Azioni nonviolente: con un "se" e con un "ma"
Posted on Giovedì, febbraio 27 2003 @ 23:07:35 CET by NONLUOGHI |
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di Mao Valpiana *
Il termine "azione diretta nonviolenta" è entrato prepotentemente
nel gerg dell'attuale movimento pacifista e nel dibattito politico di questi
giorni.
Bene. Anzi, benissimo. Per tanti anni gli amici della nonviolenza hanno
lavorato a questa prospettiva che "obbedisce" alla superiore legge morale
del "mai più guerra" e al dettato Costituzionale "l'Italia ripudia
la guerra".
Chiarisco subito che dal punto di vista nonviolento le azioni di blocco
dei treni o di altri mezzi che trasportano armi o strumenti militari, sono
legittime purchè realizzate con metodi rigorosamente nonviolenti
(cioè escludendo in modo assoluto qualsiasi gesto di violenza e offese
rivolte ad altre persone); la disobbedienza civile nonviolenta, che vìola
la legge alla luce del sole e ne accetta serenamente le conseguenze, è
una tecnica nonviolenta che ci è stata insegnata da Gandhi, il quale
l'ha applicata su larga scala. Bisogna però sapere bene di cosa si
sta parlando.
L'azione diretta nonviolenta fa parte del patrimonio storico dei nonviolenti
italiani (si veda il libro "Nonviolenza in cammino" - Storia del Movimento
Nonviolento dal 1962 al 1992). Basti ricordare l'esemplare blocco del treno
che attuammo il 12 febbraio 1991 contro la guerra del Golfo, e il conseguente
processo conclusosi con l'assoluzione (documentazione pubblicata in Azione
nonviolenta di marzo 1991, gennaio 1997 e aprile 1997; ora nel sito: www.nonviolenti.org).
Ma affinché un'azione diretta nonviolenta possa definirsi tale,
ci devono essere un SE e un MA.
L'azione nonviolenta si può attuare SE si dispone di un gruppo di
persone "persuase", che abbiano già sperimentato su di sè
altre forme di lotta nonviolenta, che abbiano partecipato alla preparazione
dell'azione, disposte ad accettare le conseguenze del loro gesto, assolutamente
"obbedienti" alle regole che ci si è dati, legate da un rapporto di
conoscenza e fiducia reciproca; ogni azione deve avere un responsabile, alle
cui indicazioni gli altri partecipanti si adeguano; l'azione deve essere
ben preparata, quasi nulla lasciato all'improvvisazione; il tutto si deve
svolgere in un clima di serenità e tranquillità; se le forze
di polizia intervengono anche duramente, non si reagisce, si resta in silenzio
o si intona un canto; altri manifestanti devono essere pronti a sostituire
coloro che vengono allontanati con la forza;
Questo se va tutto bene, MA se le cose non vanno per il verso giusto, se
la situazione sfugge di mano, se c'è anche un minimo gesto violento
da parte di un manifestante, una reazione scomposta, paura o panico ingestibile,
l'azione deve venire immediatamente sospesa. Non ci si può permettere
di far degenerare l'azione senza aver raggiunto il fine che ci si è
posti.
Qual è il fine di un'azione diretta nonviolenta che blocca un treno
o un mezzo militare? (nessuno è così ingenuo da pensare che
il ritardo di qualche minuto di un treno, contribuisca a fermare la guerra).
Sono due gli obiettivi di questo tipo di azioni:
1) drammatizzare la realtà: dimostrare all'opinione pubblica che
la guerra non è una cosa lontana, che avviene a migliaia di chilometri,
e che in fondo non ci riguarda; far vedere che la guerra passa anche da casa
nostra, sotto le nostre finestre imbandierate, nelle nostre strade. La guerra
si prepara anche qui, con il concorso di tanta gente (non solo i militari,
dunque, ma i ferrovieri, gli autisti, i portuali, i vigili, i contribuenti,
e così via... ciascuno di noi in qualche modo ha preparato questa
guerra);
2) dare l'esempio che ognuno può fare qualcosa per opporsi alla
preparazione bellica e per denunciare la connivenza della autorità
e delle istituzioni; non tutti sono chiamati a fare i blocchi, ma tutti possono
e devono trovare il loro modo per fare un gesto di dissociazione. Il movimento
pacifista non ha bisogno di "eroi" o avventurieri, tanto meno di professionisti
della disobbedienza; bisogna invece dimostrare che ogni singolo cittadino
ha la possibilità concreta di non collaborare con la macchina militare
e che l'illegalità non è di chi si oppone, ma di chi sta preparando
il più grande crimine contro l'umanità.
Dunque sul piano pratico queste azioni possono sperare ben poco, ma molto
possono fare sul piano simbolico. E' per questo che le azioni devono essere
condotte in modo esemplare, limpido e sereno: perchè devono attirare
la simpatia dell'opinione pubblica verso i manifestanti. Se un'azione finisce
con scontri tra polizia e manifestanti, con tensione, grida, insulti, spintoni,
contusi, l'obiettivo è già vanificato. Se invece la scena finale
è la polizia che, pur bruscamente, e magari manganellando, porta
via i manifestanti che tuttavia rimangono sereni ed immobili, senza reagire,
nemmeno a parole, il successo dell'azione è sicuro. Per questo è
fondamentale agire alla presenza di testimoni, meglio ancora se giornalisti,
e documentare i fatti.
Un'ultima considerazione. Reagire alla guerra quando questa sta per esplodere,
è giusto e doveroso, ma bisogna anche avere coscienza dei propri limiti.
Le moltitudini di persone che si stanno mobilitando contro questa guerra sono
animate dalle migliori intenzioni, ma sono anche prive di strumenti efficaci.
Per un semplice motivo. Che la guerra la si ferma solo impedendone la preparazione.
La vera prevenzione alla guerra di domani sta nel disarmo di oggi.
Questa guerra è annunciata da almeno dieci anni. E per dieci anni
è stata preparata nell'indifferenza generale. I bilanci sono stati
votati, le armi sono state progettate, le fabbriche hanno lavorato, i militari
sono stati pagati e addestrati. L'immensa macchina industriale e militare
ha funzionato a dovere. Bisognava fermarla prima questa guerra.
Bisognava impedire che il ciclo si sviluppasse.
Ma ora che gran parte dell'opinione pubblica ha aderito alla causa
della pace, è il momento per intraprendere la via giusta, che è
quella del disarmo. Il disarmo unilaterale. Ogni popolo deve premere sul proprio
governo per imporre la distruzione delle armi, l'abolizione dell'esercito,
l'azzeramento dei bilanci bellici, per realizzare il proprio disarmo. La
pace verrà solo con la diminuzione del potenziale di armi presenti
nel mondo. Dobbiamo chiedere il disarmo dell'Iraq, ma anche dell'America,
della Russia, della Francia, dell'Italia, della Corea, dell'Iran, della Germania,
della Cina. Ogni popolo deve innanzitutto rinunciare alle proprie armi e
popi sviluppare i metodi alternativi per la soluzione nonviolenta dei conflitti.
In questo modo, se non riusciremo a bloccare questa guerra, riusciremo
almeno ad impedire la prossima.
*Direttore di Azione nonviolenta
la rivista mensile del Movimento Nonviolento
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