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pensieri

Una certa sinistra, la Serbia e le rimozioni...
Sarebbe utile abbandonare i romanticismi pro-regime e aiutare i movimenti democratici
 

di GIOVANNI SCOTTO

   In una parte della sinistra pacifista si assiste a una presa di posizione in favore della Repubblica federale jugoslava che comprende di fatto il sostegno ai vertici politici dello stato e della repubblica serba.

   Questo principalmente per due motivi. 
   Da un lato c'è chi intende prendere le difese del paese che è stato bombardato dalla Nato durante la guerra del Kosovo. 
   Ma la circostanza di essere diventato l'avversario dell'Allenza atlantica non può cancellare  il fatto che è un regime che si basa sul saccheggio del proprio popolo e dei popoli  vicini (fin quando poteva); sulla mafia elevata a sistema e sul disprezzo della democrazia; sulla coltivazione scientifica dell'odio etnico e del razzismo; sulla  violenza estrema di bande paramilitari i cui capi (vedi Arkan) diventano eroi nazionali.

  C'è poi chi appare prendere partito per l'attuale Federazione jugoslava perché intende difendere "ciò che resta della Jugoslavia". Il riferimento naturalmente è alla repubblica federativa socialista: uno stato federale multietnico, che aveva come motto "fratellanza e unità" e si basava sull'ideologia del socialismo autogestionario. La RSFJ traeva la sua legittimità dalla lotta partigiana vittoriosa sul nazifascismo, e la sua storia è indissolubilmente legata alla figura di Tito.

   Di quella Jugoslavia non esiste però oggi più niente: si tratta di una constatazione storica e non di un giudizio di valore. Proprio per questo non c'è nulla più da difendere di quella realtà. 

   Del resto, i governanti della Serbia di oggi hanno un bel po' di responsabilità sulle spalle per la morte della Jugoslavia socialista, avendo contribuito in modo determinante ad  affondare la repubblica federativa tra il 1987 e il 1991.
   Qualche esempio: nel dicembre del 1989 il governo serbo impose un embargo economico suicida contro la Slovenia, nel dicembre 1990 la leadership serba, all'insaputa della banca nazionale jugoslava, emise moneta per un valore corrispondente a 1,4 miliardi di dollari, per finanziare i propri debiti; a partire dal 1987 Milosevic e compagni, dopo una campagna denigratoria e disumanizzante contro gli albanesi, abolirono unlilateralmente l'autonomia del Kosovo per  instaturarvi un regime di apartheid. Successivamente, dal 1991 al 1998, il regime serbo ha la maggiore responsabilità nell'aver sostenuto tre guerre contro i popoli vicini; e via  discorrendo.

   Se si vuole valorizzare il lascito ideale della Repubblica federativa socialista di Jugoslavia, è molto più produttivo parlare di valori in positivo, piuttosto che coltivare nostalgie per una compagine statuale che appartiene al passato e cadere nelle trappole retoriche degli attuali governanti di Belgrado. Parlare di valori può aiutarci a comprendere cosa fare nella situazione odierna e chi appoggiare, in Serbia e nello spazio post-jugoslavo. 

   Un primo valore importante è la solidarietà e la cooperazione tra tutti i popoli e i paesi della regione, e il superamento della logica degli stati etnici. Questo non solo tra paesi e entità dello spazio post-jugoslavo, ma anche con i vicini Albania, Bulgaria, Romania, Ungheria. Quarant'anni di socialismo reale e dieci anni di etnonazionalismo hanno impedito a popolazioni che vivono fianco a fianco di conoscersi meglio, lavorare insieme, commerciare. In sud est Europa oggi si diffonde il bisogno di conoscere meglio i propri vicini. Per questo il patto di stabilità per l'Europa sudorientale - di cui purtroppo si parla e si sa troppo poco - è stato accolto con grande interesse dai governi e dalle società civili della regione. Occorre far sì che il Patto di stabilità non rimanga uno sterile esercizio di diplomazia,. ma si facciano sentire le voci della società civile dei paesi della regione.

   Il rispetto dei diritti umani fondamentali è un secondo valore essenziale. Allora è necessario sostenere i gruppi e le associazioni che questi diritti intendono tutelare, e non voltare lo sguardo quando la polizia di qualche stato che si decide essere "amico" arresta e perseguita arbitrariamente le opposizioni (oggi in Serbia: Donne in nero, Otpor, mass media critici). Quest'ultima è stata proprio la strategia ipocrita dell'occidente quando nella guerra fredda si faceva aiutare da dittatori di ogni sorta e colore.
   La difesa dei diritti umani non può dipendere da considerazioni di opportunità del momento (come purtroppo invece ha sostenuto Fulvio Grimaldi ad aprile su Avvenimenti). 

   Anche la lotta per una maggiore giustizia sociale – terzo valore fondamentale - va vista in questa prospettiva: è inaccettabile che essa venga strumentalizzata da cricche al potere che badano solo al proprio tornaconto, solo perché magari nel nome del partito c'è il termine "socialista" o "di sinistra". Del resto, in Italia facemmo la stessa esperienza con la buonanima di Craxi. Piuttosto sarebbe necessario sostenere sindacati indipendenti e avviare una messa in rete di questa esperienze a livello regionale e paneuropeo.

   In sintesi, è opportuno ragionare meno sulle etichette e di più sui soggetti concreti che – in Serbia e nell'intera Europa sud-orientale – si fanno portatori dei valori che la sinistra condivide. 


o L'appello di Otpor!
per una svolta democratica 
a Belgrado

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