replica a chi critica il modello produttivo plasmato dalle politiche provinciali di questi decenni, a chi ritiene che ci sia un approccio alla terra troppo intensivo e con un utilizzo eccessivo di sostanze chimiche velenose che si disperdono nell’ambiente.

Le critiche sono state respinte al mittente con un coro di unanime sdegno: in Trentino si produce in modo salubre e il sistema dei controlli dà garanzie certe sia sulla salute umana sia sul rispetto della natura.

La vigilanza sugli aspetti epidemiologici spetta all’Azienda provinciale servizi sanitari, che a sua volta rassicura anche presentando l’esito di uno studio effettuato in valle di Non dal quale non emerge nessun motivo di allarme.

Eppure fuori dalle istituzioni non tutti sono così tranquilli; anzi, molti cittadini un po’ si preoccupano, svolgono accertamenti scientifici, prendono nota di eventuali fenomeni degni di approfondimento (come la presenza di residui di pesticidi nel territorio o nelle persone) e seguono con attenzione la tematica del rapporto con la terra.

Dunque, se possiamo dirci tutti rasserenati dal quadro clinico fotografato da autorità competenti e imprese del settore, vien fatto di chiedersi se in ogni caso per il “verde Trentino” della farfalla non sia il caso di cominciare a voltare pagina, a indirizzare il futuro della sua agricoltura, forte dell’autonomia speciale, verso le coltivazioni biologiche, la diversificazione dei prodotti, il recupero delle varietà tradizionali ormai largamente dimenticate: anche questa è biodiversità.

In quell’incontro ho girato la domanda ai presenti e devo confessare che ho ricevuto risposte deludenti: il biologico non scaldava i loro cuori e si andava da risposte minimaliste sulla scarsa redditività di questo modello agricolo fino a veri e propri esercizi di furore ideologico contro chi sceglie di coltivare abbandonando il “più sicuro e meno pericoloso” paradigma chimico.

Ho concluso che è davvero improbabile un dialogo fra i due mondi dell’agricoltura intensiva e di quella biologica o biodinamica (quest’ultima definita con ghigno dai miei interlocutori “una religione”).

Però, mi è venuta in mente Vandana Shiva, quando confuta alcune visioni consolidate nel mainstream agroindustriale.

zenone sovilla

Diesel, amore mio

In questi giorni in Norvegia si discute dell’imminente introduzione di un pedaggio extra che colpirà gli autoveicoli diesel nelle città principali (Oslo, Bergen e Trondheim).

L’entità di questa tassa sull’inquinamento non è ancora stata decisa, tuttavia il Direttorato delle strade ha anticipato che sarà una cifra significativa, al fine di garantire l’effetto di deterrenza.

Si parla di 250-300 euro l’anno extra da pagare per assicurarsi la libera circolazione; in alternativa si prevedono pedaggi giornalieri (ovviamente assai meno convenienti nel lungo periodo).

Sullo sfondo, spiegano le autorità norvegesi, ci sono le più recenti evidenze sull’impatto ambientale dei motori alimentati a gasolio. L’obiettivo, dunque, è ridurne l’uso, anche nella prospettiva futura.

Questa notizia stride con l’esperienza italiana che mi è capitato di fare nei mesi scorsi, andando in vari concessionari a informarmi manifestando l’interesse all’acquisto di un’automobile alimentata a metano o a Gpl. In diversi casi il  mio interlocutore mi ha suggerito di valutare anche (o piuttosto) i modelli turbodiesel. In una circostanza mi è stato addirittura sconsigliato esplicitamente il Gpl (di serie), con la motivazione che in realtà – tenendo conto di tutti i fattori – non si risparmia quasi nulla (l’aspetto inquinamento ambientale non era una variabile considerata dal venditore).

Quanto al metano, posto che sono pochi i modelli con impianto originale (specie se si pretende l’accortezza elementare di non infilare alla bell’e e meglio le bombole nel baule riducendone la capienza), trovare interlocutori realmente motivati finora è stato quasi impossibile. E la mia ricerca continua…

Probabilmente tutto questo ha spiegazioni precise, alcune forse inconfessabili. Resta da capire quanto anche la scarsa propensione all’innovazione profonda del prodotto, e dell’intero “sistema” che gli ruota attorno, renda l’automobile poco appetibile nel mercato nell’anno Domini 2012.

Zenone Sovilla

P. S.

Sempre in Norvegia, in questi giorni diventa operativa la decisione di ridurre il limite massimo di velocità da novanta a ottanta chilometri orari, sui tratti delle strade statali prive di guard-rail centrale di separazione, che registrano più di 4 mila passaggi giornalieri: si prevede che l’esito del provvedimento sia una quindicina di vite salvate ogni anno nei circa settanta chilometri di strada interessati.

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