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L'islam delle donne
Qualche riflessione per confutare alcuni luoghi comuni occidentali
 

di ADEL JABBAR *

   Nur indicava al nipote i luoghi della città, piazze, strade, case, ponti, minareti, alla ricerca delle tracce lasciate dal tempo e dalle persone.
Quella non era la città natale di Nur. Ma lì lei era vissuta e là, da sola, aveva cresciuto i suoi figli, dopo avere lasciato il marito. 
Nur era musulmana devota: pregava cinque volte al giorno, seguiva il digiuno prescritto nel mese di Ramadan, offriva l'elemosina, quando poteva permetterselo. Sognava di recarsi un giorno alla Mecca, ma questo non divenne mai realtà, così come non poté avverare il desiderio di essere sepolta vicino ad un pio musulmano. Riuscì comunque a realizzare un'altra sua aspirazione: quella di non rivedere mai più il marito e di non sapere più nulla di lui. Nella sua preghiera mattutina, lei rimpiangeva di averlo sposato e chiedeva a Dio perché gli avesse fatto incontrare quell'uomo e permesso che vivessero insieme. Lei poneva le sue domande a Dio, e del resto, diceva, sarebbe venuto il momento in cui Dio avrebbe interrogato lei, e confidava che nel giorno del Giudizio si sarebbe fatta finalmente chiarezza e giustizia. 

   La grande fede che nutriva non le impedì mai di essere se stessa, di avere fiducia nella propria capacità di giudizio, nella propria autonomia e intelligenza, di confrontarsi tenacemente e con le proprie forze con la vita quotidiana, dura e reale, sfamando, educando e tenendo a bada tre figli. I temi della giustizia e della libertà l'appassionavano, e capitava di trovarla spesso in prima linea nei cortei popolari di protesta contro la potenza coloniale che opprimeva la sua gente. Conosceva i nomi dei governanti coloniali, e altrettanti nomi di persone che nel mondo sostenevano la lotta anti coloniale. Nur era decisamente schierata, non conosceva esitazioni quando si trattava di scegliere. Ai nipoti raccontava delle azioni di violenza, di oppressione e di tortura compiute dagli eserciti occupanti, che malediceva paragonandoli al marito. Di questo, diceva, si era liberata, e desiderava fortemente liberarsi anche degli altri.

   Tante cose sapeva fare Nur. Tesseva, modellava manufatti in terracotta, andava a cavallo, cacciava, nuotava e remava: tutte abilità che i suoi nipoti non hanno ereditato. Era sempre curata, di aspetto fiero ed elegante. Era un'araba musulmana con insoliti occhi azzurri che tutti ammiravano, ma nemmeno questi sono stati ereditati dai nipoti. Qualche cosa però lei ha saputo trasmettere a loro: ad alcuni la memoria della città, ad altri il suo stile e la sua eleganza, ad altri ancora il suo coraggio e il suo spirito di autonomia. A tutti loro ha però lasciato degli interrogativi: chi era realmente questa donna, quali vicende aveva trascorso nella sua vita, come aveva vissuto le fasi dell'adolescenza, del matrimonio, dell'abbandono del luogo d'origine e della casa maritale.

   Intorno a Nur è sempre rimasto un alone di mistero. 
Certo è che questa figura può apparire in forte discordanza con quella che è la rappresentazione della donna musulmana nell'immaginario comune occidentale. Di fatto, da questa esperienza di vita reale si possono trarre alcune importanti considerazioni. Innanzitutto, che una donna vissuta dagli anni '20 agli anni '80 del secolo scorso in un paese musulmano, lei stessa musulmana devota, mise in discussione con le proprie scelte convenzioni e consuetudini radicate - che certo non ritroviamo soltanto nei paesi musulmani - decidendo di lasciare città, marito, di vivere da sola e da sola crescere i propri figli, subendone le conseguenze e accollandosi responsabilità e difficoltà certo non poco gravose. Scelte che ancora oggi, e persino nel mondo ricco occidentale, non sono facili per una donna. Inoltre la sua condizione di donna musulmana non le impedì di partecipare alla vita pubblica e politica, di condividere la sorte della propria gente. 
   Ancora: la sua fede in Dio si basava su un rapporto dialogico; pur accettandola, non ne subiva passivamente la volontà, si poneva e gli poneva dubbi, interrogativi. Infine fu in grado di trasmettere conoscenza e sapere ai figli e ai nipoti. Una donna a suo modo eccezionale, ma comunque una donna del popolo, che viveva dentro e con la sua gente, attivamente, con coraggio e autodeterminazione. Una donna libera.

   Nel riflettere sulla condizione della donna nei paesi musulmani, tema oggi molto discusso, è importante saper esplorare i vissuti reali, dentro i quali le donne cercano di interpretate ed elaborare realtà e situazioni, consapevoli dei limiti che vengono loro posti, delle convenzioni e dei retaggi culturali che spesso le ostacolano, lì come del resto anche altrove. In ogni caso queste donne non sono succubi, non sono passive e sottomesse come le dipinge l'immaginario esotico e come oggi spesso vengono considerate, fosse soltanto perché portano un foulard intorno al capo. Non hanno bisogno di essere educate all'emancipazione. 
Molte di quelle che sono considerate come conquiste femminili avvenute in occidente negli ultimi anni, dal divorzio, alla legge sull'aborto tuttora molto discussa e all'uso degli anticoncezionali, dal diritto alla proprietà, al mantenimento del cognome, lo stesso diritto di voto, in alcune società musulmane sono state affermate molto tempo prima. In diversi paesi di religione islamica ci sono state donne primi ministri o a capo di ministeri importanti più di quanto non sia accaduto in alcuni paesi europei. Nella repubblica islamica dell'Iran, oltre il 60% della popolazione universitaria è costituita da donne; nel parlamento e nella corte costituzionale (nel ruolo di giudice) siede un numero significativo di donne. La sociologa marocchina di fama internazionale Fatema Mernissi, nel suo ultimo libro (Harem e Occidente), riporta alcune statistiche, che dimostrano come l'accesso ad alcune professioni e studi superiori e universitari sia più diffuso fra le donne che vivono in alcuni paesi musulmani che fra le donne occidentali. Ad esempio, il corpo docente universitario in Marocco è composto per il 22% da donne, contro il 20% dell'Inghilterra, il 16% del Giappone e l'11% della Svizzera. Le donne che partecipano attivamente nel settore medico, imprenditoriale e sociale rappresentano quasi il 31% dei quadri amministrativi (dati 1991).

   D'altra parte, senza per questo abbandonarsi a facili relativisimi, si deve pur considerare che i criteri per definire la natura e il grado di emancipazione o di libertà non sono necessariamente univoci, e non possono essere fissati in maniera avulsa dalle condizioni storiche sociali e culturali della società cui si riferiscono. In altri termini non è detto che ciò che in un paese è considerato una conquista sul piano dell'emancipazione femminile lo sia parimenti in qualsiasi altro paese. Né va trascurato il fatto che i paesi musulmani sono numerosi e fortemente differenziati fra loro sul piano delle condizioni materiali e socioculturali. 
Tutto questo non certo per dire che le società musulmane oggi come oggi rappresentino la società ideale dal punto di vista femminile, ma che le situazioni di oppressione e di discriminazione, che talora le donne musulmane vivono, non rappresentano il risultato di prescrizioni islamiche, vanno eventualmente rintracciate nelle pastoie di una tradizione arcaica che da sempre, in molte società, tende ad esercitare un controllo sulla donna. Ma è importante vagliare anche altre possibili letture della condizione femminile nei paesi musulmani, laddove vigono precise situazioni che accomunano questi paesi a tutti gli altri che si trovano nella cosiddetta periferia del mondo. Mancanza di risorse, instabilità politica, problemi di sviluppo, interferenze e diktat posti sul piano delle riforme "strutturali" dalla banca mondiale e dal fondo monetario internazionale per accedervi; tutto ciò si traduce in una sottrazione di fondi ai settori del sociale, dell'assistenza, della sanità e dell'educazione. Penalizzazioni gravi che colpiscono in primo luogo e soprattutto la fascia femminile della popolazione, la vincolano prima ancora dei retaggi culturali, poiché la costringono a concentrarsi sul ruolo riproduttivo, sulle cure filiali e domestiche. Ricordiamo che questi ultimi rappresentano fra l'altro ruoli e funzioni cruciali per la sopravvivenza di una società, e che qualora non sorretti da una forte politica sociale, ricadono principalmente sulla donna, soprattutto in un sistema organizzato in termini tradizionali, fondato su un'economia estremamente povera, caratterizzato da elevato e diffuso analfabetismo. 

   Una lettura seria, che non sia di parte o propagandistica, della condizione femminile nei paesi musulmani - che sicuramente è contraddittoria - richiede di individuare gli elementi che ne sono causa sul piano storico e materiale, come su quello delle consuetudini e delle convenzioni, e certo anche sul piano del diritto formale. In ogni caso sarebbe opportuno lasciare da parte una volta per tutte certe considerazioni semplicistiche o stereotipie basate su luoghi comuni infondati, quando non su falsi veri e propri, come quello relativo all'infibulazione, pratica che di fatto non appartiene alla tradizione religiosa musulmana. O come i luoghi comuni sulla poligamia, una delle usanze musulmane fra le più soggette a critiche, la quale non rappresenta un obbligo - né per gli uomini praticarla, né per le donne accettarla - e non è comunque attuabile se non sussistono condizioni ben precise e vincolanti che la rendono, di fatto e nella realtà, pressoché impraticabile. 

   Certo, nell'Islam uomini e donne non sono uguali, ma sono complementari. Può sembrare banale, ma non lo è. Questo perché la religione musulmana nasce e cresce in società che al tempo non erano organizzate in termini piramidali, non erano quindi fondate su strutture gerarchiche, di conseguenza non si trovavano a dover stabilire il principio dell'uguaglianza nei termini propri della società occidentale, per accorciare le distanze di potere. Ad una struttura sociale orizzontale, e non piramidale, appariva più congeniale il concetto di complementarietà. Queste origini hanno influenzato la concezione islamica dell'universo (e dei rapporti umani), basata sull'idea della diversità come elemento essenziale alla completezza, e quindi su un equilibrio fra esseri differenti che si completano a vicenda, all'interno del quale l'essere umano in quanto tale, uomo o donna, seppure determinante non ha una centralità assoluta rispetto a tutte le altre componenti dell'universo.
    Sul piano religioso, l'insegnamento coranico è chiaro e mostra come al cospetto di Dio le azioni delle donne e degli uomini abbiano lo stesso valore, non ci sia distinzione fra l'operato dell'uno e dell'altra.

   Coloro che fanno la carità, uomini o donne, concedono un bel prestito ad Allah; lo riscuoteranno raddoppiato e avranno generoso compenso. (Sura LVII - 18- Al - Hadid).

   Non invidiate l'eccellenza che Allah ha dato a qualcuno di voi: gli uomini avranno quello che si saranno meritati e le donne avranno quello che si saranno meritate. () (Sura IV - 32, An - Nissà).

Questi ultimi del resto rappresentano degli orientamenti di fondo dell'insegnamento musulmano, ma certo oggi siamo consapevoli che l'operato degli uomini e la prassi sociali non sono unicamente vincolati alla religione, bensì costituiscono il risultato di dinamiche e relazioni ben più complesse.
 
 

* Adel Jabbar è sociologo dell'immigrazione 
e delle relazioni interculturali - Studio RES, Trento.

 


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(25 gennaio  2001)

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