di
FABIO GALLUCCIO
1901- 1926.
Venticinque anni di una vita in cui Piero Gobetti disegna una nuova
idea d’Italia, reinventa il liberalismo e il socialismo, scopre talenti
quali Eugenio Montale e Felice Casorati, fonda tre riviste quali Energie
nuove, Rivoluzione liberale, il Baretti, nelle quali scrive tutta l’intelligenza
dell’epoca. Crea una casa editrice, scrive saggi, critiche teatrali, tanto
da diventare il critico di Ordine Nuovo la rivista di Antonio Gramsci,
libri come “Paradosso dello spirito russo”, “Risorgimento senza eroi” e
l’ormai celebre “Rivoluzione liberale”.
Norberto Bobbio
afferma che se Croce e Gramsci fossero morti a venticinque anni sarebbero
ricordati , il primo , come un giovane studioso di storia locale troppo
presto strappato agli studi, il secondo come una sicura promessa di un
giornalismo insieme colto e polemico.
Un miracolo?
Un santo laico ? Ci sarebbe la tentazione di affermarlo. Indubbiamente
qualcosa di irrepetibile nella cultura e nella politica italiana. A cento
anni dalla sua nascita, non possiamo non ricordarlo per far sì che
i giovani si avvicinino alla sua grande personalità. Oppositore
intransigente del fascismo, morì in esilio a Parigi, a seguito delle
percosse subite da una squadra fascista qualche mese prima a Torino.
Oggi riposa
al Père Lachaise, a Parigi, monito morale a noi tutti.
Se si leggono i suoi scritti
c’è il grande sforzo di rigenerare le idee e i valori, una
tensione, una passione che sia in grado di dar nuova vita agli schemi dell’organizzazione
politica. Montale lo ricordava come il compagno di strada “eguale a noi,
migliore di noi, l’uomo che fu cercato invano da una generazione
perduta, l’uomo che ci ostiniamo ancora a cercare nella parte più
profonda di noi stessi”.
Gobetti è
un fenomenale organizzatore di cultura, di ideali, di giovani, che oggi
chiameremo emergenti, ma soprattutto di rinnovamento morale e ideale, di
un nuovo Risorgimento. Nell’attuale momento di deprimente stagnazione e
di pericolose fughe verso idee che pensavamo ormai morte, Gobetti
appare quanto mai attuale.
Chiede sempre ai suoi
collaboratori serietà ed ardore. Intende la politica come
missione spirituale.
Nella grande
rivoluzione spontanea degli operai di quegli anni, Gobetti individua un
grande tentativo di “realizzare non il collettivismo, ma un’organizzazione
del lavoro in cui gli operai, almeno i migliori, siano quello che sono
oggi gli industriali”.
Gobetti si propone attraverso
la rivoluzione liberale di formare una classe politica che abbia chiara
coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti
dalle partecipazioni del popolo alla vita dello Stato. Di fronte al fascismo
Gobetti si oppone d’istinto, con un appello all’azione che accompagni l’analisi
del momento storico, in quanto la cultura non può essere solo pedagogica,
ma deve essere azione ed elemento della vita politica.
Come sfida al
regime i libri della sua casa editrice porteranno impresso il motto greco:
“Che ho a che fare io con gli schiavi?” e tutto il suo impegno appare incentrato
contro la “normalizzazione”. Le sue armi sono puntate contro il disarmo
morale, contro l’arrendevolezza fatalista degli oppositori al fascismo.
In Lettera a Parigi, articolo
scritto ad un amico immaginario nell’ottobre 1925 su “Rivoluzione Liberale”
(la rivista fu sequestrata), Gobetti lascia un testamento politico
e morale che sembra scritto per molti aspetti ai giorni nostri: ”Ma esiste
in Italia un gruppo di uomini nei partiti e fuori dai partiti che non ha
ceduto e non cederà. (…) La loro rettilinea protesta, salva i quadri
dell’Italia politica futura. Nessuno di essi diventerà ministro
o grande burocrate (…). Tra le illusioni universali il cervello di questi
uomini funziona, la folla e il successo non hanno prestigio sulla
loro volontà di dirittura, sul loro animo non servile. Se tra gli
antifascisti ci saranno dei disertori, se molti oppositori troveranno più
comodo combattere il fascismo aderendovi, l’antifascismo che qui ti ho
descritto non ne sarà minimamente sorpreso”.
Grazie, Piero
Gobetti.
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Nato
a Torino nel 1901, Piero Gobetti fu esponente della sinistra liberale progressista,
collegata con Gaetano
Salvemini.
Fu
arrestato a ripetizione nel '23-24 dalla polizia fascista, la sua rivista
Rivoluzione liberale venne sequestrata.
Nel
settembre del '25 fu picchiato a sangue a Torino, lasciato esanime sulla
porta di casa. Poi scappò in Francia ma le lesioni non gli lasciarono
pace e il 15 febbraio 1926 cessò di vivere.
(15
febbraio 2001)
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