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Tag: democrazia partecipativa

Goodman e l’umanismo libertario

goodmanIl giornalista Vittorio Giacopini nel volumetto “La comunità che non c’è. Paul Goodman, idee per i movimenti” – edito da Nonluoghi nel 2003 nella collana I libertari e che qui rendiamo disponibile in versione digitale – presenta il pensiero di una delle più significative figure intellettuali americane del secondo dopoguerra, un riferimento per i movimenti giovanili di protesta degli anni Sessanta in America.

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Tav e buon senso

Zenone Sovilla

La vicenda Tav richiede oggi come ieri equilibrio, moderazione, onestà intellettuale e competenza scientifica.
E sembra sempre più una questione in cui è dirimente il tema della conoscenza.
Nel main stream dei media – invece – si rincorrono soprattutto slogan (o poco più) e bollettini sull’ordine pubblico; salvo eccezioni, manca largamente una visione analitica e critica del fenomeno.
Sul quale permane un’opacità che non aiuta di certo chi volesse farsi un’idea libero da pregiudizi.
I pregiudizi e le insidiose dinamiche del potere investono in pieno questa vicenda e dovrebbero far riflettere, perché mettono a nudo una serie di criticità e contraddizioni della democrazia.
Uno dei pregiudizi principali descrive il Tav come la Grande Soluzione: niente più Tir e tutti felici. Un altro pregiudizio, di segno opposto, descrive l’opera come l’apocalisse per la valle, la fine di tutto. In entrambi i casi c’è un certo uso dell’iperbole che sacrifica la razionalità.

Poi a confondere il quadro ci sono le questioni di bassa bottega (come gli appalti miliardari per imprese private) e le odiose manipolazioni da marketing politico: dalle grigie torri d’avorio del potere costituito si invocano senso di responsabilità e legalità richiamandosi al rispetto di processi decisionali che in realtà sono stati solo formalmente democratici, lontani dai cittadini in carne e ossa.
Non mancano declinazioni mistiche, come le misteriose elucubrazioni istituzionali del tipo: qui è in ballo il corridoio Lisbona-Kiev, che in verità è un’astrazione, una categoria simbolica della retorica politica europea regolarmente ripresa sui giornali senza spiegare di che cavolo o più verosimilmente cavolata stiamo parlando.

Oppure le manovre ingannevoli di fabbricazione del consenso: i politici e gli articoli di stampa che ripetono come una cantilena la formuletta ufficiale, forse senza rendersi conto che a scatenare il dissenso sociale è questa medesima giaculatoria (con il suo triste portato simbolico) fatta peraltro anche di pure fantasie, come la pretesa adesione trasversale che il treno faraonico otterrebbe in Francia (vedremo più avanti che le cose non stanno affatto così).

Su questo registro probabilmente non si arriverà da nessuna parte, anzi, si getta benzina sul fuoco e c’è da sperare che il disegno politico non sia proprio questo: alimentare lo scontro formale – e puntare un milione di obiettivi, nelle manifestazioni, sui pochi comportamenti sopra le righe o più o meno violenti – per non confrontarsi sul merito, che poi significherebbe anche aprire la voragine dialettica sul deficit di rappresentanza democratica e sul fallimento di molti processi decisionali sempre più spesso condizionati e finanche diretti da cerchie oligarchiche e da truppe cammellate di lobbisti.

Un metodo per ritessere i fili e riconsiderare per l’appunto il nocciolo della faccenda potrebbe essere quello del buon senso.

Si tratterebbe, per le parti in causa, innanzitutto, di condividere una premessa: che un progetto nato oltre vent’anni fa è roba d’altri tempi e dunque potrebbe essere salutare per tutti (i cittadini della val di Susa, gli italiani, i francesi, gli europei, il mondo produttivo, la democrazia…) una pausa per cercare di avviare una valutazione seria (non il copione sbiadito e scontato andato in scena nel consiglio dei ministri di tre giorni fa) e chiedersi davvero se oggi sia utile alle popolazioni un investimento di venti miliardi di euro in quest’opera.

Gli strumenti per farsi un’idea non mancano. Basta dedicarsi con un po’ di attenzione a una ricerca online e spunteranno valanghe di documenti rilevanti.

Anche un gruppo di oltre 400 docenti universitari e studiosi, come il meteorologo Luca Mercalli che compare  tra i primi firmatari, ci aveva provato qualche settimana fa, con una lettera piuttosto circostanziata inviata al presidente del consiglio, Mario Monti.
Un testo nel quale si elencano alcune criticità del progetto, motivi sufficienti – secondo i firmatari – ad archiviare il Tav per passare invece a un intervento diverso di potenziamento del ruolo della ferrovia.
I punti della missiva toccano, fra l’altro, l’assenza di un piano finanziario complessivo dell’opera (in altre parole, si naviga a vista con rischi finanziari per la collettività); il ritorno economico trascurabile (elevati costi, traffico modesto); le potenzialità dell’alternativa rappresentata dall’ammodernamento della rete esistente; il ruolo congiunturale irrisorio come volano anticrisi, date le incertezze e i tempi lunghissimi di questa spesa pubblica (altre opere favorirebbero subito le imprese e l’economia); l’irrazionalità funzionale del cosiddetto “corridoio europeo” e i riflessi sociali dell’impiego di risorse statali su questo fronte; gli effetti sull’ambiente naturale e sulla comunità umana, anche in termini di trasparenza e di democrazia.

Questo è un esempio di un breve documento (ma in rete si possono facilmente reperire dossier voluminosi) utile a chi volesse attrezzarsi per fare un ragionamento su una questione che, in fondo, a livello di opinione pubblica non è stata oggetto di grandi confronti nel merito (come notava Adriano Sofri qualche giorno fa, una consultazione popolare, oggi, potrebbe favorire dibattito e distensione).
Lo stesso impatto ambientale e sanitario di vent’anni di cantieri, scavi (in un’area geologica che presenta anche l’uranio) e movimenti terra non è stato debitamente illustrato all’opinione pubblica nazionale e come sempre fra i cosiddetti esperti c’è chi allarma e chi (non di rado vicino agli interessi dei costruttori) minimizza.

Per disporsi a una discussione leale, si dovrebbe intanto cominciare a sgombrare il campo dalle mistificazioni che mortificano il dialogo, per esempio la vulgata secondo la quale in Francia sono tutti a favore del Tav senza se e senza ma: le cose non stanno esattamente così, anzi.
In Savoia le voci critiche sono diverse: si va dal mondo ecologista al partito conservatore di Sarkozy (Ump). Uno dei nodi emersi riguarda la tempistica del progetto: la previsione del 2025 come anno di apertura del traffico merci con bypass del nodo cittadino di Chambéry delude le aspettative di molti e sembra invertire le priorità dell’intera infrastruttura, che almeno nel primo periodo sarebbe prevalentemente dedicata al modesto traffico passeggeri.
E che fine fa il celebrato trasferimento delle merci dalla gomma alla rotaia, quando la ferrovia potrà davvero trasportare i 40 milioni di tonnellate promessi? Se lo chiede anche Pierre Moreau, della Cipra, che ha inviato dieci domande critiche ai promotori del Tav.
A Parigi anche nei circoli della finanza c’è chi comincia a preoccuparsi per la sostenibilità economica della Torino-Lione, un aspetto che tocca anche l’Italia, specie se si tiene conto del non entusiasmante bilancio dell’alta velocità nazionale cui si sono rivolte negli ultimi anni le discutibili attenzioni delle Fs.
Sono tutti aspetti non marginali dei quali si dovrebbe tener conto prima di pronunciarsi.

Un dibattito aperto, sottratto all’opacità che finora ha avvolto il nocciolo della faccenda, potrebbe anche suggerire qualche interrogativo sulle classi dirigenti: quella italiana, per esempio, si eccita per il leggendario corridoio Lisbona-Kiev e per le freccerosse anziché varare un grande piano per rafforzare in tempi ragionevoli (non nei vent’anni promessi del Tav) le reti ferroviarie locali: si attenuerebbe largamente l’impatto dell’inquinamento atmosferico e le sue conseguenze sanitarie. E probabilmente le comunità locali, fatte di pendolari, accoglierebbero i cantieri a braccia aperte.

Insomma, si tratta di verificare se la vicenda Tav non rappresenti una delle frequenti circostanze in cui le classi dirigenti prendono e impongono decisioni sbagliate mentre fuori dalle istituzioni politiche i cittadini maturano controprogetti ispirati al buon senso.
Sarebbe un’ennesima dimostrazione che spesso è molto più semplice dire un “sì” frettoloso e superficiale (avviando megamacchine razionali solo per chi intercetta i denari pubblici degli appalti) ed è invece molto più complicato e faticoso elaborare attorno a un “no” di buon senso percorsi alternativi che rispondano (anche meglio) ai bisogni reali della società e dell’economia minimizzando gli effetti collaterali negativi sulla natura e sulla salute umana. Insomma, rifiuti costruttivi che diventano sì ragionati a soluzioni più serie: l’Italia è attraversata da simili manifestazioni di partecipazione popolare che supplisce alle carenze delle classi dirigenti coinvolgendo anche elevate competenze scientifiche; ma c’è chi ama liquidarle con arroganza come “ambientalismo del no” riciclando l’accusa odiosa e fuorviante del “non nel mio giardino”.

Va aggiunto che la responsabilità delle popolazioni è solo marginale nelle dinamiche di selezione di classi dirigenti che si rivelano mediocri, manovrabili o dogmatiche e dunque esposte a scelte gravemente sbagliate rispetto agli interessi generali.

Perciò risulta ammirevole e prezioso l’impegno civico collettivo col quale spesso si tenta, a posteriori, di porre rimedio a decisioni lacunose o erronee (ah, la demeritocrazia dirigistica di chi predica la meritocrazia e il liberalismo…).
In altre parole, una democrazia avanzata significa anche compartecipazione alle idee per avvicinarsi alle soluzioni massimamente condivise, che in genere sono le migliori per la generalità dei cittadini ma scontentano qualche appetito industriale e mettono a nudo la povertà intellettuale di classi dirigenti selezionate male nei circuiti del potere.

Democrazia, la lezione di Howard Zin

La foresta di Sherwood è un punto di osservazione sulle cose del mondo, dal cortile di casa ai macrosistemi, che ci invita a uno sguardo “estraneo”. Cioè, libero dai numerosi condizionamenti e riflessi condizionati imposti dalla nostra piccola realtà quotidiana che tende a scompaginare la nostra visione delle priorità civili, politiche, culturali, comportamentali. Complice, un’epoca figlia del consumismo e del marketing-pensiero che plasma un po’ tutto, dalla scuola alla rappresentanza istituzionale, dal mondo dell’informazione al nostro piccolo quartiere a rischio identitario.
Si ha la sensazione che ci si occupi troppo poco di questioni fondamentali e che si sprechino invece enormi energie sociali in faccende di poco conto ma spesso gonfiate ad arte, specie in contesti un po’ alla deriva come quello italiano.
Alcune figure intellettuali improntate a un certo pragmatismo analitico ci possono aiutare, fra teoria e prassi, a districarci in questa giungla di conoscenze imposte o negate secondo modelli che rispondono sostanzialmente alle dinamiche fra centri di potere economico e politico poco compatibili con una democrazia compiuta e vitale. Poco compatibili con un’architettura istituzionale che – se la filosofia della Carta costituzionale ha ancora un valore concreto – dovrebbe attivare le dinamiche decisionali di un potere sempre più “diffuso”, non mortificarle accentrando in poche mani le scelte che contano e lasciandoci come abbagliante “consolazione” il Grande Fratello, il centro commerciale sempre aperto o un week-end esotico.
Mi piace ricordare, in questa occasione, un pensatore americano che in proposito ci ha offerto preziosi strumenti per arricchire consapevolezza e partecipazione popolare alla vita pubblica: Howard Zinn, che è scomparso pochi giorni fa all’età di 87 anni. Zinn, storico e politologo, ci ha saputo spiegare esaurientemente, fra l’altro, come il “potere” è in grado di imporre alla società la sua visione delle cose (basterà menzionare in proposito la sua opera più nota: «Storia del popolo americano dal 1492 a oggi» , nata negli annni Settanta dalla constatazione che «la storiografia ufficiale ometteva da sempre numerosi elementi cruciali del passato»).
Dopo aver partecipato come aviere americano ai bombardamenti sull’Europa durante la Seconda guerra mondiale, Zinn fu sempre in prima linea nel contrastare le opzioni belliche (dal Vietnam all’Iraq) di cui sottolineava l’incalcolabile costo umano e i risultati mai coerenti con le premesse della vigilia fatte da chi, nella sua stanza chiusa, sembrava ignorare il punto di vista dei “governati”, specie dei più deboli. «Se la storia – scriveva Zinn – vuole essere creativa e suggerire un futuro possibile, occorre valorizzare possibilità nuove e rivelare gli episodi misconosciuti in cui la gente comune ha mostrato la propria capacità di resistere e lottare».
In Italia era un grande amico di Emergency, associazione di cui era stato ospite in diverse occasioni.
Negli Stati Uniti uscirà la prossima settimana il documentario “The People Speak” nel quale Zinn riprende il tema della democrazia sostanziale, sul filo della sua “Storia del popolo americano”, evocando le esperienze di chi, dal basso, è riuscito a cambiare il corso degli eventi nel nome del “bene comune”. Personaggi come Matt Demon, Morgan Freeman, Viggo Mortensen e Bob Dylan lo affiancano in quest’ultima operazione, definita una “celebrazione della democrazia”.
Zinn, in una delle ultime interviste, disse che avrebbe amato essere ricordato per aver proposto un cambio di visuale sul mondo, la guerra, i diritti umani e l’equità, sollecitando “il popolo a utilizzare il potere che gli spetta”.
Ci si può informare, fare un’idea e poi eventualmente mobilitare cercando strumenti democratici utili, in molti ambiti spesso colpevolmente tralasciati o travisati dalle “autorità” competenti, dal traffico a motore (di cui parleremo in un prossimo “grido” dalla foresta) all’uso delle risorse (suolo, acqua…) e degli esseri umani.
Certo, la cosa potrebbe irritare chi, nella sua torre d’avorio del potere, ritenesse che un po’ di diossina nel latte, in fondo, non è un problema da drammatizzare. Ma spesso democrazia e difesa dei reali “interessi collettivi”, nostri e dei posteri umani, significa proprio disturbare il manovratore a suon di informazioni, indagini indipendenti, denunce degli intrecci perversi che ostacolano la propulsione necessaria al cambiamento possibile su molti versanti (dai processi decisionali alle scelte strategiche in settori come l’energia o la gestione del territorio, entrambi vittime di politiche spesso allucinanti).
Possibile, ma scomodo per chi si gode la sua beatitudine da posizioni di privilegio ossessivamente ancorate a visioni introverse della realtà, comode per un potere che ha perpetuare se stesso come priorità.
Il che è un po’ poco per tutti gli altri cittadini, Grande Fratello permettendo.

Il socialismo libertario secondo Chomsky

Massimo Virgilio

Da quando quello della globalizzazione è divenuto un tema di grande attualità le considerazioni del professor Noam Chomsky sulla questione hanno avuto una diffusione senza precedenti. Da autore di culto per una ristretta cerchia di contestatori radicali, si è in pochi anni trasformato in punto di riferimento per tutti coloro che si oppongono al sistema capitalista attualmente imperante. Tanto che il quotidiano britannico The Guardian ha potuto scrivere che “insieme a Marx, Shakespeare e la Bibbia, Chomsky è tra le dieci fonti più citate nella storia della cultura”. Di Chomsky oltre ad essere pubblicati tutti i nuovi lavori vengono anche ristampati i libri più vecchi, ormai esauriti e introvabili. E c’è da aspettarsi che gli scaffali delle librerie di tutto il mondo continuino ancora a lungo ad ospitarne le opere, considerata la vastità della sua produzione.

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Tema a cura di Anders NorenUp ↑

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