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Informazione e democrazia

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Province ordinarie, democrazia sospesa

Zenone Sovilla

Che cosa direste se alla scadenza della legislatura il governo portasse in Parlamento un decreto che sospende le elezioni, perché ha intenzione di riformare l’assemblea legislativa, magari con una legge ordinaria con l’obiettivo di superare il bicameralismo? Probabilmente vi verrebbe il dubbio che staremmo uscendo dallo stato di diritto.
Con questa apparente forzatura dialettica vorrei richiamare nuovamente l’attenzione del lettore su una vicenda a mio avviso molto grave che sta passando sottotraccia oppure, peggio ancora, se emerge è oggetto di depistaggi politici e mediatici: la cosiddetta “abolizione” delle Province ordinarie, che in realtà è una trasformazione, teorizzata dal governo Letta e in particolare dal ministro Graziano Delrio, che riduce questi enti intermedi a semplici agenzie funzionali dei Comuni, prive di organismi eletti direttamente dai cittadini (li nominano invece i consigli municipali).

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Democrazia, la lezione di Howard Zin

La foresta di Sherwood è un punto di osservazione sulle cose del mondo, dal cortile di casa ai macrosistemi, che ci invita a uno sguardo “estraneo”. Cioè, libero dai numerosi condizionamenti e riflessi condizionati imposti dalla nostra piccola realtà quotidiana che tende a scompaginare la nostra visione delle priorità civili, politiche, culturali, comportamentali. Complice, un’epoca figlia del consumismo e del marketing-pensiero che plasma un po’ tutto, dalla scuola alla rappresentanza istituzionale, dal mondo dell’informazione al nostro piccolo quartiere a rischio identitario.
Si ha la sensazione che ci si occupi troppo poco di questioni fondamentali e che si sprechino invece enormi energie sociali in faccende di poco conto ma spesso gonfiate ad arte, specie in contesti un po’ alla deriva come quello italiano.
Alcune figure intellettuali improntate a un certo pragmatismo analitico ci possono aiutare, fra teoria e prassi, a districarci in questa giungla di conoscenze imposte o negate secondo modelli che rispondono sostanzialmente alle dinamiche fra centri di potere economico e politico poco compatibili con una democrazia compiuta e vitale. Poco compatibili con un’architettura istituzionale che – se la filosofia della Carta costituzionale ha ancora un valore concreto – dovrebbe attivare le dinamiche decisionali di un potere sempre più “diffuso”, non mortificarle accentrando in poche mani le scelte che contano e lasciandoci come abbagliante “consolazione” il Grande Fratello, il centro commerciale sempre aperto o un week-end esotico.
Mi piace ricordare, in questa occasione, un pensatore americano che in proposito ci ha offerto preziosi strumenti per arricchire consapevolezza e partecipazione popolare alla vita pubblica: Howard Zinn, che è scomparso pochi giorni fa all’età di 87 anni. Zinn, storico e politologo, ci ha saputo spiegare esaurientemente, fra l’altro, come il “potere” è in grado di imporre alla società la sua visione delle cose (basterà menzionare in proposito la sua opera più nota: «Storia del popolo americano dal 1492 a oggi» , nata negli annni Settanta dalla constatazione che «la storiografia ufficiale ometteva da sempre numerosi elementi cruciali del passato»).
Dopo aver partecipato come aviere americano ai bombardamenti sull’Europa durante la Seconda guerra mondiale, Zinn fu sempre in prima linea nel contrastare le opzioni belliche (dal Vietnam all’Iraq) di cui sottolineava l’incalcolabile costo umano e i risultati mai coerenti con le premesse della vigilia fatte da chi, nella sua stanza chiusa, sembrava ignorare il punto di vista dei “governati”, specie dei più deboli. «Se la storia – scriveva Zinn – vuole essere creativa e suggerire un futuro possibile, occorre valorizzare possibilità nuove e rivelare gli episodi misconosciuti in cui la gente comune ha mostrato la propria capacità di resistere e lottare».
In Italia era un grande amico di Emergency, associazione di cui era stato ospite in diverse occasioni.
Negli Stati Uniti uscirà la prossima settimana il documentario “The People Speak” nel quale Zinn riprende il tema della democrazia sostanziale, sul filo della sua “Storia del popolo americano”, evocando le esperienze di chi, dal basso, è riuscito a cambiare il corso degli eventi nel nome del “bene comune”. Personaggi come Matt Demon, Morgan Freeman, Viggo Mortensen e Bob Dylan lo affiancano in quest’ultima operazione, definita una “celebrazione della democrazia”.
Zinn, in una delle ultime interviste, disse che avrebbe amato essere ricordato per aver proposto un cambio di visuale sul mondo, la guerra, i diritti umani e l’equità, sollecitando “il popolo a utilizzare il potere che gli spetta”.
Ci si può informare, fare un’idea e poi eventualmente mobilitare cercando strumenti democratici utili, in molti ambiti spesso colpevolmente tralasciati o travisati dalle “autorità” competenti, dal traffico a motore (di cui parleremo in un prossimo “grido” dalla foresta) all’uso delle risorse (suolo, acqua…) e degli esseri umani.
Certo, la cosa potrebbe irritare chi, nella sua torre d’avorio del potere, ritenesse che un po’ di diossina nel latte, in fondo, non è un problema da drammatizzare. Ma spesso democrazia e difesa dei reali “interessi collettivi”, nostri e dei posteri umani, significa proprio disturbare il manovratore a suon di informazioni, indagini indipendenti, denunce degli intrecci perversi che ostacolano la propulsione necessaria al cambiamento possibile su molti versanti (dai processi decisionali alle scelte strategiche in settori come l’energia o la gestione del territorio, entrambi vittime di politiche spesso allucinanti).
Possibile, ma scomodo per chi si gode la sua beatitudine da posizioni di privilegio ossessivamente ancorate a visioni introverse della realtà, comode per un potere che ha perpetuare se stesso come priorità.
Il che è un po’ poco per tutti gli altri cittadini, Grande Fratello permettendo.

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