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SocialMente – Nonluoghi

Nonluoghi

Informazione e democrazia

Categoria: SocialMente (page 1 of 7)

Clima e aria avvelenata: che dire di chi ora simpatizza a parole con i giovani in piazza ma per decenni ha tradito (e offeso) gli ecologisti?

Piccola premessa: persiste nella politica e nella tecnocrazia una vasta schiera di decisori che da decenni minimizzano e banalizzano la questione ecologica, soavemente supportati dal controcanto di numerosi opinionisti.

Qui non parleremo di questa categoria di persone, di quelle cui non va giù nemmeno il grido disperato della giovane Greta Thunberg.

Parleremo piuttosto di chi sorride alla ragazzina svedese: molti, apparentemente è quasi una corsa a diventare ecologisti. Almeno a parole.

Greta è diventata il simbolo di una generazione che si risveglia nell’incubo di una vita segnata dal venir meno, a causa di precise scelte politiche e economiche, delle condizioni minime per una vita sana sul pianeta Terra.
Una generazione che vive più di altri sulla propria pelle le conseguenze di un modello industriale e sociale sfuggito di mano, che da decenni oltre a molti benefici produce effetti collaterali crescenti e insostenibili. Una generazione che deve fare i conti con numerose malattie causate dalle contaminazioni ambientali e con un calo della speranza di vita alla nascita, una perdita oggi stimata in venti mesi nella media mondiale (vedi il rapporto State of Global Air 2019, che fra l’altro svela le maggiori criticità dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei occidentali).

Una generazione, insomma, chiamata a correggere i fallimenti sistemici tralasciati dalle classi dirigenti internazionali, da un’industria largamente rapace e da una politica beatamente connivente.
Colpisce e indigna, ovviamente, il ritardo delle azioni politiche serie, l’ubriacatura neoliberista che con la menzogna della fine delle ideologie è stata il propulsore delle diseguaglianze economiche, del peggioramento delle condizioni dei lavoratori, dell’ingiustizia inter-generazionale, dell’assalto all’ambiente.
Ma colpisce e indigna anche chi riveste ruoli di potere e dopo aver contribuito per decenni al disastro, oggi simpatizza con i ragazzi di FridaysForFuture, promette un cambio di passo, si scandalizza dell’ignavia politica senza assumerne la propria parte di responsabilità (e magari, conseguentemente, andarsene).
Questo atteggiamento, assai diffuso nelle classi dirigenti che ci hanno portato a questo binario morto e mortale, ha un forte retrogusto di ipocrisia e di paternalismo. Ma soprattutto è un atteggiamento che abbracciando le Greta del 2019 reitera l’offesa alle Greta del 1969, a tutti coloro che da mezzo secolo si battono per la causa ecologista: inascoltati, strumentalizzati, spesso vilipesi.Così come coloro che da decenni – nelle piazze o in letteratura – denunciano i fallimenti del sistema neoliberista e propongono correttivi seri: marginalizzati, stigmatizzati come “no global”, spesso vilipesi.
Venivano censurati come gente “fuori dalla storia”, cavernicoli, primitivisti felici, al limite utopisti ingenui. Ciò malgrado proponessero semplicemente una serie di riforme radicali, innanzitutto del sistema produttivo, commerciale e trasportistico, per invertire la tendenza suicida in atto. E magari per favorire la conoscenza e la partecipazione reale dei cittadini alla formazione delle decisioni pubbliche.
Oggi assistiamo a classi dirigenti responsabili dell’ecatombe epidemiologica in corso che  plaudono alla mobilitazione dei giovani ma persistono nel rinvio delle misure ovvie, quanto profonde, necessarie per salvare realmente vite umane e natura. 
L’immediata trasformazione della mobilità urbana, per esempio, con il bando delle auto private e la sostituzione con reti davvero efficienti di trasporto pubblico e di infrastrutture ciclabili. Ma anche il ricorso alla fiscalità per rendere rapidamente antieconomiche tutte le prassi inquinanti, energivore e insensate, che si tratti di agricoltura intensiva o di impianti metallurgici. Si parla oggi di “transizione ecologica”, quando in realtà si dovrebbe parlare di “emergenza ecologica”. La transizione era nei decenni scorsi, quando le classi dirigenti si sono occupate di tutt’altro. E anche oggi, peraltro, abbiamo al potere gente che preferisce distrarre i cittadini catalizzando consenso su questioni diverse, tipo l’immigrazione o le pensioni anticipate (ma anche i flirt dei ministri), mentre finge di non sapere che la vera urgenza, anche sanitaria, è la questione ambientale, madre di tutte le altre.
In conclusione, non c’è da stare allegri: l’assenza di iniziative politiche e industriali all’altezza della drammaticità del momento parla da sola.

p. s. Tra le voci nel deserto ricordiamo quella limpida e appunto inascoltata di Alex Langer, orgogliosamente sudtirolese e cittadino del mondo, che ci ha lasciato un pensiero profondo utile anche oggi a orientarci e ad agire subito, radicalmente.

Salvini, i detenuti da “far marcire” e la Costituzione repubblicana

L’ultima dell’uomo più in mostra della coalizione gialloverde secondo cui Battisti deve “marcire” in un penitenziario per tutta la vita è nettamente più grave (basta un minimo di cultura giuridica e di senso delle istituzioni per capirlo) delle sue solite fanfaronate, che pure – come è noto – avevano ormai già creato un clima indegno, di rozzezza. Continue reading

La democrazia non è un diesel

Dunque dopo quattro settimane di regale e ostentata indifferenza, il presidente francese Emmanuel Macron ieri si è degnato di rivolgersi direttamente ai cittadini che si attivano per reclamare, in poche parole, una società più equa.
È una mobilitazione, quella dei gilet gialli, che può piacere o non piacere, ma sarebbe arduo negare la sua efficacia nel mettere a nudo i fallimenti dell’intreccio regressivo fra politica e economia in atto da decenni.

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La démocratie n’est pas un diesel

Après quatre semaines de royale et ostentatoire indifférence, le président français Emmanuel Macron s’est enfin directement adressé hier à ses concitoyens – les « gilets jaunes » – qui s’activent pour réclamer une société plus équitable.

On peut être aux côtés des gilets jaunes, ou ne pas en être sympathisant. Mais quelle que soit son opinion sur le mouvement, on ne peut que reconnaître son efficacité à mettre en lumière les conséquences de plusieurs décennies d’enchevêtrement néfaste entre politique et économie.

On n’analysera pas ici en détail l’idéologie de cette vague jaune, la diversité de ses revendications et sa fin. On ne fera que résumer son message dans un vibrant et définitif « basta » au modèle néo-libéral. Celui-ci, en rendant les riches plus riches, a sapé les ressources financières du reste de la population et amoindri ses conditions de vie.

Toute l’essence de ce mouvement d’indignation est dans ce refus d’un système généralisant la précarité, exacerbant à outrance la logique de concurrence, allant jusqu’à mettre en compétition les individus entre eux.

Le président a ignoré pendant plusieurs semaines les revendications portées par les gilets jaunes, revendiquant notamment une meilleure redistribution des richesses. Difficile de penser que l’Élysée n’ait pas anticipé que son mutisme ne provoque un renforcement de la mobilisation et les habituels dérapages des casseurs de vitrines. Ce souverain enfin redescendu parmi les mortels a peut-être été surpris que les méfaits liés à ces casseurs aient laissé indemnes les gilets jaunes, échappant à une perte de légitimité : le soutien de l’opinion publique envers les gilets jaunes reste fort.

Le président a donc parlé hier soir. Treize minutes durant lesquelles la réponse apportée aux revendications des gilets jaunes fut quelques mesures comptables (comme la défiscalisation des heures supplémentaires), destinées à améliorer le sort de la classe moyenne et des retraités.

Une réponse embarrassante. L’ex-banquier d’affaires, qui, l’année dernière, a supprimé l’impôt sur les hauts revenus (ISF), pense-t-il vraiment ainsi se sortir d’affaire ?

Au-delà du compte en banque et d’un hexis aristocratique – qui certainement ne l’aide pas – Macron ne peut ainsi satisfaire les revendications d’un mouvement qui conteste les politiques économiques qui sévissent depuis plusieurs décennies.

Certes, le président peut faire comme s’il n’avait pas saisi le sens du tsunami social qui secoue la France. Avec une telle attitude, il confirmerait son image d’un souverain insensible à son peuple, déterminé à mener des politiques inégalitaires et à ne pas affronter les fondements du problème : l’inégale redistribution des richesses, la précarité du travail et, surtout, cette représentation démocratique exercée par les élu(e)s d’une manière opaque et abusée/déformé. C’est cela que répètent inlassablement les citoyens en gilet jaune qui aux rond-points crient « Macron démission ! ».

Il y a la question d’une citoyenneté qui devient sujétion, au fil des années durant lesquelles sont menées des politiques économiques et sociales qui mènent à la dégradation des conditions de vie des électeurs et de leurs enfants.

Il y a la question des territoires éloignés des métropoles, territoires ruraux et de montagne vidés de leurs services et de leurs emplois. Cette décroissance de la population et des services a eu comme effet pervers d’avoir multiplié artificiellement et de manière démesurée, les exigences de mobilité quotidienne des personnes. La contrainte de l’utilisation de la voiture, la pollution qui s’ensuit avec son cortège d’effets en termes de santé publique, est l’un des effets d’un système économique déréglementé et de ses logiques métropolitaines, énergivores et bétonneuse.

Dans ce contexte, on peut voir dans l’augmentation des taxes sur le diesel –la mèche qui a enflammé ce mouvement – une intention paternaliste consistant à culpabiliser les citoyen(ne)s vis-à-vis d’actions auxquelles ils et elles sont contraint(e)s.

Des actions inhérentes à un système dont ils ne sont pas les décideurs, ceux-ci étant reclus dans les tours d’ivoire d’un pouvoir de moins en moins transparent et démocratique.

Les vraies politiques écologiques peinent à s’imposer en France comme dans de nombreux pays européens. Il n’est donc pas surprenant, mais désolant, de voir cette arrogance du pouvoir d’un président et de son gouvernement, totalement réfractaires à tout débat sur l’état de la démocratie. Ce n’est pas un hasard si, depuis les ronds-points des gilets jaunes et des écoles en lutte contre une réforme élitiste, s’est levé un cri pour la réforme des outils de la participation démocratique.

Est-ce acceptable que, d’un côté depuis des nombreuses années on discute d’une crise de la démocratie occidentale et que de l’autre côté on nie l’évidence quand il s’agit de réfléchir sur la revitalisation des processus participatifs ?

Le comportement d’Emmanuel Macron est emblématique : l’actuel locataire de l’Elysée fut élu grâce aux électeurs de gauche qui, au deuxième tour, votèrent pour lui afin d’éviter le cauchemar Le Pen, en le ramenant ainsi à 66 %. Macron a ensuite séquestré ces voix arrivées de la gauche, les a utilisées sans aucune gêne pour pratiquer des politiques économiques de droite. Un grave problème de dynamique démocratique est évident. Et cela, malgré les l’enthusiasmes persistants des propagandistes italiens du “présidentialisme français”.

Si l’on rajoute également les questions villes/banlieues, des dominations parisiennes et métropolitaines, la crise et l’impuissance des zones rurales, on repérera vite la dimension cosmétique et démagogique des réponses apportées par le président et son gouvernement à ceux qui exigent – plus que demandent – un rééquilibrage économique et démocratique.

La résistance mise en œuvre par le modèle dominant est phénoménale. Cependant, seule une discussion profonde sur la crise du système pourra offrir une issue durable au mal-être exprimé par les citoyens (dans le cas spécifique, ceux en gilet jaune, mais ils ne sont pas les seuls en Europe).

Ici se joue également la renaissance de la gauche. Elle a l’opportunité d’une relance fondée sur ses valeurs constitutives d’égalité. Ces valeurs doivent être réactivées pour répondre à l’exigence urgente de rééquilibrer les rapports de force, de redonner de la dignité aux citoyens dans les domaines du travail et de la démocratie (un fonctionnement du vote plus égalitaire).

Ces valeurs doivent permettre de repenser la redistribution du pouvoir et l’architecture démocratique d’aujourd’hui, centralisée, pyramidale et nationaliste. Il est toujours possible de réfléchir, en France comme ailleurs, sur une perspective de fédéralisme participatif, qui renforcerait la place du citoyen et des communautés locales.

Une dynamique créative, horizontale, solidaire et internationaliste, réactiverait également une vision européenne, aujourd’hui réduite aux confrontations et aux veto de gouvernements décadents.

L’égalité que doit défendre une nouvelle gauche est également celle entre, nous, les êtres humains, et le reste de la nature. Les faillites du système social, économique et politique dévastent la vie et l’environnement entre pollution et bétonisation spéculative. Il faut avoir le courage d’affronter cette triste réalité et impliquer les citoyens, informés et conscients, dans une réponse collective.

La conversion écologique doit consister dans plus qu’une taxe sur le diesel. Il s’agit d’une reprogrammation profonde du système productif et de consommation, des choix d’urbanisation, et de la lutte contre une certaine irrationalité de nos sociétés abandonnées à la logique de profits mercantiles.

Bref, c’est une reprogrammation profonde et partagée de la relation entre activités humaines et l’environnement naturel.

Cela nécessite une condition préalable: redécouvrir la “normalité” humaine de faire partie de la nature, de ne pas être simples utilisateurs externes , plus ou moins respectueux de la Terre Mère.


Merci à Guillaume Chapron d’avoir collaboré à la traduction de cet article

Le metropoli barbare alleate del dominio neoliberista: idee per una conversione democratica, ecologica e “umana”. Riflessioni sul libro di Guillaume Faburel

Il fenomeno della metropolizzazione delle città come fonte del malessere della nostra epoca, della fuga dalla dimensione umana, della mortificazione di una speranza di conversione ecologica profonda.

Se ne occupa Guillaume Faburel, docente di geografia, urbanistica e scienze politiche a Lione, in un libro  di cui (prima ancora di poterlo leggere) ho ascoltato la presentazione a Lille. Il volume si intitola “Les metropoles barbares. Démondialiser la ville, désurbaniser la terre (Le metropoli barbare. Deglobalizzare la città, deurbanizzare la Terra), edizioni Le Passager Clandestin (2018).

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Migranti: il decreto Salvini colpisce l’accoglienza intelligente e provocherà problemi nei comuni

Il decreto (in)sicurezza per il cambiamento. Perché c’è chi sull’insicurezza “percepita” costruisce facilmente patrimoni politici.
Sul tema immigrazione (impropriamente assimilata dal governo alla questione criminalità) smantellare il sistema di accoglienza e di integrazione sociale diffusa nei comuni (noto con l’acronimo Sprar) per sostituirlo con i casermoni detentivi significherà innescare tensioni di ogni tipo, creare problemi invece di risolverli, gettare persone fragili verso condizioni formali di irregolarità che ostacoleranno l’interazione sociale positiva.
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Caccia e sicurezza, cominciamo dal divieto domenicale

Dopo l’ennesima tragedia con un cacciatore che uccide “per sbaglio” un’altra persona, il ministro dell’ambiente, Sergio Costa, ha lanciato un appello per l’estensione del silenzio venatorio aggiungendo la domenica ai giorni settimanali di divieto (che oggi sono due). Lo può fare il Parlamento, approvando disegni di legge già depositati, ma Costa spiega che le Regioni hanno già oggi la facoltà di introdurre il divieto domenicale in modo autonomo e immediato.

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Salvini se ne frega e il cane da guardia dorme

Più che di Matteo Salvini vorrei parlare dei colleghi giornalisti che continuano a riferire le gesta del ministro senza collocarle in una corretta cornice critica.

Il capo della Lega attacca violentemente la magistratura, colpevole di aver dato corso all’obbligo dell’azione penale di fronte a un fatto gravissimo quale il blocco – prima in alto mare e poi in porto – della nave Diciotti della marina militare (guardia costiera) carica di migranti, molti dei quali minori non accompagnati e al limite delle forze.

Qui sarà utile ricordare che la legge – nell’epoca del “governo del cambiamento” – rimane ancora “uguale per tutti”, nessuno si può collocare al di sopra di essa invocando investiture popolari del tutto fantasiose.

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Salvini, M5S e stato di diritto

Forse si potrebbe aprire un confronto semantico sulla parola legalità. Ma restiamo ai fatti.

Il governo italiano, con la connivenza europea, sta sabotando deliberatamente il dispositivo di ricerca e salvataggio dei naufraghi (qualunque naufrago) nel Mediterraneo.
Ciò, spiegano numerosi giuristi, contravvenendo a una serie di norme, dalla Costituzione italiana, al Codice della navigazione, al diritto internazionale.

Nell’arco di tre cambi di governo abbiamo assistito a una involuzione.

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La sinistra che non c’è

Partiamo da lontano: per esempio dal giugno 2000, quando questo sito pubblicò, per gentile concessione dell’autore, Paolo Barnard, il testo completo dell’inchiesta tv “I globalizzatori” (realizzata per Report, Raitre). Si trattava di un lavoro che svelava dinamiche e retroscena di ciò che da tempo denunciavano i cosiddetti movimenti no global, vale a dire il progressivo insediarsi del pensiero unico neoliberista, l’imporsi del dominio del mercato, della logica dell’impresa e del profitto a ogni costo. Il tutto con conseguenze nefaste per persone e gruppi sociali (salvo i ricchi che lo diventeranno ancora di più).
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