ii percorsi

Seattle e dintorni, le ragioni della ribellione: è in gioco la libertà
La posta è la sopravvivenza al Sud come al Nord del mondo: è la specie umana
 

di IDA MAGLI
   La ribellione al convegno sul Commercio mondiale si basa su dei motivi troppo profondi per poterli spiegare, come si è tentato di fare, rinviando alle battaglie dei ragazzi dei fiori o alle proteste dei giovani americani contro la guerra del Vietnam. 

   Oggi è davvero in gioco la libertà per tutti gli uomini; la libertà dei Paesi poveri come quella, e forse di più, dei Paesi ricchi. E’ in gioco la stessa possibilità di sopravvivenza per la specie umana, la quale deve assolutamente fermarsi e chiedersi dove sta andando. Il primo punto, dunque, è: “fermarsi”. Siccome la parola “fermarsi” appare subito come una bestemmia, una chiamata, da folli, a fare qualcosa non soltanto impossibile, ma ridicola, è indispensabile guardare in faccia proprio questa convinzione: che si debba andare sempre avanti, e che andare avanti sia di per sé positivo. 

Siamo arrivati al limite: dobbiamo fermarci

  Siamo, invece, arrivati al limite, al confine, oltre il quale non si tratta più di scoprire l’ignoto, come si era soliti credere quando si viaggiava verso terre sconosciute, oppure quando si tentavano nuove scoperte scientifiche. Non è più così.
Il limite è dato dalla impossibilità fisica del pianeta di assorbire i prodotti della vita degli uomini (dal surriscaldamento della Terra all’inquinamento dell’aria, dei mari, dei fiumi, degli oceani; dall’assottigliarsi delle foreste alla riduzione del territorio abitabile) e quindi è indispensabile la riflessione della ragione umana su come fare per sopravvivere. Purtroppo tutte le volte che si è provato a porre questo problema, sono scattati i riflessi, più o meno automatici, di chi è abituato da secoli a credere che il ‘‘progresso ‘‘ consista appunto, non nel ragionare, ma nell’andare avanti sulla strada già intrapresa. Diciamo allora che il metodo scientifico (cui di solito si fa appello per difendere “l’andare avanti”), consiste nell’abbandonare le strade che non portano a risultati positivi, e che il più grande tra gli scienziati è sempre quello che non teme di rimettere in discussione le teorie acquisite in precedenza.

Non ci si può affidare ai governanti e alla dittatura dell'economia

   Di conseguenza, la cosa più intelligente e scientificamente giusta da fare è abbandonare subito la strada della distruzione dell’ambiente. Ai Verdi è toccato, questa volta, fare una cosa contraria ai loro spirito. Sfoderare l’aggressività e tirare pietre, invece che morbide piantine e teneri sorrisi. E questo è davvero il segno che non ci si può affidare ai governanti, i quali danno ormai per scontato che i cittadini sono democratici soltanto quando non protestano; e che bisogna perdere tempo ad ascoltarli soltanto quando tirano pietre. Come è puntualmente successo a Clinton di fronte ai disordini di Seattle. Ma perché la mondializzazione del commercio metterebbe a rischio le scarse risorse dell’ambiente e al tempo stesso fa temere per la libertà dei popoli? La risposta è molto semplice. Perché coloro che governano hanno ormai imparato che si può imporre qualsiasi tipo di dittatura attraverso il dominio dell’economia; e che, per conquistare i territori, non è necessario (almeno non sempre) dichiarare guerre sanguinose. Molti governanti usano fare, infatti, quello che dalle banche viene chiamato un “cartello”. L’Unione Europea, per esempio, ha fatto così per i propri prodotti agricoli: mettiamoci d’accordo su quanta e quale merce produrremo, e a quali costi la produrremo, e il gioco è fatto. Naturalmente questo significa che gli altri produttori rimarranno fuori: o perché le loro “banane” non possiedono le misure stabilite, oppure perché il loro prezzo è minore. Da qui, come è ovvio, le proteste degli esclusi; e la suprema ipocrisia dell’Europa che “non vuole che vengano sfruttati” i lavoratori a basso costo dei Paesi poveri...

Libero mercato uguale rigidità della vità: senza libertà, senza futuro

   Ma il problema della libertà è drammaticamente più profondo e complesso. Sotto il termine “liberalizzare i mercati" si nasconde l’omogeneizzazione dei popoli, dei costumi, dei salari, che devono diventare tutti simili per poter accogliere prodotti simili. I governanti, guidati ormai in tutto il mondo da economisti e da banchieri, adoperano con voluttuosa compiacenza il termine “libero mercato”, sebbene nessuno studioso, neanche di economia, sia riuscito a dimostrare come sia questa la ricetta migliore per produrre maggiore ricchezza. Anzi. Se si guarda alle previsioni fatte dagli economisti e dai banchieri, si può affermare con tranquillità che si sono rivelate quasi sempre sbagliate. Soprattutto perché gli uomini accumulano conoscenze, amori, gusti, tradizioni, piaceri, che non è il mercato a produrre. Rendere i mercati tutti interdipendenti significa rendere popoli e uomini tutti interdipendenti. Ossia fissare il mondo in una rigidità assoluta. Senza futuro.


o La nota antropologa, docente all'Università La Sapienza di Roma, spiega perché ora bisogna fare la voce grossa per "fermare" la folle corsa all'auto-
distruzione

Multinazionali
che rubano il pane ai paesi
poveri: parla
Vandana Shiva

Link su
Omc e Mai

Un articolo
di Roberto Meregalli
da Peacelink 

Articolo del
Collettivo
Il Mondo Capovolto

Intervento di
Francesco Martone

Un articolo
della
associazione
Jambo!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

L'articolo è uscito anche nel trimestrale Gaia

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