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Mediterraneo, la lingua
strumento di integrazione
Parla Karin Hannacci, tunisino, insegnante
di arabo in Sicilia dal 1981
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Sono 23 anni che nel liceo classico di Mazzara del Vallo, si tengono corsi facoltativi di lingua araba e civiltà islamica. E sono ben 18 anni che i bambini tunisini, emigrati con i loro genitori in Sicilia, possono frequentare una scuola dove si insegna l’arabo e il francese e si seguono i programmi didattici del loro Paese. È per questo che Karin Hannacci è arrivato per la prima volta in Sicilia nel 1981, inviato dal governo tunisino come insegnate di scuola elementare. Di qui l’incontro con una ragazza italiana, il rientro in Tunisia, il matrimonio, e poi di nuovo il ritorno a Mazzara del Vallo. Un paese dove «il razzismo come quello che vediamo nel Centro e nel Nord non esiste, ma dove non esiste neppure una vera e propria integrazione nel senso culturale del termine» spiega Karin Hannacci, che oggi insegna lingua e civiltà araba al liceo classico ed è coordinatore di un progetto per l’inserimento degli immigrati finanziato dall’Unione europea e dal ministero del Lavoro. Eppure, proprio
nel mare che lambisce questo tratto meridionale di costa siciliana, i pescatori
tunisini pescano accanto a quelli italiani, dando vita a una forma di integrazione
simile – sebbene diversissima – a quella realizzata nel Nord Est. E proprio
questo lavoro gomito a gomito pone l’urgente problema della conoscenza
reciproca. Perché, come commenta Karin, «è importante
insegnare la lingua araba e dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo anche
agli autoctoni, visto che abbiamo un futuro e un destino in comune. In
questa maniera si aiutano non solo l’integrazione, ma anche i rapporti
politici, economici, sociali e culturali tra l’Italia e gli altri Paesi
del Mediterraneo».
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o | Questo
articolo
è stato pubblicato sulla Rivista del volontariato Vai
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