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pensieri
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Una certa sinistra, la
Serbia e le rimozioni...
Sarebbe utile abbandonare i romanticismi
pro-regime e aiutare i movimenti democratici
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In una parte della sinistra pacifista si assiste a una presa di posizione in favore della Repubblica federale jugoslava che comprende di fatto il sostegno ai vertici politici dello stato e della repubblica serba. Questo principalmente
per due motivi.
C'è poi chi appare prendere partito per l'attuale Federazione jugoslava perché intende difendere "ciò che resta della Jugoslavia". Il riferimento naturalmente è alla repubblica federativa socialista: uno stato federale multietnico, che aveva come motto "fratellanza e unità" e si basava sull'ideologia del socialismo autogestionario. La RSFJ traeva la sua legittimità dalla lotta partigiana vittoriosa sul nazifascismo, e la sua storia è indissolubilmente legata alla figura di Tito. Di quella Jugoslavia non esiste però oggi più niente: si tratta di una constatazione storica e non di un giudizio di valore. Proprio per questo non c'è nulla più da difendere di quella realtà. Del resto, i
governanti della Serbia di oggi hanno un bel po' di responsabilità
sulle spalle per la morte della Jugoslavia socialista, avendo contribuito
in modo determinante ad affondare la repubblica federativa tra il
1987 e il 1991.
Se si vuole valorizzare il lascito ideale della Repubblica federativa socialista di Jugoslavia, è molto più produttivo parlare di valori in positivo, piuttosto che coltivare nostalgie per una compagine statuale che appartiene al passato e cadere nelle trappole retoriche degli attuali governanti di Belgrado. Parlare di valori può aiutarci a comprendere cosa fare nella situazione odierna e chi appoggiare, in Serbia e nello spazio post-jugoslavo. Un primo valore importante è la solidarietà e la cooperazione tra tutti i popoli e i paesi della regione, e il superamento della logica degli stati etnici. Questo non solo tra paesi e entità dello spazio post-jugoslavo, ma anche con i vicini Albania, Bulgaria, Romania, Ungheria. Quarant'anni di socialismo reale e dieci anni di etnonazionalismo hanno impedito a popolazioni che vivono fianco a fianco di conoscersi meglio, lavorare insieme, commerciare. In sud est Europa oggi si diffonde il bisogno di conoscere meglio i propri vicini. Per questo il patto di stabilità per l'Europa sudorientale - di cui purtroppo si parla e si sa troppo poco - è stato accolto con grande interesse dai governi e dalle società civili della regione. Occorre far sì che il Patto di stabilità non rimanga uno sterile esercizio di diplomazia,. ma si facciano sentire le voci della società civile dei paesi della regione. Il rispetto
dei diritti umani fondamentali è un secondo valore essenziale. Allora
è necessario sostenere i gruppi e le associazioni che questi diritti
intendono tutelare, e non voltare lo sguardo quando la polizia di qualche
stato che si decide essere "amico" arresta e perseguita arbitrariamente
le opposizioni (oggi in Serbia: Donne in nero, Otpor, mass media critici).
Quest'ultima è stata proprio la strategia ipocrita dell'occidente
quando nella guerra fredda si faceva aiutare da dittatori di ogni sorta
e colore.
Anche la lotta per una maggiore giustizia sociale – terzo valore fondamentale - va vista in questa prospettiva: è inaccettabile che essa venga strumentalizzata da cricche al potere che badano solo al proprio tornaconto, solo perché magari nel nome del partito c'è il termine "socialista" o "di sinistra". Del resto, in Italia facemmo la stessa esperienza con la buonanima di Craxi. Piuttosto sarebbe necessario sostenere sindacati indipendenti e avviare una messa in rete di questa esperienze a livello regionale e paneuropeo. In sintesi, è opportuno ragionare meno sulle etichette e di più sui soggetti concreti che – in Serbia e nell'intera Europa sud-orientale – si fanno portatori dei valori che la sinistra condivide.
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o | L'appello
di Otpor!
per una svolta democratica a Belgrado Il
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