di Alexander
Langer
I tirolesi – come tutti gli altri popoli – si vedono
in un modo che spesso è esagerato e distorto. Ci consideriamo la
più antica democrazia (o perlomeno una delle più antiche
democrazie) d‘Europa o persino del mondo, in cui anche i contadini avevano
voce in capitolo. Andiamo fieri del fatto di essere rimasti fedeli alla
casa degli asburgo per quasi 600 anni (la loro fine non è certo
dipesa da noi) e della nostra forte e spiccata coscienza di appartenere
al nostro territorio – oggi forse si chiamerebbe regionalismo o autonomismo
– che può senz‘altro anche arrischiare prove di forza con Vienna
(per non parlare di Roma o Bruxelles). In genere consideriamo l‘eredità
contadina come una specie di tratto caratterizzante del Tirolo – certo,
c‘erano anche la nobiltà e la borghesia, ma le radici contadine
sono un po‘ più forti. Sappiamo di essere saldamente ancorati alla
tradizione „cristiano-cattolica“, sigillando questo attaccamento con giuramenti
e feste, per cui il Sacro Cuore di Gesù e la Madonna sono i nostri
alleati più sicuri, e offrendo di norma onori e potere del tutto
particolari alla chiesa cattolica e ai suoi prelati. I tirolesi sono comunque
abituati ad essere rispettosi e ubbidienti nei confronti delle autorità.
Non ci si vergogna di essere nel complesso piuttosto diffidenti nei confronti
delle innovazioni e di avere per certi versi fatto dell‘atteggiamento conservatore
un carattere di gruppo. Tutto ciò lo indoriamo volentieri con il
senso e l’amore della libertà, come se fossero qualità dei
primi tirolesi, per le quali ci dichiariamo sempre disposti ad intervenire,
anche combattendo.
Questa “ideologia tirolese”
(la voglio chiamare così per analogia al termine ”ideologia tedesca”)
non è una caricatura, e men che meno maldisposta, bensì una
descrizione a grandi linee di quella che è la coscienza tirolese,
così come si è in particolare sviluppata dal XVI sec. in
poi.
Ma per quale
motivo proprio a partire dal XVI sec.? Perché questo corpus spirituale,
culturale e ideologico si è in sostanza potuto formare e consolidare
dopo e grazie alla repressione della rivolta contadina tirolese e all’affermarsi
della controriforma cattolico-asburgica.
All’interno
di questa mentalità vorrei inserire il concetto di lotta ai corpi
estranei, attorno al quale si sviluppa questa mia riflessione. Sono diventati
corpi estranei idee, aspirazioni e movimenti che non rientravano nel quadro
descritto, ma piuttosto disturbavano il mondo così ordinato e tramandato
e per questo motivo sono cadute sotto questa straordinariamente vigile
ed efficace lotta ai corpi estranei.
Per fare un esempio, basta
pensare cosa è successo in Tirolo dal XVI sec. in poi con il protestantesimo,
arrivando persino all’espulsione fisica. Oppure richiamiamo alla memoria
il destino degli ebrei in Tirolo. Pensiamo ai massoni e all’illuminismo
– indipendentemente dal fatto se la minaccia proveniva da Vienna, da Monaco
o persino (che orrore!) dalla Francia con le baionette napoleoniche. Pensiamo
al rifiuto del liberalismo politico – la disputa nella scuola, il “Kulturkampf”
e ciò che è successo attorno alla libertà di religione
in Tirolo appena un po’ più di cent’anni fa lo dimostrano – oppure
alla freddezza con cui sono state accolte in Tirolo le idee repubblicane
o socialiste. Non serve un particolare acume per riconoscere proprio nel
culto dell’eroe tirolese Andreas Hofer la celebrazione più alta
ed evidente di questa convinta e alla fine vincente lotta ai corpi estranei.
Ciò non vuol dire
che sul nostro territorio non siano state comunque accolte e diffuse delle
idee straniere riformatrici – quelle citate ed altre ancora. Tutte hanno
però dovuto fare i conti con il rimprovero esplicito o implicito
che si trattava di un patrimonio d’idee straniero e non tirolese, che quindi
da noi, fra i monti, non era proprio il loro posto. Erano corpi estranei
che andavano irrimediabilmente allontanati in quanto tali.
La domanda è quindi:
perché a partire da un certo periodo questa lotta ai corpi estranei
ha iniziato a non funzionare più e si è manifestata una deficienza
immunitaria proprio nei confronti di tendenze nazional-tedesche, più
tardi fasciste e nazionalsocialiste?
Per quale motivo
per es. l’umiliazione di studenti italiani (o meglio dei “Walschen” del
Tirolo e dell’Austria) all’Università di Innsbruck all’inizio del
secolo non è stata sentita e combattuta come non propria ai tirolesi?
Per quale motivo i fanatici pangermanici che in Trentino cambiavano i nomi
ai paesi, alle città e ai campi non sono stati trattati come fomentatori
non tirolesi? Perché, dopo la divisione del Tirolo, autorevoli tirolesi
a sud del Brennero hanno ben presto elogiato il fascismo come una forma
di governo che in fondo andava bene, anche se aveva il difetto di essere
italiana, e degli autorevoli tirolesi a nord del Brennero giudicarono
positivamente l’austrofascismo autoritario e di matrice cristiano-sociale,
senza sentire quanto era lontano dalla democrazia e dal tanto decantato
amore per la libertà dei tirolesi?
E infine perché così
tanti tirolesi – dalle due parti del nuovo confine di Stato – s’infiammarono
in massa per Hitler, la sua annessione, la sua marcia, la sua follia della
razza, le sue uniformi, le sue bandiere color sangue, il suo mostruoso
partito, la sua propaganda per la grande Germania? Non vi erano dei doveri
nei confronti di uno “staterello … piccolo, piacevole, il nostro”,
in cui persone di diverse lingue hanno da sempre convissuto, formando un’insieme?
Come è possibile che i tirolesi non abbiano pensato niente quando
hanno visto gli ebrei che pulivano i marciapiedi con i loro spazzolini
e poi sparivano per sempre? Come hanno potuto infiammarsi per la Wehrmacht
e le sue campagne di conquista in Finlandia o Romania, se da secoli andavano
fieri del fatto di poter essere chiamati a combattere unicamente per la
difesa del Tirolo? E come ha potuto un popolo a sud del Brennero, con profonde
radici contadine, lasciarsi sedurre e abbagliare a tal punto da dichiarasi
disposto – durante l’Opzione – a lasciare la propria patria per amore del
Führer e trasferirsi in Alsazia, nello Schleswig o in Crimea a fare
la guardia a un territorio di frontiera tedesco?
Cosa era successo, perché
dei tirolesi invocassero numerosi la vittoria finale di Hitler come lo
scopo maggiore della storia?
Certo, anche
in Tirolo ci sono stati coloro che hanno tentato di mettere in guardia,
i dissidenti, la resistenza e persino il martirio (e davanti ai combattenti
e alle vittime dobbiamo ancor oggi inchinarci con gratitudine), ma la lotta
ai corpi estranei che in passato era stata così efficace ha miseramente
fallito nei confronti del flagello di colore marrone. Contro il flagello
nero del littorio romano si è combattuto, solo perché questi
era vissuto come un’oppressione straniera, per cui in quel caso l’immunizzazione
contro i corpi stranieri ha funzionato.
E anche se guardiamo capitoli
della storia del Tirolo cronologicamente più vicini a noi, troviamo
conferma del fatto che la lotta ai corpi estranei avviene in modo molto
selettivo. L’“anarchismo di sinistra” (leggo sulla stampa in questi giorni)
suscita avversione e allarme, mentre la corona di spine del 1984 non è
considerata non-tirolese (sono piuttosto visti come corpi estranei i controdimostranti
antifascisti). Se i numerosi falsi amici del Tirolo e soprattutto del Sudtirolo,
in camicia marrone, provenienti da Norimberga, Monaco, Mondsee, Salisburgo,
Linz, Carinzia o persino dallo Schleswig non possono certo pretendere di
godere di chissà quale simpatia presso i tirolesi (o sudtirolesi),
li si fa comunque sentire meno degli estranei che i dimostranti di sinistra
o i democratici liberali che s’impegnano per la convivenza e il dialogo
fra i popoli.
Cosa è
successo al “sentimento di popolo tirolese”? Come è possibile che
ci si debba ancora giustificare di combattere contro il nazismo e le velleità
di grande Germania piuttosto che per il fatto di nutrire sogni di questo
tipo?
Dico subito che non credo
che il vero conservatore di per sé non ci veda dall’occhio destro
o rischi persino di scivolare verso l’estrema destra. Autentica conservazione,
convinto attaccamento a valori tramandati – non necessariamente potere
e proprietà – radicata coscienza della patria e fedeltà praticata
alla patria, insistere su specificità, tradizione, fede, lingua,
cultura, cosciente rifiuto della modernizzazione (soprattutto quando imposta
da fuori) e impegno contro riforme indesiderate sono lontani dall’essere
un’anticamera al fascismo. Si può forse sostenere addirittura il
contrario: il moderno totalitarismo – di cui fascismo e il nazionalsocialismo
sono stati una possibile forma storica – ha le sue radici (mi sia concesso
il gioco di parole) nello sradicamento di persone, interi gruppi e strati
sociali che si ritrovano senza patria e senza identità. Essere privi
di radici rende assai più accessibili a certe idee che il vero conservatorismo.
Da questo punto
di vista si può forse trovare nel grande sradicamento dei tirolesi
– che in sostanza comprende due aspetti dello stesso evento storico, ovvero
la fine della vecchia Austria e la divisione imposta del Tirolo – una delle
possibili spiegazioni al deplorevole fallimento della lotta ai corpi estranei.
Ciò è successo per colpa degli altri.
Ma non dobbiamo ignorare
la nostra parte di responsabilità. E qui bisogna riprendere in esame
la coscienza tirolese già descritta per sommi capi.
La coscienza tirolese mostra
sin dall’origine evidenti tracce della rivolta soffocata dei contadini
e della marcia trionfale dell’assolutismo asburgico-controriformista che
ha irrimediabilmente compromesso il senso tirolese per la ribellione, la
critica (e autocritica), il pluralismo, il pensarla in modo diverso,
l’opposizione democratica, la solidarietà attiva dei deboli ecc.
(A tale riguardo, non è un caso se Michael Gaismair non fa parte
della galleria degli eroi tirolesi, mentre un Andreas Hofer o un Franz
Innerkofler rientrano perfettamente nel quadro della lotta ai corpi estranei).
Non deve quindi meravigliare
troppo che il Tirolo non è propriamente stato un terreno fertile
per la resistenza ai nazisti e ai fascisti: persino l’odiato fascismo italiano
lo si sopportava con rassegnazione, nonostante la soglia del dolore fosse
già stata ampiamente oltrepassata tempo addietro.
Inoltre, le
regioni con latenti conflitti etnici o di confine (vedi per es. anche la
Carinzia o Trieste) sono terreni particolarmente fertili per idee fasciste
o nazionalsocialiste. Questo richiede un impegno maggiore e assai più
consapevole proprio da parte di noi tirolesi democratici che oggi viviamo
a nord e a sud del Brennero, al fine di allontanare il nazionalismo, il
fascismo e l’estremismo di destra e far crescere la democrazia e la tolleranza
come un prodotto nostrano.
Se è
vero che “l’ideologia tirolese” ha prodotto un’identità così
compatta con una così vigile ed efficace lotta ai corpi estranei,
bisogna chiedersi in che modo, da un lato, si possa contribuire per mettere
in luce in modo credibile e stigmatizzare quanto di “estraneo e non-tirolese”
c’è nelle mentalità fasciste, razziste e sobillatrici, ma
anche nel consumismo sfrenato e nell’ossessiva corsa alla crescita (economica)
e, dall’altro, valorizzare le radici tirolesi di quelle aspirazioni in
cui crediamo riconoscere una maggiore umanità, democrazia e solidarietà
(senza per questo apparire in falsi abiti, in questo caso in un falso abito
tradizionale tirolese).
Di tanto in tanto anche
il Tirolo ha avuto i suoi apostoli del progresso (alcuni erano anche in
buona fede) che credevano che modernità, liberalismo e Dio sa quali
altri benefici del progresso avrebbero potuto diffondersi da noi solo esponendo
la specificità dei tirolesi alla derisione urbana o alla diffidenza
cosmopolita illuminata, per poi, sulla tabula rasa così ottenuta,
costruire delle solide basi per una moderna apertura al mondo.
Fino ad ora
ciò non è stato possibile e le forze sociali e democratiche
non sono riuscite ad affermarsi. Piuttosto hanno preso il meglio tutt’altri
vincitori di guerra che con false insegne tirolesi, rifatte all’ultima
moda – dall’abbigliamento alla lingua, dalla benedizione della chiesa all’approvazione
politica – hanno convinto tutti a liberarsi dei concetti tradizionali per
sostituirli con le loro autostrade, i loro impianti di risalita e i loro
colossi alberghieri.
Ma perché il compito
di definire il carattere tirolese deve restare ai reazionari – finanche
ai fascisti – oppure alla promozione turistica e a certi funzionari di
partito, di associazioni di categoria o della chiesa che se n’appropriano
per i loro scopi, facendone un loro feudo?
Se a questa
oggi risorgente cecità, permissività o persino complicità
nei confronti di movimenti totalitari e di matrice fascista – questo succede
anche in Italia, dove con Berlusconi nell’occidente democratico per la
prima volta è arrivata al Governo una formazione che raccoglie chiaramente
l’eredità del fascismo – si risponde solo con una mobilitazione
antifascista, analisi cervellotiche, rievocazioni nostalgiche della Resistenza
dei tempi passati, dotte elucubrazioni politiche e violenti anatemi, la
causa è persa sin dall’inizio.
Se quel fondo
di tramandata coscienza di sé è lasciato senza grandi esitazioni
ai vari Haider e Berlusconi e l’alternativa a ciò ha bisogno di
tutto quello che per il nostro concittadino medio fa parte delle cose a
cui si è affezionato e che dà per scontate - perché
non siamo in grado di togliere alle nostre idee di umanità e democrazia
quella patina di corpo estraneo - allora siamo messi proprio male.
Per questi motivi vorrei,
concludendo, illustrare alcuni aspetti che – forse un po’ nascosti e coperti
– fanno parte del patrimonio tirolese e che, ben più efficaci di
divieti o appelli, possono contribuire a dimostrare che il nostro modo
di intendere la fedeltà alla patria e il sentirsi legati al mondo
è assolutamente consono ad un tirolese, mentre nazionalismo o persino
razzismo, ogni forma di fascismo e demagogia nazional-tedesca (o qualsiasi
forma di chauvinismo) non rientrano o sono contrari al vero spirito tirolese.
Di questi elementi
facenti parte del patrimonio tirolese che oggi vanno messi maggiormente
in luce, vorrei citarne quattro, nella speranza di dare maggiore considerazione
e diritto di esistenza anche a questi aspetti della nostra così
spesso evocata specificità tirolese:
La tradizione
democratica del Tirolo che non può limitarsi al fatto che già
nel Medioevo esisteva un consiglio con quattro ceti sociali;
la tradizione della convivenza
di varie lingue e culture in Tirolo: tedesco, italiano e ladino esistono
da secoli; in questo senso il popolo tirolese era l’esatto contrario di
ciò che si immagina parlando di purezza della specie oppure di pulizia
etnica;
la tradizione sociale che
senza bisogno di interventi dello Stato era in grado di tessere una rete
sociale efficace, nella quale i più deboli trovavano un sostegno
solidale;
una tradizione che rispetta
la natura e ha sempre saputo evitare di saccheggiarla per un rapido e facile,
ma affatto lungimirante guadagno.
Se per i succitati
motivi questi aspetti non sono in primo piano nell’”ideologia tirolese”
dominante, ciò non vuol dire che si possa mettere in dubbio la loro
legittimità e la loro esistenza.
Sarebbe auspicabile,
nel nostro comune intento di difenderci dalla seduzione totalitaria, riuscire
a valorizzare e richiamare a nuova vita alcune fondamentali e innegabilmente
autentiche radici tirolesi. Movimenti “anti-qualcosa”, resistenza, protesta,
misure di legge sono spesso necessari, ma alla fin fine darà maggiori
frutti il lavoro di convincimento che umanità, democrazia, solidarietà,
giustizia e diritti umani, pace, mantenimento della natura sono valori
più alti e più credibili che non sangue e suolo, nazione,
razza, potere, denaro e consumo. |
o |
Una
comunità che salva della sua storia, delle sue radici, solo cviò
che è funzionale al disegno di una maggioranza. In questo scritto
critico del 1994 (inedito in italiano) Alex Langer, parlando di tirolese
del Nord e del Sud punta il dito contor la rimozione delle altre radici,
quelle più profonde della convivenza intgeretnica che pure ha caratterizzato
il cammino di questa terra. Scrive: " Sarebbe auspicabile, nel nostro comune
intento di difenderci dalla seduzione totalitaria, riuscire a valorizzare
e richiamare a nuova vita alcune fondamentali e innegabilmente autentiche
radici tirolesi. Movimenti “anti-qualcosa”, resistenza, protesta, misure
di legge sono spesso necessari, ma alla fin fine darà maggiori frutti
il lavoro di convincimento che umanità, democrazia, solidarietà,
giustizia e diritti umani, pace, mantenimento della natura sono valori
più alti e più credibili che non sangue e suolo, nazione,
razza, potere, denaro e consumo".
Le
riflessioni di Langer possono servire a comprendere un po' di più
quanto sta accandendo in Austria e i suoi sbocchi possibili.
(L'articolo
fu pubblicato in “Südtirol Profil” il 7 novembre 1994; traduzione
di Christine Stufferin).
Grazie
a Edi Rabini e alla fondazione Langer di Bolzano
|