ii percorsi

Lo smarrito globale cerca l'identità nelle radici. Del suo nazionalismo
Desiderio, narcisisno, mito delle origini e etnocentrismi di ritorno nell'epoca del consumismo
 

di FABIO CIARAMELLI 

Desiderio d'identità e mito dell'origine

    Lo stallo del desiderio

   Il raggiungimento immediato della felicità è il contenuto indiscusso dell'unico imperativo categorico davvero in vigore nella nostra epoca, propagato capillarmente da una pubblicità invadente e perentoria. Quest'ultima, sola forma superstite di paideia efficace, fa assurgere il consumo a rimedio esclusivo dell'insieme variegato di disagi,  insicurezze e insoddisfazioni che essa stessa diffonde. Il desiderio - protagonista e vittima sulla scena universale del marketing - in tanto è oggetto d'una miriade di premurose attenzioni miranti senza posa a suscitarlo e moltiplicarlo,  in quanto appare l'unico tramite adeguato alla promozione di nuovi consumi. Perciò lo si vede sempre più accarezzato e blandito nelle immagini platinate della propaganda, e simultaneamente mortificato e schiacciato dal discredito diffuso d'ogni possibile gratificazione differita. La prospettiva coatta della sua piena realizzazione ne minaccia la sopravvivenza. Ridotto  a mera tendenza a ripetere una precedente esperienza di piacere, il desiderio smobilita davanti al possesso pieno del desiderato.  Non ha altra ragion d'essere se non  l'appagamento compiuto e definitivo, che l'innalza a oggetto degno d'interesse solo in vista della sua abolizione come desiderio e del suo trionfo come evanescente preludio di possesso e  consumo. Ma la "promessa di felicità" che il desiderio già veicola e preconizza, in realtà risulta impossibile da mantenere finché esso prende di mira il fantasma narcisistico d'una gratificazione assoluta. 

Fra estinzione e fallimento

   Una figura monca di desiderio - oscillante tra l'estinzione e il fallimento - conquista così il centro del nostro immaginario. Forse per questo motivo l'età dei consumi di massa e dell'economia globale è anche l'epoca della crescente impossibilità del desiderio, l'epoca della sua frustrazione che in mille modi lo stuzzica, lo provoca, lo invoca, ma paradossalmente assai poco lo promuove, e perciò poi con ogni espediente s'affanna, spesso invano, a risvegliarlo. Uno psichiatra di successo come Willy Pasini non a caso intitola uno dei suoi ultimi libri Desiderare il desiderio , e questo titolo, per dir così "autoreferenziale", esprime bene il paradosso in cui ci siamo venuti a trovare: il desiderio rischia di scomparire dal nostro orizzonte, e perciò bisogna darsi da fare per  reinvestirlo. 
   Lo "scacco del desiderio"  provoca angoscia, insicurezza, perdita d'identità. Nelle masse d'individui ridotti a Narcisi isolati e spaesati proliferano competizione nevrotica, rivalità e invidia. La felicità resa obbligatoria si capovolge nel suo contrario. Si moltiplicano piccole e grandi esplosioni di aggressività. Asservito alla ripetizione del già dato, il desiderio perde mordente e creatività, ripiega sulla salvaguardia gelosa d'un che di acquisito o minacciato, e in tal modo realizza appiattimento e omologazione sociali.  Ma proprio un simile intreccio, in cui la frammentazione e la dispersione individuali preludono al conformismo generalizzato, si rivela luogo privilegiato d'elaborazione d'una nuova mitologia, attraverso cui tende a realizzarsi una ricomposizione unitaria del sociale.

Nostalgia delle origini

   Si delinea  sotto i nostri occhi una rinnovata figura della  nostalgia delle origini. Secondo  Mircea Eliade, com'è noto, nelle società arcaiche e nelle religioni tradizionali è all'opera la "nostalgia d'un ritorno periodico al tempo mitico delle origini" , inteso come luogo ideale dell'armonia, dell'identità e della stabilità, e contrapposto al  tempo storico, per sua natura costellato da alterazioni e minacce alla continuità del passato, e perciò  vissuto come una sorta di "esilio" che inevitabilmente allontana dalla "patria". Ai giorni nostri,  tuttavia, con l'accentuarsi dell'imperativo di adattamento sociale, la nostalgia non indica più la malattia dell'esule che  si strugge e deperisce sognando il ritorno a casa,  ma - come scrive Jean Starobinski - consiste essenzialmente nel risalire "verso quegli stadi in cui il desiderio non doveva tener conto dell'ostacolo esterno e non era condannato a differire il proprio appagamento"

   L'immaginario della società dei consumi di massa rende quanto mai attuale e pertinente una simile declinazione della nostalgia, in cui s'intravede in filigrana il mito narcisistico d'un desiderio che sarebbe stato, all'origine, solitario e onnipotente. Ammiccando a esso, la nostalgia chiama a raccolta individui e gruppi dall'identità indebolita, che lamentano d'aver smarrito l'"anima", o la vedono minacciata e umiliata, e credono di poterla recuperare riscoprendo le proprie radici. Per dirla con Barbara Spinelli, "nei meandri sentimentali di un'Anima mortificata, risentita e perduta"  una società insoddisfatta e  frammentata cerca a fatica la propria identità, creandosi espressamente "un nemico criminalizzato, per trasformare la propria reattività passiva in illusione di azione" . Certo, la curvatura nostalgica d'un atteggiamento siffatto implica il presupposto inverificabile d'un passato di onnipotenza, beatitudine e armonia, opposto alle fatiche e ai disagi dell'attualità e caratterizzato dall'appagamento immediato dei desideri. Nonostante il suo carattere indimostrabile, o forse proprio per questo, un simile presupposto si rivela emotivamente trascinante. In esso non s'esprime la coerenza della ragione, ma la forza travolgente e assai più persuasiva del desiderio. 

 Le sirene ammalianti dell'identità

"L'origine è la meta", "la provenienza è anche futuro": vecchie formule che ritornano, senza le sottigliezze e la raffinatezza degli originali, a esprimere, a orientare pratiche politiche, stati d'animo, modelli di comportamento diffusi. Ma non si tratterà d'un rimedio peggiore del male? È innegabile la propagazione a macchia d'olio di quelle che, in uno dei suoi splendidi reportages dai Balcani nei mesi dell'attacco Nato alla Serbia, Paolo Rumiz ha chiamato "tempeste identitarie". Dal loro scatenarsi emergono a raffica particolarismi gelosi, rivendicazioni aggressive, simbologie arcaiche. L'asettico discorso sociale dominante, compiacendosi erroneamente della propria superiore "scientificità" e razionalità, tende a snobbare e disdegnare l'oscuro aspetto mitologico dell'attaccamento primitivo a un'origine identificante. Non si cura però d'indagare criticamente la propria permeabilità  a un'altra inconfessata mitologia: quella che si basa sull'espansione illimitata del dominio totale dell'universo affidato alla tecno-scienza. In tal modo, grazie a questa sintomatica negligenza, si finisce col sottovalutare quanto profondamente lo stesso immaginario moderno dello "sviluppo" tecnico e scientifico, inteso come percorso inarrestabile  che porta a compimento le potenzialità immanenti nel processo economico, costituisca il rovescio progressivo del medesimo mito dell'origine, di cui l'arcaismo nostalgico fornisce la variante regressiva.

La ex Jugoslavia violenta siamo tutti noi

       La stessa terribile violenza che ha insanguinato negli ultimi anni l'ex Jugoslavia, dove più irrazionale e devastante che altrove è stata la forza d'attrazione dell'origine, non è un mero segnale di primitivismo. 
   È ancora Paolo Rumiz, in un libro scritto qualche anno fa all'indomani dell'agonia di Sarajevo, a mettere in guardia dai cliché che tendono a presentare le violenze etniche nell'ex Jugoslavia come spontanee manifestazioni di odio tribale. In realtà, in Bosnia e altrove, dietro ai conflitti etnici si scopre una contrapposizione antropologica e culturale che li precede, li provoca e li attraversa - ma che non è esclusiva dell'inferno balcanico. Ciò che nei "meccanismi della disintegrazione" risulta decisivo è l'estrema facilità con cui la manipolazione etnica ha ragione d'un "mondo minore", caratterizzato da frustrazione, risentimento, spaesamento e marginalità: ingredienti tutti che lo stesso lettore di Rumiz troverà a iosa sotto casa. Per questa ragione è come se l'autore gli dicesse: de te fabula narratur. 

Dal multiculturalismo all'etnocentrismo...

      Non si limita né all'ex Jugoslavia né alla frammentazione dell'ex impero sovietico l'odierno richiamo dell'origine. Il recente successo elettorale di movimenti nazionalisti e populisti in Austria e Svizzera, il loro radicamento sociale nel  cuore stesso d'Europa, conferma l'attualità, ma anche la nuova configurazione del desiderio d'identità. Mentre  già da qualche tempo "le domande sociali si concentrano sempre più sulla questione dell'identità" , quest'ultima ormai tende a presentarsi come questione etnica: tende cioè a fondarsi esclusivamente sulla rivendicazione naturalistica di un'origine comune. Lo stesso multiculturalismo  - come sostiene Guy Hermet - s'è lentamente trasformato in una nuova "versione etnoculturale e comunitaria" del  vecchio nazionalismo . La rivendicazione particolaristica,  da parte di ciascun gruppo, della propria  irriducibile differenza da tutti gli altri, sa essere altrettanto totalizzante e violenta della pretesa universalistica della Stato centralizzato. 

Area del risentimento e simbologia dell'origine.

   "La fusione di competitività globale e di disintegrazione sociale non è una condizione favorevole alla costituzione della libertà": scrive così uno spirito illuminato come Ralf Dahrendorf . L'omologazione prodotta dall'intrecciarsi delle economie locali e regionali in un unico spazio-mondo, divenuto un gigantesco mercato competitivo, è costantemente attraversata dalla proliferazione di spaccature profonde e conflitti insanabili. Il che, oltre a fornire più facile appiglio a tentazioni autoritarie, ha come effetto inevitabile la frammentazione della società globale. Quest'ultima tende decisamente alla deterritorializzazione. In conseguenza di ciò, s'allentano i vincoli concreti di socializzazione. E tuttavia, benché minacciate nelle loro inevitabili particolarità, le realtà provinciali e locali sordamente resistono, pronte a riemergere alla prima occasione, trasfigurate in forme mostruose e irrazionali. 

La tensione fra locale e globale

   La tensione irriducibile tra "mondo globale e mondi locali"  che si fronteggiano all'impazzata è il risvolto inquietante dell'avvento impetuoso della modernità,  che però fa di tutto per ignorarla ed esorcizzarla. L'esaltazione tutta moderna del mutamento spazza via le tradizionali stabilità e annulla ogni assoluto. O per meglio dire, rende gli assoluti non più collettivi ma privati, in virtù del fatto che gl'individui moderni non riescono ad autorappresentarsi se non a partire dalla singolarità del proprio punto di vista. Nella distruzione dello spazio pubblico come luogo della mediazione simbolica  già alla fine degli anni Cinquanta Hannah Arendt  aveva denunciato una tendenza pericolosa della modernità, in cui "non può esistere una vera sfera pubblica, ma solo attività private esibite apertamente" . 

Gli antichi furori

   Le fa eco alla fine  degli anni Ottanta quest'osservazione preoccupata di Octavio Paz: "Non possiamo sapere  se le tensioni e i conflitti prodotti da questa privatizzazione delle idee, delle pratiche e delle credenze che tradizionalmente appartenevano alla vita pubblica, non finiranno per incrinare la struttura della società. Gli uomini potrebbero venire nuovamente posseduti dagli antichi furori religiosi e dai fanatismi nazionalisti".
  Qui Paz era ottimista. La realtà ha superato di gran lunga i suoi timori. Negli ultimi anni, il riferimento all'origine è stata la risposta più diffusa al malessere provocato dalla desolazione e dall'isolamento, ma non vi ha apportato un rimedio efficace, essendone essa stessa una conseguenza reattiva. Ciò che accomuna malessere e rimedio è l'assoluta incapacità di distinguere la dimensione simbolica da quella oggettiva. Ecco perché alla base del risentimento che s'intreccia con la passione dell'origine si ritrova il proposito smisurato di dare realtà ed esecuzione diretta ai simboli al di fuori di ogni mediazione culturale. 

L'isolamento individuale accentua la ricerca di un'origine condivisa

   È in atto sotto i nostri occhi una rincorsa affannosa e disperata a  proteggere, rassicurare e rafforzare individui e gruppi dall'identità indebolita. Il postulato della provenienza da una sorgente comune, nascosta ma indiscutibile, apporta il balsamo della speranza e dell'orgoglio che rinvigorisce e risana, e perciò assume una funzione identificatrice e al tempo stesso rassicurante. Quanto più s'approfondiscono l'individualismo e la chiusura nel proprio isolamento, tanto più si diffonde la ricerca quasi mistica di un'origine condivisa, animata dal desiderio d'una comunicazione immediata. Quest'ultima è perseguita con l'intento di rafforzare il senso d'appartenenza a un'entità comune, e permettere così un'autorappresentazione collettiva altrimenti quasi impossibile. 
   A tal fine vengono mobilitati tutti i simboli tradizionali dell'attaccamento immediato all'identità attraverso il ritorno alle radici. Ed è a questo punto quasi fatale che "l'aporia decisiva di ogni simbolismo" induca a sbarazzarsi della mediazione del linguaggio, per accedere al mondo in un'immediatezza senza incrinature, finendo magari col credere che i simboli permettano una comunicazione diretta con le cose. 
   Credenza illusoria, in cui si riconoscerà innanzitutto il sintomo d'un malessere effettivo. In questo senso, postulare un'originaria pienezza primordiale che preceda e fondi le fatiche concrete del presente apporta una compensazione immaginaria alle frustrazioni e ai disagi dell'esperienza reale. In un simile meccanismo è giocoforza riconoscere una fantasia retrospettiva del desiderio che nell'ottimismo dell'origine si mette al riparo dalle delusioni del vissuto. 

Narcisismo e modernità tra fragilità e onnipotenza

  Nell'introduzione d'un libro recente, dedicato al  problema dell'identità nell'era di Internet, è formulata una domanda cruciale:  "Cosa accade alla socialità e al desiderio sul finire dell'era meccanica?" 
Nella società globale ciò che maggiormente minaccia socialità e desiderio è la disintegrazione dello spazio pubblico. La crisi della mediazione simbolica induce il desiderio a polarizzarsi su di sé. Quanto più cresce la decomposizione sociale, tanto più emerge l'ottimismo delle origini, la cui forza mitopoietica tende spontaneamente a subordinarsi all'ansia d'un possesso esclusivo e solitario che comporta esiti distruttivi. Per volgerla in creatività, bisognerebbe salvaguardarne il significato simbolico, alimentato e provocato dal desiderio d'identità. Tuttavia il nesso o l'intreccio tra desiderio frustrato e ossessione dell'origine, il retroagire del primo sulla seconda, resta dietro le quinte, offuscato dal disconoscimento della natura  indiretta del desiderio e dal parallelo diniego del carattere derivato dell'origine. Entrambi pretendono a un'assoluta, ma impossibile, immediatezza. Entrambi presumono illusoriamente di poter abolire la mediazione simbolica, fino a rendere reale ciò che in essa viene solo indirettamente evocato. 
Quel che Giovanni Filoramo dice del fondamentalismo religioso come "tentativo di fare i conti con il caos della modernità", può anche dirsi della rivendicazione diffusa e mitologica di un'origine esclusiva, che sempre più s'accredita come unica risposta "naturale" alla crisi d'identità e al desiderio d'autorappresentazione.

L'ossessione delle origini come risposta alle patologie dell'identità

   Come contestare che l'ossessione delle origini costituisca allo stato dei fatti l'unica risposta di successo - benché velleitaria e spesso mortifera - alle  patologie  dell'identità che il nostro tempo provoca e lascia incancrenire? 
   L'ansia di possesso e la pretesa di gratificazioni immediate si rifanno al mito narcisistico dell'onnipotenza originaria del desiderio. Sarebbe un grave errore sottovalutarne la forza d'attrazione, tanto più penetrante nella coscienza comune quanto più la società globale indebolisce le identità individuali e collettive. A questo proposito, riesce quanto mai attuale una pagina di Maurice Blanchot dedicata al mito di Narciso, e alle radici della sua conclusione tragica. Leggiamone qualche riga: Narciso, chinato sulla fonte, non si riconosce nell'immagine fluida che l'acqua gli restituisce. Non è dunque se stesso, il suo "io" forse inesistente che egli ama o desidera, sia pure nel suo disconoscimento. [] Narciso si suppone che sia solitario, non perché è troppo presente a se stesso, ma perché gli manca per decreto (non ti vedrai) quella presenza riflessa - il se stesso - a partire dalla quale potrebbe esser tentato un rapporto vivente con l'altra vita; si suppone che sia silenzioso, poiché della parola ha solo  l'intesa ripetitiva di una voce  che gli dice la stessa cosa senza che egli possa attribuirla a se stesso, voce che è propriamente narcisista nel senso che egli non l'ama, che essa non gli dà nulla d'altro da amare  .

Il narcisismo ferito

   Narciso muore per abbracciare la propria immagine riflessa, in cui tuttavia è incapace di riconoscersi. Anzi in tanto egli arriva ad amarla, in quanto, non riconoscendovi il proprio "io", si lascia sedurre da un'ombra vaga e affascinante, resa meravigliosa proprio dalla sua indeterminatezza. Ma allora, per qual motivo è  così sensibile a quest'immagine in cui non riconosce se stesso? Che cosa c'è di così attraente e affascinante in questo estraneo che gli sta di fronte? Blanchot suggerisce l'idea che Narciso sia vittima della propria "fragilità". Questa fragilità consiste nella  non-coincidenza con l'io concreto o in atto che ciascuno di fatto è. Da una parte, Narciso non si riconosce in esso; d'altra parte, però, è tanto attaccato all'immagine di questo io che arriva a morire per abbracciarla.
 L'incapacità di assumere la propria identità definita di individuo sociale costituisce  la più vulnerabile delle fragilità. Ma a differenza di Narciso, che dalla sua immagine era tanto attratto da innamorarsene perdutamente, molto spesso chi non si sente a proprio agio nella sua determinazione concreta, è indotto a rigettare la propria immagine pubblica, avvertita come apparenza superficiale e ingannatrice. Ne risulta una specie di "narcisismo ferito" , su cui si dilunga la seguente poesia di Montale: 

Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura, 
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo 
l'azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.

O vero c'era il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi d'un'ignita
zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: l'ignoranza.

Se un'ombra scorgete, non è
un'ombra - ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me, 
offrirvela in dono  .

  L'avvicendarsi mutevole delle maschere che ricoprono l'essenza profonda e nascosta dell'individuo, rende quest'ultima inaccessibile anche al diretto interessato.  La scorza superficiale ne prende il posto, assurgendo addirittura a sostanza. L'ombra soppianta la realtà. La stessa donazione  di sé nella  comunicazione intersoggettiva  diventa  impossibile. Eppure, formulandone il voto,  la poesia in qualche modo ne pone le premesse, e apporta un balsamo al narcisismo ferito. Ovviamente,  però, la maggioranza degli individui insoddisfatti della propria identità e desiderosi di rivincite narcisistiche non s'accontenta dell'effusione lirica. 

   Secondo l'assunto fondamentale d'uno studio ormai classico come quello di Béla Grunberger, "il narcisismo ha sempre un orientamento duplice" : la fragilità individuale da cui discende, messa così bene in luce da Blanchot  nel mito di Narciso, si trasforma in onnipotenza, e si carica d'effetti violenti e aggressivi. Ma contrariamente a quanto sostiene Blanchot, che  si compiace di ridurre astrattamente la morte a effetto di scrittura, la conclusione tragica del narcisismo non ha solo un aspetto letterario  . In realtà, il narcisismo della potenzialità indefinita,  apparentemente mortificata dall'identità dell'individuo sociale concreto,  trova insperate occasioni di proliferazione e degenerazione  nella forza d'attrazione del mito dell'origine. 

  A riprova, si legga la seguente riflessione di Rada Ivekovic, tratta da uno dei  suoi lucidi e appassionati interventi sulla crisi balcanica, non a caso intitolato "La penna e il fucile": La funzione del filosofo o dell'intellettuale oggi [] non è più quella del garante della legge. Forse è per questo che ad alcuni può venire l'idea di andare a ripescare miti fondativi, che inventino un'origine pura e assolutamente autonoma della loro comunità, della loro tribù, della loro religione. Sono miti che reinterpretano la storia al fine di provare la nascita da se stessi, a partire da sé e non a partire dall'altro, indicando una strada senza convivenza [] Le guerre e le pulizie etniche mostrano tutta la forza narrativa e creativa dei miti di rinnovamento dell'origine, che questo accada in Jugoslavia o nell'Africa dei Grandi laghi oppure altrove [] In queste condizioni, all'apice del conflitto, lo Storico, il Filosofo, lo Scrittore, l'Intellettuale in genere, hanno la possibilità di ricorrere, indifferentemente, al fucile o alla penna .
 

 I miti dell'origine, sostenuti da una propaganda aggressiva, e miranti alla morte violenta dell'altro, attecchiscono tanto più facilmente quanto più sono insoddisfatte le identità individuali e collettive. La tendenza della modernità alla dissoluzione dello spazio simbolico rafforza l'onnipotenza immaginaria del desiderio, che si mostra irriducibile ed eversiva  tanto rispetto all'identità dell'io quanto rispetto all'alterità dell'altro: ciò che in entrambe lascia insoddisfatti è esattamente la negazione dell'indeterminato e del suo fascino proteiforme. Allorché Emmanuel Levinas individua il nesso tra "primato dell'Identico e narcisismo" come caratteristica dominante della modernità, che culmina nell'esclusione e negazione dell'alterità, mostra il rovescio  rovinoso della fragilità narcisistica. Ma come sottrarre il desiderio all'ansia depressiva della passività senza lasciarlo in balìa del risentimento? 

Elaborare forme inedite di mediazione simbolica
e di nuovi oggetti d'investimento affettivo

   Questa domanda costituirà il filo conduttore del libro, organizzato intorno a tre ordini di questioni: la riabilitazione dello spazio simbolico del desiderio, derivante dall'analisi della sua dinamica strutturale; una disamina della genealogia del desiderio, che attraverso fenomenologia e psicoanalisi si scontrerà con l'irruzione originaria dell'estraneo e del perturbante; e infine una riformulazione della sua posta in gioco nell'epoca del consumo di massa caratterizzata dalla "più spaurita delle servitù volontarie" . In ciascuna delle tre sezioni del libro, l'aspirazione più profonda del desiderio oscillerà tra regressione narcisistica all'appagamento immediato e assunzione creativa del futuro. Proprio in virtù di questo suo ambiguo "eccesso",  il desiderio si rivela radicalmente irriducibile al sociale. Di conseguenza,  ne è necessaria una  metamorfosi. Insomma il desiderio dev'essere di volta in volta istituito e re-istituito. Altro modo per dire che il rischio della sua dissoluzione è sempre in agguato. 
 "Il vero carattere istituente di questa fase - ha scritto di recente Carlo Donolo - è la ridefinizione delle aspettative e delle preferenze". Ecco perché all'orizzonte dell'intera analisi resta l'acuta consapevolezza che la figura dominante del desiderio ai nostri giorni richiede l'elaborazione d'inedite forme di mediazione simbolica e di nuovi oggetti d'investimento affettivo, la cui premessa indispensabile risulta niente di meno che  la rideterminazione radicale dei criteri del desiderabile.


o Pubblichiamo una sintesi 
dell'introduzione al nuovo volume
"La distruzione del desiderio. 
 Il narcisismo nell'epoca del 
consumo di massa" 
diFabio Ciaramelli,
 in uscita questa settimana
dall'editore Dedalo.

Fabio Ciaramelli 
(Napoli 1956) insegna Teoria dell'interpretazione alla facoltà
di lettere e filosofia dell'Università di Napoli. 
Già traduttore di
testi di Castoriadis, La Boétie e Levinas, ha pubblicato una monografia su
Levinas e un libro sulla "filosofia alla prova della psicoanalisi" (con
B.Moroncini e F. C.Papparo). 
E' editorialista 
del "Corriere del mezzogiorno".
 
 


L'indice del libro

 Prefazione: Desiderio
d'identità e mito dell'origine.

Lo stallo del desiderio. 
Nostalgia delle origini 
Le sirene ammalianti dell'identità
 Area del risentimento
e simbologia dell'origine
Narcisismo e modernità 
tra fragilità e onnipotenza

Parte prima:  Lo spazio
simbolico del desiderio 

 Capitolo Primo:
Metamorfosi del desiderio

La forza magmatica del desiderio
 Struttura mimetica e rivalità
Creatività del desiderio
Desiderio e mediazione simbolica
La pienezza dell'origine
come effetto del desiderio
Il rischio del rimandare
La via indiretta e l'educazione
 del desiderio

 Capitolo Secondo:
Inospitalità dell'origine 
e nostalgia speculativa

 Desiderio e possesso
 Desiderio, immagine, senso
Immaginazione e tempo
tra creatività e nostalgia
Irriducibilità al bisogno
 Mancanza originaria
Trauma dell'origine
Posteriorità dell'anteriore 

Parte seconda: Genealogia
del desiderio

Capitolo Terzo: In principio
era l'estraneo

Verso un'ontologia indiretta
Autodonazione fenomenologica
e diniego del desiderio
Antropologia del dono e  relazione sociale
 L'intreccio originario tra il proprio e 
 l'estraneo

 Capitolo Quarto: L'irruzione
del perturbante

Attrazione e repulsione
Il desiderio e il perturbante
 Lo spaesamento
Inconscio, ragione e follia
 L'estraneità del proprio

Parte terza: La posta
in gioco del desiderio 

 Capitolo Quinto: Il mito
 dell'appagamento immediato

Disintegrazione e riabilitazione del 
 simbolico
Originarietà della risposta
e legame sociale
Separazione e responsabilità
 L'ambiguità insolubile
Processo privo d'inizio
Desiderio e intuizione
Capitolo Sesto: Immaginario 
  narcisistico e servitù volontaria 

Individualismo del consumo
 e creazione del senso
Autismo storico-sociale 

 Frammentazione del legame sociale 
Narcisismo e antinomia 
del desiderio
Narcisismo sociale e 
desiderio di servire
 L'ossessione dell'immediato e
l'imperativo della felicità
 Nel penitenziario del consumismo.

 

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