Il 12 e 13 di giugno 2011 gli elettori italiani furono chiamati alle urne per esprimere direttamente la loro opinione sui piani del governo Berlusconi per la ripresa del programma nucleare nazionale (sospeso dopo i referendum popolari del 1987, il che peraltro non impedì all’Enel di diventare nel tempo un grande attore nucleare all’estero) e per assegnare, in sostanza, la prevalenza del ruolo delle imprese private nella gestione dei “servizi pubblici di rilevanza economica” (acqua, trasporti, ciclo dei rifiuti, mense scolastiche eccetera).

Una vasta mobilitazione popolare, in contrapposizione alla linea della maggioranza parlamentare ma anche di una parte significativa sia pure non ufficiale dell’opposizione di centrosinistra, aveva consentito ai cittadini di utilizzare lo strumento costituzionale che consente la possibilità di abrogare disposizioni legislative.

Come accadde in altre circostanze della storia nazionale (vedi il divorzio nel 1974 o il finanziamento pubblico dei partiti nel 1993), la manifestazione diretta della volontà popolare intercettava anche nel 2011 un sentire diffuso nell’opinione pubblica. L’esito vide il 95% circa dei voti a favore dell’abbrogazione delle norme in questione. La percentuale va naturalmente letta tenendo conto che il principale partito, il Pdl, aveva invitato all’estensione, perpetuando il vecchio e sgradevole vizio di boicottare uno strumento della democrazia per farlo fallire sperando che l’affluenza alle urne non raggiunga il quorum del 50%, ma in quel caso si arrivò invece al 57%; ciò non toglie che si imponga una riflessione sia sul quorum (che rende determinante chi non partecipa, magari gli stessi che ci ammorbano con la retorica sull’antipolitica) sia sulla natura esclusivamente abrogativa del referendum costituzionale: estenderne la funzione confermativa e introdurrre quella propositiva potrebbe riaccendere l’entusiasmo collettivo nei riguardi dei processi decisionali sulla cosa pubblica. E probabilmente produrrebbe una legislazione più adeguata alle esigenze di tutti.

Ma veniamo al punto: nel 2011, pochi mesi dopo i referendum, cadde il governo Berlusconi, arrivarono le larghe intese con Monti e il nuovo ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, gelò tutti con dichiarazioni di principio possibiliste sul nucleare (“l’Italia dovrebbe considerare questa produzione di energia nucleare”). Peraltro sul fronte dei servizi pubblici il governo Monti tentò ripetutamente di far entrare dalla finestra le privatizzazioni uscite dalla porta con i referendum; ma la risposta dell’opinione pubblica fu sonora al punto da suggerire un dietrofront.

Incuriosisce che anche oggi, nel maggio 2013, un governo entri in carica e sùbito un ministro, il sindaco Pd di Padova Flavio Zanonato, responsabile dello Sviluppo, senta l’urgenza di esprimersi con una certa empatia nei riguardi dell’energia nucleare: “Se si può gestire non è sbagliata di per sé. In Italia credo che non si possa fare, ma nel mondo c’è. Se avessimo i siti adatti, perchè no? Non mi piace quando si enfatizzano le cose demonizzandole”, ha detto a “Un giorno da pecora” su Radio 2.

È solo una singolare coincidenza dialettica oppure un altro segnale rivelatore del “comune sentire” di una parte rilevante della classe dirigente nazionale, di un “modus cogitandi” che si muove in direzione esattamente opposta rispetto a quanto esprime la società o almeno la sua parte più “avanzata”?

Comunque sia, potrebbe non sorprenderci se qualcuno dei competenti e insostituibili quaranta sottosegretari e viceministri, di fresca e cristallina nomina, preparasse presto un ennesimo decreto per rendere il servizio idrico un business privato.

Zenone Sovilla

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