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Olocausto, il peso della testimonianza
La scrittrice Edith Bruck, superstite di Auschwitz: "E' nostro dovere trasmettere la memoria"
 

di MARIA TERESA CINANNI

   Chi è l’ebreo oggi? Un soggetto schivo e tradizionalista, confinato in un suo mondo avulso dalla realtà o un individuo perfettamente assimilato al tessuto nazionale in cui si trova a vivere? Pur tralasciando il caso specifico degli ebrei d’Israele, dove motivazioni storiche e risvolti politici hanno innescato delle dinamiche singolari e circoscritte, la questione dell’identità ebraica rimane tutt’oggi una problematica aperta e, forse, priva di risposte certe. A differenza di tutte le altre religioni, l’ebraismo assume delle caratteristiche diverse a seconda del contesto nazionale in cui si sviluppa, nel senso che, pur rimanendo inalterato il credo di base, molteplici sono le sue manifestazioni e il senso di appartenenza ad esso. 

   Appartenenza che è solitamente fonte di orgoglio per i suoi adepti, ma che spesso  si limita a una conoscenza delle tradizioni, a un comportamento sociale e non a una professione di fede o alla frequentazione delle sinagoghe. Ciò vale soprattutto per gli ebrei occidentali o sefarditi, completamente assimilati agli usi e costumi della nazione ospite, tanto da non riconoscere gli ashkenaziti come i loro correligionari d’Oriente. Quest’ultimi, originari della Germania, occupano le terre dell’Europa dell’Est e della Russia e parlano la lingua yiddish, i primi, invece, sono stanziati lungo le coste del Mediterraneo e nei Balcani e discendono dagli ebrei portoghesi e spagnoli. Le distinzioni tra i due gruppi vanno molto oltre la collocazione geografica, tanto che – scriveva Primo Levi in Se questo è un uomo – i sefarditi non avevano spesso più nulla in comune con quelli dell’Est fuorché il nome. Questi ebrei si abbigliavano, vivevano e pensavano allo stesso modo dei loro concittadini. Avevano degli orientali un’immagine vaga, importata soprattutto dalla letteratura o dai luoghi comuni, che raffiguravano gli ashkenaziti come individui avulsi dal mondo, confinati nel proprio shtetl, miti e dimessi. Opinione questa confermata anche da alcuni resoconti post-bellici, ove si colpevolizzava la passività ebraica per aver contribuito alla divulgazione della brutalità nazista.

   La conoscenza della storia e degli avvenimenti del territorio orientale di quegli anni ci spinge a confutare tali topoi generici e ad evidenziare un ulteriore dislivello tra Ovest ed Est: i primi cominciarono a rendersi conto della loro identità solamente nel periodo fascista, i secondi, invece, furono costretti sempre a difendere la propria “ebraicità” anche a costo della vita.

   Probabilmente, tale duplice atteggiamento delle autorità e della società in generale nei confronti degli ebrei, influì sulla differente evoluzione dei due gruppi. L’orientale, infatti, dovendosi difendere dagli attacchi del regime zarista, dai pogrom e dall’antisemitismo diffuso, fu indotto a isolarsi territorialmente dagli altri abitanti del paese, costituendo così dei veri e propri gruppi, delle comunità, che seppero mantenere inalterati tradizioni e riti millenari, valori e abitudini completamente ignoti all’ebreo occidentale, che viveva in mezzo agli altri senza avvertire minimamente il peso della sua diversità.
Se il costante atteggiamento antisemita dei Polacchi, degli Ucraini, dei Russi da un lato spinse l’ebreo orientale ad isolarsi, dall’altro lo indusse a lottare per difendere i propri valori cosicché, quando in Occidente non esisteva ancora una “questione ebraica”, gli ashkenaziti si riunivano in movimenti, associazioni, partiti politici che, pur con mezzi e finalità differenti, auspicavano tutti a un riscatto della propria dignità, umiliata ed oppressa da millenni.
Ancora più particolare la situazione egli ebrei italiani che hanno vissuto da sempre liberi e parificati in tutto agli altri cittadini, integrati completamente nella compagine giuridica e sociale della nazione senza grossi problemi, né di convenzioni, né di lingua. Conseguenza questa della scarsa presenza numerica del nucleo ebraico, della dispersione in molti centri urbani, dalla mancanza di un dialetto particolare e, soprattutto, dall’inesistenza di un problema ebraico dall’unità d’Italia alla persecuzione fascista, che apparve proprio per questo ancora più inaspettata ed assurda rispetto ai Paesi dove un antisemitismo latente era sempre stato presente.
Ciò viene confermato dalle testimonianze degli stessi sopravvissuti, che spesso scelsero l’Italia come Paese ove rifugiarsi anche dopo il lager. Esplicativo è il caso di Edith Bruck, scrittrice magiara superstite di Auschwitz, che sin da subito scelse Roma come città d’adozione e vi si stabilì. 

   Nata in Ungheria da una famiglia ebraica, la Bruck subì le discriminazioni razziali e la deportazione a soli 12 anni. Sopravvissuta ad Auschwitz, dove vide morire  i genitori e alcuni parenti, vagò tra l’Ungheria e l’Italia, ove si stabilì definitivamente nel 1954. Si dedicò scrupolosamente agli studi che il nazismo le aveva impedito di compiere, frequentò i circoli letterari dell’epoca, divenendo presto amica di Montale, Ungaretti, Luzi e, soprattutto, di Primo Levi cui era legata dalla medesima esperienza passata e dalle difficoltà di integrazione presenti. Sollecitata da questo “amico fraterno” e dall’impellente bisogno di testimoniare, perché il mondo non dimenticasse quell’atroce e lucida follia, cominciò le sue peregrinazioni per le scuole italiane ed europee,cercando di coinvolgere nei suoi racconti ebrei e non, perché non si potesse più ripetere una simile aberrazione e perché la memoria dell’inumana follia non andasse perduta, vanificando le morti di milioni di uomini. La stessa necessità sta alla base della sua scrittura di autodidatta.  

  <L’Italia – afferma la scrittrice - era una nazione impreparata alla ghettizzazione e allo sterminio. Lo testimonia l’aiuto che gli italiani cercarono di dare agli ebrei ricercati, i nascondigli e i sotterfugi improvvisati e, ancor di più, il fatto che, anche dopo il lager, fummo accolti benevolmente dalla popolazione. Ricordo la mia esperienza di ragazzina sballottata per l’Europa e poi finalmente accolta in una grande famiglia sconosciuta, disposta a dividere con me la minestrina della cena o il pasto di mezzogiorno. L’Italia degli anni ’50 che, dietro tante contraddizioni, celava però un calore umano che sapeva ancora di guerra e di miseria. E di memoria viva>.

 - Una visione quasi idilliaca dell’Italia dunque? Conforme con ciò che Attilio Milano scrive a proposito della spiegazione etimologica che tutti gli ebrei davano della parola Italia, in yiddish J-tal –yak cioè isola della rugiada divina?

<Conosco tale spiegazione, ma non è stato esattamente così per me. Amo questo Paese, ma questo non mi impedisce di denunciare quelle che sono le sue innumerevoli carenze, soprattutto politico-istituzionali. Mi dispiace costatare che chi per decenni ha avuto in mano le redini del paese non è riuscito a dare l’esempio necessario a modellare le nuove generazioni educandole all’onestà privata e pubblica>.

-  E che rapporti ha con l’Ungheria?     
         
<Mi manca la mia patria e cerco di andarci spesso. Ma non dimentico che è stata proprio questa a darmi in pasto ai leoni e ad uccidere barbaramente i miei genitori. Credo comunque che la nazione d’appartenenza abbia un’importanza relativa e che ognuno può rimanere se stesso indipendentemente dal contesto in cui vive>.

-Che rapporti aveva con la sua famiglia? E in che senso la sua “ebraicità” è cambiata rispetto alla sua infanzia?

<Mi sentivo amata, ma non capita. Mia madre credeva che Dio fosse ovunque, sapesse e potesse tutto. Aveva una fede assoluta e austera dove non c’era posto per i miei dubbi di bambina precoce e piena di perché. Le rare volte in cui le ponevo qualche domanda lei, anziché rispondere, alzava gli occhi verso l’alto chiedendo perdono per me, figlia idealista e piena di sogni, come il padre. Per quanto riguarda l’essere ebrea, cosa che già di per sé comporta un destino avverso, credo sia un sentimento che sopporta persino Auschwitz, non legato alla fede o ai precetti, ma a qualcos’altro, di indefinibile. Forse definirsi possono solo coloro che hanno i propri vivi e i propri morti sullo stesso suolo. Io su quale tomba avrei potuto pregare e portare i fiori? Sulla bocca del crematorio che ha inghiottito mia madre e mio fratello? O in qualche campo coltivato e concimato con ciò che era rimasto di mio padre? Chi ha perso anche le tracce dei propri morti è privato anche di una terra che possa dire sua>.

-Continua a portare la sua testimonianza nelle scuole?

<E’ il mio compito e il mio tormento. Tante volte ho rifiutato gli inviti, stanca e oppressa dai miei stessi racconti, ma alla fine credo sia dovere di noi pochi superstiti rinnovare il ricordo, portare la nostra testimonianza, far sì che la memoria non perisca con la morte  di noi ultimi rimasti. Dinanzi a scolaresche attonite, mi sono più volte sentita in colpa per ciò che stavo narrando. Che diritto avevo di turbare la loro infanzia? Così smettevo per un po’ ma la parola, dono e tormento dei nostri ricordi, mi spingeva a proseguire, a ricominciare da capo, esattamente dal momento in cui “gli aguzzini” si impossessarono di me, facendone per sempre una vittima. Il sopravvissuto non può andare “oltre”, si barcamena una vita tra i lacci di una memoria cui non si scappa e il desiderio di liberarsi dal peso insopportabile di un passato che lo inchioda nel ruolo di “testimone”.

-Testimonianza che spesso sfida tutto e tutti, come nel caso di Radnoti?

<Miklos Radnoti rappresenta un caso unico nella storia letteraria di quegli anni. Il solo poeta che è riuscito a comporre anche all’interno del campo di concentramento ove era rinchiuso. L’unico deportato che ha dato una testimonianza “in diretta” di ciò che stava avvenendo. Le sue poesie del lager, raccolte nel “Taccuino di Bor”, sono un monumento per l’umanità, un po’ come il “Diario di Anna Frank”. Per noi sopravvissuti, inoltre, i libri di testimonianza sono doppiamente preziosi, perché rivelano gli eventi di ieri all’oggi e al domani, scotendo l’umanità dalla comoda smemoratezza in cui si rifugia mistificando la storia e perché permettono il perpetuare della cultura ebraica, da sempre basata sul racconto e la testimonianza. Una cultura la nostra in cui è difficile scindere i singoli autori dalla loro origine, da un destino spesso comune anche per chi ignora la lingua yiddish o ha optato per la conversione, come Radnoti>. 

Miklos Radnoti, nato a Budapest nel 1909 e morto nel 1945 nel campo di Bor, durante la marcia forzata, fu, come la maggior parte degli appartenenti all’intellighenzia ebraica, un ebreo solo anagrafico, un uomo libero che cercò di professare la sua verità di poeta e di elevare la letteratura al di sopra di qualsiasi limitazione o barriera umana. Anelò al trascendente come rifugio in una coscienza religiosa, ma alla quale le circostanze della vita non gli permisero di approdare, se non per brevi periodi. Nei suoi componimenti, infatti, appaiono senza distinzione i nomi di Maria, Giovan Battista, Giacobbe, Isacco e Juppiter, simboli tutti di un’esistenza noumenica confinata in un mondo di pace, immemore delle sofferenze umane.
    Eppure anch’egli fu costretto a marchiare il suo braccio con la stella di David, a recarsi nei cosiddetti reparti di lavoro perché, in quanto israelita, non poté prestare servizio militare nell’esercito regolare e anch’egli, come tutti gli ebrei della diaspora, visse con la paura costante della morte, non intesa in senso decadente o piccolo-borghese, bensì come consapevolezza della precarietà e dell’incertezza a cui soggiacevano in quegli anni tutti gli uomini e gli ebrei in particolare.
   Dinanzi alla furia che imperversava nel mondo, Radnoti continuò a difendere senza sosta la sua nazionalità e il suo ebraismo, non perché ci credesse veramente, bensì perché vide in esso il simbolo dell’emarginazione sociale, contro cui combattere per ottenere la vera indipendenza di tutti gli uomini e, allo stesso tempo, per perpetuare una cultura millenaria <che è sopravvissuta – continua ancora la Bruck – perché ha trovato nel racconto e nel cammino la propria continuità e, proprio l’eterna intolleranza nei suoi confronti, le persecuzioni, le discriminazioni e le ingiustizie subite, hanno paradossalmente stimolato l’ebreo a rimanere tale, a difendere la propria appartenenza anche quando questa era solamente culturale e non religiosa>. 
   A quest’ultimo gruppo appartenne Radnoti che, pur non credente, si fece portavoce di quei valori e vagheggiò sempre una Heimat sicura e protetta. Heimat che per lui non coincise con un preciso luogo geografico, come gli ebrei della diaspora, ma con un rifugio personale ed artistico, dove svolgere la sua missione di poeta. 
   Non ebbe una visione trascendente della vita, dunque, né una salda fede religiosa, eppure – scrisse Nelo Risi, traducendo nel 1964 insieme alla Bruck alcune poesie di Radnoti - <il suo canto ha risonanze bibliche e i suoi versi risentono del  carisma lungimirante dei profeti>.                                                                            


o Oltre a numerose traduzioni di poeti ungheresi, Edith Bruck ha pubblicato:

1958: Chi ti ama così;
1962: Andremo in città;
1969: Le sacre nozze;
1974: Due stanze vuote;
1975: Il tatuaggio;
1978: Transit;
1979: Mio splendido disastro;
1980: In difesa del padre;
1988: Lettera alla madre;
1990: Monologo;
1993: Nuda proprietà;
1994: L’attrice;
1997: Il silenzio degli amanti.
 

- Maria Teresa Cinanni è nata a Reggio Calabria nel 1973. Nel 1996 ha conseguito la laurea in lettere cum laude presso l’Università di Roma “La Sapienza”, con una tesi sull’esperienza del nazismo in alcuni scrittori ebrei europei, pubblicata poi in volume dall’editore Periferia con il titolo “Testimoni di voci sommerse”. Collabora come cultrice della materia con la cattedra di letterature comparate, è autrice di numerosi saggi letterari pubblicati su riviste specialistiche.
Si è occupata di cultura ungherese ed est-europea.
E' giornalista e collabora con diverse testate.
 

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