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Koštunica, solo un politico vestito di grigio?
Ecco come un politico patriota e nazionalista è arrivato ad allearsi con i "nemici del regime"
 

di SVETOZAR SAVIC

   Chi è Koštunica? Koštunica sembra una semplice persona qualsiasi e la gente lo considera come tale: si lamentano per i problemi che hanno e gli chiedono la salvezza. La Serbia alla fine degli anni Ottanta "ha partorito" il leader e l’idea della grande Serbia e poi è successo tutto il resto. "Ha subito trecento miracoli" come dice la famosa " profezia kremanska" (la Bibbia serba) la quale dice anche che "arriverà un uomo dal popolo che nel suo cognome porterà il nome del villaggio da cui proviene" e costui "placherà il popolo e dopo tutti i miracoli e le devastazioni arriverà il tempo glorioso". Questa profezia di Tarabic dal villaggio Kremna è ritornata attuale nell’agosto 2000, quando  Dos ha deciso di candidare il dott. V. Koštunica come presidente della FRJ.
Le radici - Koštunica proviene veramente dal villaggio Koštunici vicino a Gornji Milanovac, il villaggio dal quale la sua famiglia ha preso il cognome. È nato il 24 marzo 1944 a Belgrado dove ha trascorso la sua vita, la quale, come dice lui stesso, è stata segnata da due "bombardamenti degli alleati" - quello pasquale, che è stato poco dopo la sua nascita tra il 16 e il 17 aprile e quello dell’anno scorso, da lui giudicato così intensamente che addirittura i media di regime (sui quali appariva raramente) lo mostravano tralasciando la colpa della politica del regime per quella infelicità che aveva colpito i cittadini della Serbia.

   Il padre Jovan è stato giudice e la sua carriera viene interrotta con la seconda guerra mondiale. Dopo "la liberazione" ha continuato con il lavoro presso la Corte di Cassazione della Serbia solo fino al momento in cui si rifiutò di giudicare secondo le leggi "della giustizia rivoluzionaria". Dal potere comunista venne letta come una "reazione", fu sollevato dall’incarico e entrò nell’ordine degli avvocati. Nei primi anni del dopo guerra quella non era certo una professione con la quale ci si potesse assicurare un’esistenza decente, ma tutti i nomi giudiziari importanti di quel tempo vi cercarono rifugio. 

   La carriera - Koštunica non ha avuto molti problemi per le "caratteristiche reazionarie" di suo padre. Ha terminato il secondo ginnasio belgradese nel 1962, finisce la facoltà di giurisprudenza nel 1966, nel 1970 il magistero, e nel 1974 completa il dottorato con una tesi dal titolo "L’opposizione istituzionalizzata nel sistema politico del capitalismo". 
È assistente alla facoltà di giurisprudenza dal 1970 al 1974, contemporaneamente alla carriera accademica inizia anche la sua carriera politica. Nel 1971 prende le difese dei suoi colleghi della facoltà di giurisprudenza, primo fra tutti Miloš Djuric, che criticavano con impeto gli emendamenti dei lavoratori e la bozza del testo della Costituzione del 1974, anticipando le basi per lo scioglimento della  Jugolsavia di allora. Che questo costò caro a Koštunica lo dimostra la sua cacciata dalla facoltà, dovuta alla sottoscrizione della petizione per la liberazione di Djuric, condannato al carcere. Il governo nel frattempo a lui, così come a tutti gli altri considerati "scomodi" ha permesso il lavoro in un Istituto oggi conosciuto come "Istituto per la filosofia e la teoria sociale" che diventò il vivaio per i dissidenti politici. Nell’istituto già lavoravano Dragoljub Micunovic, Zoran Djindjic, Vesna Pešic, con Kosta Cavoski nel 1983 pubblicò il libro "pluralismo partitico o monismo" trattando dell’oppressione di un sistema multipartito in Jugoslavia e con questo commise il suo secondo "peccato" politico. 

   L’impegno nel partito - Mettere in discussione il sistema unipartito è un’eresia. Il libro pregiudica quanto sarebbe accaduto dopo dove Koštunica, insieme con Cavoski e Leo Koen, svolgerà un ruolo decisivo. Nel 1989 vanno alla ricerca di persone che la pensano allo stesso modo e ciò dà come risultato la fondazione del partito democratico. Per gli attriti con Midjunovic e Djindjic, riguardo l’impegno nel Depos e per la non ben definita questione nazionale, Koštunica nel 1992 convoca un’assemblea dei simpatizzanti del partito, nominata "Assemblea dei democratici di Depos" che si trasforma nell’assemblea costitutiva dei partiti democratici della Serbia (DSS), e Koštunica viene proposto come presidente. Nel 1993 abbandona Depos. L’opinione pubblica e la consapevolezza del bisogno di aprire un fronte comune contro il regime spingono Koštunica a mettere in gioco la sua immagine di politico impeccabile, patriota e nazionalista, unendosi con i partiti di cui i leader sono stati considerati, dai media di regime, "mercenari  della Nato" e "traditori". Oggi il dott. Vojislav Koštunica è il presidente della RFJ. 

   Curiosità - Nazionalità: serbo. «In Serbia esistono tre opinioni sulla questione nazionale: sciovinista, cosmopolita e micropatriota tutte e tre sono i germogli di questo potere. Una parte dei difensori della così detta opzione civile dei nostri cosmopoliti considera che sia una vergogna essere patriota, i più impetuosi tra di loro credono che essere democratico significa odiare il proprio popolo, i terzi credono che si possa essere serbo solo fino al limite di una certa strada o ruscello, secondo la loro opinione sulle nostre mappe geografiche si dovrebbero apportare delle correzioni: "la Drina non è un fiume bensì l’oceano"». 
    La coerenza ma anche l’essere contrario a tutto e tutti. Non si è mai visto con Miloševic anche quando quest’ultimo portava grandi affari ed è naturale che non sia stato "comunista" quando ciò significava godere di piccoli privilegi. Il suo popolo e lo stato prima di tutto e in modo particolare prima dei suoi interessi personali. La coerenza si legge nel non riconoscimento della "costituzione di Zabljak" e l’attacco al Montenegro che (sia con Milo che con Momo) vuole uno stato indipendente. È stato accusato di essere ultranazionalista si è difeso con la storia che il DSS non ha mai detto che la frontiera delle terre serbe debba essere là dove sono le tombe e le fosse serbe, ma ha avvertito citando Borislav Pekic : «noi non abbiamo rotto la Jugoslavia e non permetteremo che essa rompa noi». 

   Quando gli hanno chiesto perché ride poco (secondo  quanto detto dai suoi interlocutori) ha risposto: «in politica molte cose fanno parte della natura personale. Nella politica dei partiti sono entrato aspettandomi che il lavoro finisse presto e che si arrivasse rapidamente ai cambiamenti democratici. La parte d’insoddisfazione è dovuta invece al fatto che questo impegno politico dura più di quello che speravo». Quanto durerà questa insoddisfazione e quando in Serbia le cose inizieranno ad andare a posto ci rimane solo l’attesa o il credere nella profezia kremanska. 
 
 

(traduzione in italiano dal serbocroato di Ivana Telebak e Luca Zanoni)

 


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(25 ottobre 2000)

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