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Curdi a Roma: "Ma allora era meglio non venire in Italia..."
La testimonianza e la dignità di esuli accolti malamente
 
di ROBERTO CARVELLI

   Sabato. A Roma non è né bello né brutto il tempo. Casalotti è una borgata poco
fuori dalla città lungo via Boccea ma la strada è trafficata, come sempre. I lavori della metropolitana che raggiungeranno la zona e, si spera, decongestioneranno il traffico
vanno a rilento. 
  Alle dieci ci aspettano degli esuli curdi. Arriviamo nel la casa di accoglienza che il Comune gli ha messo a disposizione. Si tratta di un edificio in cortina rossa dall’aspetto dignitoso. Qui ci sono circa 51 curdi e occupano delle ampie camerate con i letti a castello rossi, I loro profili mediterranei pelli scure come al sud dell’Italia rivelano aria serena e modi urbani, nonostante l’etichetta livoglia montanari. 
  Il marocchino che traduce in italiano l’arabo è la voce fissa  della nostra conversazione che inizia sempre con un «dice». Sono arrivati da Lecce, erano 500. Da lì alcuni li hanno speditia. Quasi tutti hanno trova to alloggio qui nella casa di prima accoglienza di Casalotti. Vanno in giro a cercare lavoro. «Dice lui che qui a Roma è difficile e che su. invece al Nord altri hanno già trovato lavoro e sono stati messi in regola». S’informano per il lavoro e così gli scrivo su un pezzo di carta l’indirizzo di qualche smorzo (vendite di laterizi e materiali per l’edilizia) e gli consiglio di farsi trovare la mattina presto lì davanti per chiedere se servono operai. 
  Poi iniziano a parlare della loro storia per spiegare l’oggi. «Nel 1946 è nato il partito democratico del Kurdistan (Pdk) di Mustafà Barzaui. Nel 1961 c’è stata la prima rivoluzione poi dal marzo 1970 le trattative. Nel 1974 è stata negata l’autonomia e di seguito ancora una rivoluzione. NeI 1975 è venuto meno l’appoggio dell’Iran a causa degli accordi Iran-Iraq e così la questione curda non ha avuto più protezione». Traccia le tappe di una storia fatta da subito di contrasti. Faccio confusione. Ma il Pdk e il Pkk in  che cosa sono diversi? “Il primo chiede all’iraq e il secondo alla Turchia e pur chiedendo tutti e due l’autonomia fanno battaglie separate, politiche assolutamente divergenti”.
  Prendono le distanze, perché il Pkk di Ocalan (partito dei lavoratori del Kurdistan) ha fama di violenze. Ma su che basi poggia la richiesta di autonomia? «Prima di tutto sulla lingua. Noi parliamo il curdo comè prima lingua. Poi la forma dl governo. Noi vogliamo avere un governo non dittatoriale ma democratico». Raccontano di Saddam e della morte. “La strage del gas nervino ai tempi della guerra del Golfo non era niente al confronto delle tante altre sofferenze. Ci sono villaggi dove sono sopravvissuti solo donne e bambini. Ci sono 182.000 persone che sono sparite nel nulla». Si tratta di tragedie simili a quanto avvenne in Argentina o in Cile. Persone prelevate a casa un giorno e mai più ritornate. Un uomo basso e tarchiato che poi rivelerà di essere cattolico non sta nella pelle: «Gli americani ci hanno sempre sfruttato, quella loro è una guerra interessata, una guerra del petrolio. Di noi non frega niente a nessuno».

  Oggi è saltata la lezione d’italiano. “Non è per niente facile”, ci dice l’operatrice del Comunedi Roma, Fedenica Di Pietrantonio, “ perché loro non hanno il nostro stessi sistema di segni».
 I bambini qui sono pochi, silenziosi e sereni, c’è anche un padre vedovo (la moglie uccisa dai servizi segreti in una rappresaglia) con due bambini. E c’è anche un poeta con cui vogliono farmi parlare a tutti I costi e di fretta perché -dicono - sta uscendo. In realtà la stanza in cui entriamo sarà luogo di conversazione per più di un’ora, a riprova delle aspettative riposte nel dialogo con noi.
 C’è una lunga serie di lamentazioni: le condizioni difficili, il senso di precarietà di questo star chiusi qui senza sapere dove andare, che fare. «Era meglio che ci fermassero in mare, impedirci si attraccare anziché tenerci in queste condizioni qui». La condizione-privilegio degli esuli è vessata da un rallentamento burocratico. Il loro status che prevede la ricreazione di condizioni civili di vita (lavoro, casa) è impiccio di parole con fuse (deportati, poveri, nomadi...) che azzerano i distinguo e mescolano un calderone di solidarietà apparente che è invece una pietà neanche tanto affettuosa.
- Non ce ne stupiamo. «lo non sarei venuto, se fossi stato in un posto in cui potevo vivere liberamente. Vedi lui per esempio. Vedi, indica un signore sulla sessantina che sta silenzioso in disparte con aria campagnola - lui è un allevatore di polli, e sai quanti dipendenti ha? Quattordici, capito, quattordici! Tutti noi. Noi non siamo poveri, non vogliamo rubare posti di lavoro. Fosse stato possibile, saremmo rimasti in Kurdistan».
  Il poeta racconta invece il suo imbarazzo nel viaggiare sugli autobus ed essere scoperto senza biglietto. Anche il favore della legge non lo consola: si verggna. Fomentato dagli amici, che  vogliono che lui ci legga una delIe.sue poesie, poi tira fuori di tasca un fòglio di blocco vergato a grafia curvilinea in penna blu. Il tuo nome? Si segna il petto con la mano e pronuncia un suono difficile da ripetere così ripete scrivendo sul mio quaderno “Sarbast Nelband”. Lo ripetiamo tutti a voce alta per essere sicuri di aver capito. Avrà più o meno quarant’anni e in patria ha all’attivo anche i suoi bravi libri di poesia. Mi domanda di posti a cui rivolgersi, enti, istituti di cultura, cerca uno spazio per il suo talento, la comprensione di quello che è aldilà di questo esilio.

  Poi ci legge una poesie. Su Roma: «Bella che Roma», ripete ogni tanto, I versi  vengono traslati dal curdo all’arabo e da lì all’italiano grazie al nostro amico «di Marocco».
na- Bella Roma “se avessimo saputoo e puto / quello che ci sta aspettando / non avremmo mai suonato / al cuore di Roma / perché Io straniero non ha nessun valore». 
 Declama con grande forza. Gli occhi sono tristi davveroe cercano attorno la comprensione delle parole e la convergenza degli altri, la mia solidarietà e una via dì scampo a questa tragedia. Sembra retorica ma è così: c’è tutto questo nello sguardo che gira il tavolo tra invito alla traslitterazione corretta e la considerazione dei contenuti. C’è tutto questo: un rito che durerà quasi un’ora e che avrà fine solo quando una voce annuncia l’arrivo del medico. C’è un bambino con una brutta influenza, altri hanno ricevuto cure per dermatiti seborroiche, per il resto tutta salute fisica. E il cuore che soffre e l’amor proprio, la dignità senza cura se non partecipiamo anche noi.

Roma, marzo 1998
o Una mattina a farsi raccontare la vita da profughi di un gruppo di curdi a Roma. Il dolore dell'esilio, la rabbia di una acco-
glienza
insufficiente

Diario
di viaggio
in Kurdistan

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