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percorsi
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Seattle e dintorni, le ragioni
della ribellione: è in gioco la libertà
La posta è la sopravvivenza al
Sud come al Nord del mondo: è la specie umana
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Oggi è davvero in gioco la libertà per tutti gli uomini; la libertà dei Paesi poveri come quella, e forse di più, dei Paesi ricchi. E’ in gioco la stessa possibilità di sopravvivenza per la specie umana, la quale deve assolutamente fermarsi e chiedersi dove sta andando. Il primo punto, dunque, è: “fermarsi”. Siccome la parola “fermarsi” appare subito come una bestemmia, una chiamata, da folli, a fare qualcosa non soltanto impossibile, ma ridicola, è indispensabile guardare in faccia proprio questa convinzione: che si debba andare sempre avanti, e che andare avanti sia di per sé positivo. Siamo arrivati al limite: dobbiamo fermarci Siamo, invece, arrivati
al limite, al confine, oltre il quale non si tratta più di scoprire
l’ignoto, come si era soliti credere quando si viaggiava verso terre sconosciute,
oppure quando si tentavano nuove scoperte scientifiche. Non è più
così.
Non ci si può affidare ai governanti e alla dittatura dell'economia Di conseguenza, la cosa più intelligente e scientificamente giusta da fare è abbandonare subito la strada della distruzione dell’ambiente. Ai Verdi è toccato, questa volta, fare una cosa contraria ai loro spirito. Sfoderare l’aggressività e tirare pietre, invece che morbide piantine e teneri sorrisi. E questo è davvero il segno che non ci si può affidare ai governanti, i quali danno ormai per scontato che i cittadini sono democratici soltanto quando non protestano; e che bisogna perdere tempo ad ascoltarli soltanto quando tirano pietre. Come è puntualmente successo a Clinton di fronte ai disordini di Seattle. Ma perché la mondializzazione del commercio metterebbe a rischio le scarse risorse dell’ambiente e al tempo stesso fa temere per la libertà dei popoli? La risposta è molto semplice. Perché coloro che governano hanno ormai imparato che si può imporre qualsiasi tipo di dittatura attraverso il dominio dell’economia; e che, per conquistare i territori, non è necessario (almeno non sempre) dichiarare guerre sanguinose. Molti governanti usano fare, infatti, quello che dalle banche viene chiamato un “cartello”. L’Unione Europea, per esempio, ha fatto così per i propri prodotti agricoli: mettiamoci d’accordo su quanta e quale merce produrremo, e a quali costi la produrremo, e il gioco è fatto. Naturalmente questo significa che gli altri produttori rimarranno fuori: o perché le loro “banane” non possiedono le misure stabilite, oppure perché il loro prezzo è minore. Da qui, come è ovvio, le proteste degli esclusi; e la suprema ipocrisia dell’Europa che “non vuole che vengano sfruttati” i lavoratori a basso costo dei Paesi poveri... Libero mercato uguale rigidità della vità: senza libertà, senza futuro Ma il problema
della libertà è drammaticamente più profondo e complesso.
Sotto il termine “liberalizzare i mercati" si nasconde l’omogeneizzazione
dei popoli, dei costumi, dei salari, che devono diventare tutti simili
per poter accogliere prodotti simili. I governanti, guidati ormai in tutto
il mondo da economisti e da banchieri, adoperano con voluttuosa compiacenza
il termine “libero mercato”, sebbene nessuno studioso, neanche di economia,
sia riuscito a dimostrare come sia questa la ricetta migliore per produrre
maggiore ricchezza. Anzi. Se si guarda alle previsioni fatte dagli economisti
e dai banchieri, si può affermare con tranquillità che si
sono rivelate quasi sempre sbagliate. Soprattutto perché gli uomini
accumulano conoscenze, amori, gusti, tradizioni, piaceri, che non è
il mercato a produrre. Rendere i mercati tutti interdipendenti significa
rendere popoli e uomini tutti interdipendenti. Ossia fissare il mondo in
una rigidità assoluta. Senza futuro.
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o | La
nota antropologa, docente all'Università La Sapienza di Roma, spiega
perché ora bisogna fare la voce grossa per "fermare" la folle corsa
all'auto-
distruzione Multinazionali
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L'articolo è uscito anche nel trimestrale Gaia |
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