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Mediterraneo, la lingua strumento di integrazione
Parla Karin Hannacci, tunisino, insegnante di arabo in Sicilia dal 1981
 

di STEFANO GALIERI E ANTONELLA PATETE

   Sono 23 anni che nel liceo classico di Mazzara del Vallo, si tengono corsi facoltativi di lingua araba e civiltà islamica. E sono ben 18 anni che i bambini tunisini, emigrati con i loro genitori in Sicilia, possono frequentare una scuola dove si insegna l’arabo e il francese e si seguono i programmi didattici del loro Paese.

  È per questo che Karin Hannacci è arrivato per la prima volta in Sicilia nel 1981, inviato dal governo tunisino come insegnate di scuola elementare. Di qui l’incontro con una ragazza italiana, il rientro in Tunisia, il matrimonio, e poi di nuovo il ritorno a Mazzara del Vallo. Un paese dove «il razzismo come quello che vediamo nel Centro e nel Nord non esiste, ma dove non esiste neppure una vera e propria integrazione nel senso culturale del termine» spiega Karin Hannacci, che oggi insegna lingua e civiltà araba al liceo classico ed è coordinatore di un progetto per l’inserimento degli immigrati finanziato dall’Unione europea e dal ministero del Lavoro.

   Eppure, proprio nel mare che lambisce questo tratto meridionale di costa siciliana, i pescatori tunisini pescano accanto a quelli italiani, dando vita a una forma di integrazione simile – sebbene diversissima – a quella realizzata nel Nord Est. E proprio questo lavoro gomito a gomito pone l’urgente problema della conoscenza reciproca. Perché, come commenta Karin, «è importante insegnare la lingua araba e dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo anche agli autoctoni, visto che abbiamo un futuro e un destino in comune. In questa maniera si aiutano non solo l’integrazione, ma anche i rapporti politici, economici, sociali e culturali tra l’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo».


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immigrazione
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