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Delitto&castigo : "Mai più come al G8"
01/10/03/ (959 letture)

(Pubblichiamo l'intervento inviato da Tana de Zulueta all'incontro "Mai più come al G8. Formazione alla nonviolenza delle forze di polizia, legge sulla tortura, commissione d'inchiesta La lezione del luglio 2001 e la risposta delle istituzioni", promosso recentemente dal comitato Verità e giustizia nel quadro della festa provinciale dell'Unità a Genova).


di Tana de Zulueta

Il tema che affrontate oggi è di vitale rilevanza per l'evoluzione delle democrazie e per l'affermazione dei diritti umani e della persona, proprio nel momento in cui si assiste ad una sorta di revisione delle filosofie del diritto, nazionale e internazionale, attraverso un cambiamento delle regole, alle volte esplicitamente, ma più spesso con modalità striscianti, che stanno progressivamente assumendo connotazioni di involuzione molto allarmanti.


Il pensiero va immediatamente all'11 settembre, utilizzato, in Occidente, a motivo scatenante per l'imposizione di politiche di guerra, di contrasto e di repressione dei fenomeni terroristici, affermando, attorno ad esse, le necessità di sicurezza globale.

Questa nuova realtà ha portato alla luce tutta la fragilità del diritto internazionale che, seppure saldo nei suoi principi fondanti scritti sugli orrori del secolo scorso, viene minato alle sue basi proprio da coloro che ne dovrebbero essere i garanti e che, invece, lo disattendono o lo dichiarano addirittura superato.

Se riuscite a reperirlo - lo trovate facilmente in internet - vi consiglio la lettura di un fondo di Claudio Magris, pubblicato sul Corriere della Sera dell'8 settembre scorso, dal titolo "Maestri e allievi a scuola di tortura. L'Occidente liberale perde se rinnega se stesso affidandosi all'orrore". Magris ci racconta del lavoro di intelligence, della tortura assurta a metodo di interrogatorio "… in modo da ottenere sempre una risposta", dai Lager nazisti ai Gulag staliniani, dall'Algeria di Pontecorvo – quella del film "La battaglia di Algeri" - alle più atroci dittature latino americane di Argentina, Cile, Panama, ecc., dal Vietnam all'Indocina e, perché no, all'Iraq di oggi, quando si scopre che il Pentagono utilizza proprio il film di Pontecorvo come materiale di studio per affrontare la guerriglia irachena. Magris ci avverte su una "tranquilla abitudine" di ignavia, di non voler vedere, di giustificare tutto, dove tutto è possibile e permesso e dove tutto può diventare orribile.

Come immagino saprete, sono presentatrice di un disegno di legge che introduce nel nostro ordinamento penale il reato di tortura. Prima ancora di un'iniziativa legislativa si tratta, in realtà, di un atto dovuto, di un adeguamento della normativa interna a quella sopranazionale per colmare le lacune del diritto interno (gli atti di tortura che non provocano lesioni gravi sono oggi punibili solo a querela di parte e rischiano quindi l'impunità, così come le sottili torture psicologiche non rientranti nel novero delle lesioni personali) e costituire norma di chiusura dell'ordinamento a garanzia dei diritti umani di tutti cittadini.

Insieme ai numerosi colleghi parlamentari che hanno voluto sottoscriverlo lo presentammo, e non a caso, nell'agosto del 2001, ovvero, subito dopo i fatti accaduti durante il G8 di Genova e prima dell'11 settembre, quando non erano ancora prevedibili quelle lacerazioni al diritto internazionale prodotte dalla teorizzata e praticata unilateralmente guerra preventiva all'Afghanistan e all'Iraq e dalla disattesa applicazione, in particolare, ai combattenti, ma non solo, delle principali Convenzioni internazionali in materia di conflitti (Convenzione di Ginevra) e di giurisprudenza internazionale (a Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti).

Prima di entrare nello specifico nazionale, ovvero, nel tema del vostro convegno, vorrei solo e brevemente fare un richiamo al terribile salto di qualità e all'incertezza giurisprudenziale delle modalità di arresto, detenzione, interrogatorio e di eventuale processo che, pressoché in assenza di qualsiasi controllo o contrappeso democratico, vengono praticati a Guantanamo Bay e negli altri carceri speciali allestiti dalle autorità militari americane al di fuori di regole sia interne che internazionali.

Ricordate le prime immagini di Guantanamo dei detenuti ingabbiati all'aperto in stie, incaprettati, bendati su occhi, bocca e orecchie?

La deprivazione sensoriale è tortura.
La privazione del sonno è un trattamento inumano e degradante.
E' tortura l'uso di farmaci o di sostanze psicotrope negli interrogatori (circostanza, quest'ultima, peraltro pure ammessa per la prima volta dagli Stati Uniti).
Sono trattamenti inumani la nudità e altre imposizioni degradanti.
Sono torture e trattamenti inumani e degradanti le botte, le vessazioni – anche verbali –, il semplice trattenimento per ore in piedi e a braccia alzate.

Questa situazione, questa nuova realtà, questa deriva autoritaria, va contrastata con tutti i mezzi democratici, politici, culturali e sociali possibili.
"Distratti dalla Libertà" è il titolo della denuncia scritta efficacemente da Lorenzo Guadagnucci perché - prendo a prestito le sue parole - "non possiamo lasciar perdere, né farci sopraffare da chi promuove l'indifferenza e la rassegnazione.".

Occorre ritrovare la capacità di indignazione, perché fatti come quelli di Genova, Napoli, Cosenza, Milano non abbiano a ripetersi.

C'è un regime di impunità che pesta in una sorta di zona grigia. La mancata censura e punizione degli illeciti sembra iscriversi in una normalità di indifferenza istituzionale; non riguarda mai gli agenti di polizia e delle forze dell'ordine, né i funzionari e né i dirigenti con responsabilità di comando e orientamento. Una super protezione odiosa che ha trovato copertura politica nell'attuale governo e che, drammaticamente, accresce la lontananza tra istituzioni e società civile.
Eppure avvisaglie importanti c'erano state e tutto ciò poteva essere evitato. Sarebbe stato sufficiente prendere in considerazione i rilievi fatti dal CPT (Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti) che, nel suo rapporto sull'Italia, aveva denunciato su tali comportamenti, rischi e derive.

C'è una battaglia politica, e soprattutto culturale, da fare in Italia perché la promozione e protezione dei diritti umani divenga patrimonio accettato e condiviso nella società e nelle sue articolazioni istituzionali e amministrative. Non possiamo e non dobbiamo essere "distratti". Nulla deve passare inosservato e in silenzio. Dobbiamo incalzare i nostri rappresentanti politici a farsi carico della promozione e protezione dei diritti umani e pretendere, da chi ha l'incarico di governo, risposte chiare e comportamenti conseguenti.

Occorre che il nostro paese adegui il proprio ordinamento giuridico e amministrativo recependo e adottando tutte le indicazioni maturate in materia in ambito comunitario e internazionale a partire, per fare un esempio, dal recepimento della risoluzione n. 48/134 del 1993 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che invita gli Stati membri a dotarsi di istituzioni nazionale indipendenti per la promozione e protezione dei diritti umani. Ovvero, occorre realizzare degli efficaci contrappesi democratici in grado di proteggere i diritti dei più vulnerabili e svantaggiati e dare voce uguale a tutti i membri della società.

Concludo il mio contributo con una frase a me cara del Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan "… costruire forti istituzioni nazionali per i diritti umani è ciò che a lungo termine assicurerà che i diritti umani siano protetti e promossi in maniera forte e duratura". Sono d'accordo con lui e credo che questa sia l'unica vera strada che possa condurci alla costruzione di un mondo migliore.

Tana de Zulueta



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