Informazione e democrazia

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Tutti i contenuti pubblicati da Nonluoghi fin dalla nascita del sito, nel gennaio 2000. L’importazione è un work in progress e potrebbero ancora mancare alcuni record

I pesticidi e la nostra salute

Stanno facendo discutere le conclusioni rassicuranti presentate la settimana scorsa dal’Azienda sanitaria e dall’assessore provinciale trentino Ugo Rossi, sull’impatto dei pesticidi utilizzati nel’agricoltura in valle di Non.

Si evince che si tratterebbe di un’analisi epidemiologica su base comparativa fra due distinte zone della valle, una – secondo gli autori dello studio – più esposta agli eventuali effetti collaterali dell’irrorazione dei meleti, l’altra assai meno, perché ospita poche piantagioni.

Ora, si potrebbe pensare che la valle di Non sia un caso raro o forse unico di area caratterizzata da colture intensive, con utilizzo significativo di pesticidi chimici (non dunque agricoltura biologica o biodinamica), nella quale sarebbero del tutto irrilevanti i riflessi sulla salute umana.

Dell’argomento ho già parlato in passato in questo stesso blog raccontando la storia di una gattina, riferivo di una vicenda emblematica di cui ha scritto la proprietaria dell’animale. In linea generale, reputo ragionevole ricordare che l’incidenza dei fitofarmaci sugli indicatori di mortalità e morbilità nella popolazione (impiegata in agricoltura e non) è un dato acquisito in letteratura.

Nel caso specifico della valle di Non, peraltro già oggetto da tempo dell’attenzione sociale, sarebbe utile conoscere metodologie e risultanze dettagliate di quello che, a quanto pare, è soltanto uno studio comparativo fra due territori selezionati. Se fosse davvero tutto qui, sarebbe poco e i potenziali fattori di confondimento di un simile modello basterebbero da soli per dubitare di conclusioni sommarie del tipo “tutto Ok, tutto sotto controllo”.

Se poi si considera che in questo modo si trasmette all’opinione pubblica l’ennesimo messaggio rassicurante in tema di inquinamento, qualcuno potrebbe fare due più due e iniziare a diffidare, come capita quando per rassicurare sulle polveri sottili si diffondono dati medi che risultano entro la soglia di attenzione, mentre se andiamo a vedere i picchi nelle ore di punta o nelle stagioni più a rischio – quanto molta gente respira nei medesimi luoghi “puliti” di notte o nei mesi estivi – il quadro cambia radicalmente.
I decisori pubblici e i tecnocrati spesso troppo zelanti nei riguardi dei primi sono chiamati a un svolgere ruolo di supporto alla popolazione, devono monitorare, prevenire o eliminare i fattori di rischio, non preoccuparsi se la gente si allarma e orientarsi verso interventi formalmente rassicuranti.
Non ammettere che l’agricoltura intensiva con largo uso di fitofarmaci – cioè pesticidi – è un modello problematico rischia di per sé di confondere il cittadino e di manipolarlo invece di informarlo.
Come commentava il compianto professor Renzo Tomatis (luminare dell’oncologia), il tempo di latenza di un tumore può essere di decine di anni, cioè ben più di una legislatura o due…
Perciò l’unica risorsa di fronte alle contraddizioni istituzionali è l’indignazione popolare che può produrre anche eventi straordinari, per esempio che vengono avviati meccanismi seri di controllo laddove magari erano troppo deboli.
In ogni modo, per chi vive vicino alle nuvole di pesticidi e vuole informarsi e difendersi, ecco un ottimo manuale del Wwf veneto: http://www.veramente.org/wp/?p=8505

zenone sovilla

Inceneritore Tour Operator

Zenone Sovilla

Sentita al bar potrebbe sembrare – a voler essere benevoli – una leggenda metropolitana; invece è realmente lo stato dell’arte del progetto per costruire un inceneritore per rifiuti solidi urbani a Trento.
Dopo un tira e molla ultradecennale, con alle spalle un bando di gara andato deserto un anno e mezzo fa e da riscrivere (si dice) in questi giorni, la Provincia autonoma non sa ancora che tipo di impianto vuole.

L’ultimo viaggio di studio del vicepresidente Alberto Pacher, ex sindaco del capoluogo, è stato in Inghilterra, questa settimana, per visitare il gassificatore di Swindon, in Gran Bretagna. Anche in questa occasione, come era accaduto in passato con le visite guidate, fra l’altro ma non solo, all’inceneritore tedesco di Karlsruhe, l’esponente del Pd ha avuto modo di apprezzare l’impianto e di favoleggiare sulle sue basse emissioni (non si sa, poi, da dove derivi e come vada contestualizzato criticamente questo dato in odor di propaganda tipica di costruttori e gestori di questi impianti).

Il vicepresidente della Provincia avrà probabilmente altri “missioni impossibili” in programma, in questo suo girovagare per l’Europa alla ricerca dell’Araba Fenice, dell’impianto perfetto da utilizzare come modello per il Trentino.
Eppure dovrebbe aver compreso, il vicepresidente e con lui gli altri “ultimi giapponesi” che difendono l’isola dell’inceneritore, che quell’impianto non esiste, che mentre a Trento si perdevano anni a stabilire che tipo di forno sia il migliore (o forse il più redditizio…) per bruciare i rifiuti, nel mondo era in atto una rivoluzione nelle tecnologie e nelle modalità organizzative di questo settore, per consentire il massimo recupero dei materiali minimizzando l’impatto ambientale e sanitario dei processi di lavorazione. Significa chiudere il ciclo dei rifiuti senza un impianto di incenerimento di qualsivoglia natura, che in ogni caso produce, oltre alle emissioni atmosferiche, ceneri e scorie tossiche che richiedono un complesso e costoso smaltimento in discarica.

Se non si vuole partire da questo dato di fatto per ridisegnare l’approccio e si continua piuttosto il tour europeo, si presta il fianco alle critiche di ipotizza che, in realtà, in Trentino non si stia cercando una soluzione razionale e aperta all’evoluzione tecnologica e industriale, bensì un modello di business che abbia ritorni economici apprezzabili (vedi la straordinaria attenzione che si ha in questi giorni in Provincia nei riguardi delle novità normative sui cosiddetti certificati verdi, cioè i denari prelevati nelle bollette elettriche di noi tutti e poi destinati anche agli inceneritori perché i rifiuti bruciati per produrre energia sono assimilati alle fonti rinnovabili: increbile ma vero).
Quanto alla versione “rigassificatore”, il lettore e il vicepresidente della Provincia non avranno difficoltà a documentarsi, consultando anche nel Web l’enorme letteratura scientifica – dagli Stati Uniti all’Europa – in materia, sulle reali emissioni di questi impianti ma anche sulla loro scarse efficienza energetica e flessibilità funzionale all’interno di una gestione innovativa.

Il punto, in ogni caso, di là dagli aspetti sanitari e epidemiologici (che pure sono rilevanti), è che oggi è assolutamente percorribile la via innovativa nel ciclo dei rifiuti, coniugando modelli orientati al massimo riciclaggio con politiche serie per la riduzione della quantità di materiali da gestire. In tutto il mondo si assiste a evoluzioni rapidissime che mettono in atto processi virtuosi aspirando progressivamente all’obiettivo “Rifiuti zero”.

Qui il dato di partenza – accanto a questa presa di coscienza – dovrebbe essere una regia operativa provinciale in grado di armonizzare i criteri adottati nei vari territori e di puntare a una raccolta differenziata spinta porta a porta e con tariffa puntuale (gli utenti più bravi nel riciclo pagano meno).
Oggi, infatti, mentre il vicepresidente Pacher visita inceneritori stranieri, in Trentino si assiste ancora a un panorama assai frammentato, con molte zone che, per esempio, praticano la raccolta con campane stradali, una modalità che espone la differenziata al rischio di un elevato tasso di impurità.
La presenza di materiali non riciclabili implica una doppia dissipazione di risorse, dato che i medesimi (per esempio le plastiche non separabili per ragioni “burocratiche”) vengono poi tolti dalla filiera del riciclo e restituiti agli enti conferitori che dovranno provvedere al loro smaltimento (sarebbe interessante, in proposito, capire quali siano i numeri reali della raccolta differenziata in Trentino e quanto pesi questa quota di “impurità” che esce dalla porta di casa e rientra dalla finestra per finire in discarica o nell’inceneritore/gassificatore/termovalorizzatore/arco al plasma…).

Un altro punto dolente è l’applicazione della tariffa puntuale, che a sua volta incentiva l’utenza a essere attenta alla qualità della raccolta differenziata, non solo alla quantità. Pochi anni fa uno degli enti che si occupano di Rsu in Trentino, l’Amnu in Valsugana, dapprima celebrò con enfasi la percentuale di differenziata ottenuta – usando i contenitori stradali – e solo pochi mesi dopo inviò una lettera all’intera utenza lamentando la scarsa qualità della separazione…
Passando proprio dalla Valsugana e con un viaggio meno faticoso e meno costoso della trasferta inglese, il vicepresidente Pacher potrebbe recarsi in una provincia vicina, a Ponte nelle Alpi (comune a ridosso del capoluogo Belluno), che tre giorni fa è stato nuovamente premiato da Legambiente come il più riciclone d’Italia.
Questo centro di oltre 8 mila abitanti, in un territorio montano morfologicamente assimilabile al Trentino, ha compiuto la sua rivoluzione dei rifiuti in pochissimi anni, partendo da una percentuale di differenziata “sporca” del 20% o poco più, sei anni fa (un altro comune della zona, Sedico, 10 mila abitanti, naviga tuttora a bassi livelli proprio perché resta ancorato al vecchio modello cui evidentemente alcuni amministratori sono affezionat).

Ponte nelle Alpi, quasi subito, col passaggio al porta a porta ha registrato un grande balzo e poi ha proseguito rapidamente verso l’eccellenza nazionale riconosciutagli già qualche anno fa.
L’assessore all’Ambiente che ha ispirato questa evoluzione si chiama Ezio Orzes ed è stato ospite ripetutamente anche in Trentino, invitato da realtà associative locali che da anni, col supporto di vari esperi, propongono soluzioni innovative che escludono l’incenerimento. Orzes spiega che quando è cominciata la metamorfosi (2006) i cittadini di Ponte pagavano 450 mila euro per lo smaltimento in discarica: col nuovo sistema, in tre anni i costi totali sono scesi del 14% e si è creata occupazione localmente con una società comunale che ha sei dipendenti e si appoggia anche a una cooperativa che ne conta altri quattro.

Oggi Ponte nella Alpi risparmia 40 mila euro rispetto alla situazione del 2006 e la raccolta differenziata è salita all’87,7 % (con una quota di impurità minima: solo il 2,5%). Ma questo comune si è posto anche il problema del residuo, dei rifiuti domestici non inseribili attualmente nella filiera diretta del riciclo. Così ha deciso di conferirli a un centro specializzato di Vedelago (Treviso) che è in grado di separare le ultime frazioni riciclabili e di avviarle al processo di recupero: il risultato è che anche il 61% (121 tonnellate annue) del cosiddetto indifferenziato viene riutilizzato. Dunque, alla fine, resta da trattare solo il 39% del 12,3% del totale dei rifiuti prodotti nel territorio.
E il bello è che questo sistema, adottato ormai da molti centri italiani, è aperto all’evoluzione tecnologica e dunque quella piccola parte di residuo del residuo è destinata a ridursi progressivamente, come peraltro spiega bene il professore Paul Connett nel suo progetto “Zero Waste Strategy”.

Adesso, per esempio, a Ponte nelle Alpi e dintorni è il turno dei famosi pannolini, che a loro volta entrano nel ciclo virtuoso.
Vicepresidente Pacher, venga a fare un giro a Ponte nelle Alpi, il passaggio glielo do io, sono le mie zone e ci scappa anche un piatto di crespelle di zucca alla bellunese…

LINK

Il mio documentario “Civiltà bruciata. La terra degli inceneritori”

Il governo della Bce…

Chissà che cosa direbbe un padre dell’Europa come Altiero Spinelli di fronte a una Banca centrale che pretende (peraltro indisturbata) di dare direttive alla politica (o per meglio dire a ciò che rimane della politica).

Fra le ultime ingerenze – in ordine cronologico – della Bce c’è il rilancio sull’abolizione delle Province: una sottrazione di rappresentanza democratica viene incredibilmente venduta come lo snodo fondamentale del risanamento delle casse pubbliche.

In un contesto equilibrato la vicenda si commenterebbe da sé e una risata di indignazione seppellirebbe i banchieri e i loro alleati.

Oggi, al contrario, sull’onda di un populismo che troppo spesso diventa paralisi del ragionamento e del pragmatismo, usare la motosega invece del cervello diventa comodo, a patto naturalmente che la si usi in qualche sperduto fazzoletto di terra contadina; non certo nel parco della propria villa.

Che cosa direbbe Spinelli a queste classi dirigenti che così bene incarnano la tragica decadenza di una civiltà e di un modello politico e industriale da esse stesse voluto e alimentato? Mah…

Di certo, nel Manifesto di Ventotene del 1943/’44 (cioè nel testo “Per un’Europa libera e unita”, elaborato con Ernesto Rossi durante il confino), Altiero Spinelli scriveva fra l’altro:

“Le forze conservatrici, cioè: i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali; i quadri superiori delle forze armate, culminanti, là dove ora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l’innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che anche sono solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie già fin da oggi sentono che l’edificio scricchiola, e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto finora, e le esporrebbe all’assalto delle forze progressiste”.

Ecco il testo completo.

z. s.

Tav e buon senso

Zenone Sovilla

La vicenda Tav richiede oggi come ieri equilibrio, moderazione, onestà intellettuale e competenza scientifica.
E sembra sempre più una questione in cui è dirimente il tema della conoscenza.
Nel main stream dei media – invece – si rincorrono soprattutto slogan (o poco più) e bollettini sull’ordine pubblico; salvo eccezioni, manca largamente una visione analitica e critica del fenomeno.
Sul quale permane un’opacità che non aiuta di certo chi volesse farsi un’idea libero da pregiudizi.
I pregiudizi e le insidiose dinamiche del potere investono in pieno questa vicenda e dovrebbero far riflettere, perché mettono a nudo una serie di criticità e contraddizioni della democrazia.
Uno dei pregiudizi principali descrive il Tav come la Grande Soluzione: niente più Tir e tutti felici. Un altro pregiudizio, di segno opposto, descrive l’opera come l’apocalisse per la valle, la fine di tutto. In entrambi i casi c’è un certo uso dell’iperbole che sacrifica la razionalità.

Poi a confondere il quadro ci sono le questioni di bassa bottega (come gli appalti miliardari per imprese private) e le odiose manipolazioni da marketing politico: dalle grigie torri d’avorio del potere costituito si invocano senso di responsabilità e legalità richiamandosi al rispetto di processi decisionali che in realtà sono stati solo formalmente democratici, lontani dai cittadini in carne e ossa.
Non mancano declinazioni mistiche, come le misteriose elucubrazioni istituzionali del tipo: qui è in ballo il corridoio Lisbona-Kiev, che in verità è un’astrazione, una categoria simbolica della retorica politica europea regolarmente ripresa sui giornali senza spiegare di che cavolo o più verosimilmente cavolata stiamo parlando.

Oppure le manovre ingannevoli di fabbricazione del consenso: i politici e gli articoli di stampa che ripetono come una cantilena la formuletta ufficiale, forse senza rendersi conto che a scatenare il dissenso sociale è questa medesima giaculatoria (con il suo triste portato simbolico) fatta peraltro anche di pure fantasie, come la pretesa adesione trasversale che il treno faraonico otterrebbe in Francia (vedremo più avanti che le cose non stanno affatto così).

Su questo registro probabilmente non si arriverà da nessuna parte, anzi, si getta benzina sul fuoco e c’è da sperare che il disegno politico non sia proprio questo: alimentare lo scontro formale – e puntare un milione di obiettivi, nelle manifestazioni, sui pochi comportamenti sopra le righe o più o meno violenti – per non confrontarsi sul merito, che poi significherebbe anche aprire la voragine dialettica sul deficit di rappresentanza democratica e sul fallimento di molti processi decisionali sempre più spesso condizionati e finanche diretti da cerchie oligarchiche e da truppe cammellate di lobbisti.

Un metodo per ritessere i fili e riconsiderare per l’appunto il nocciolo della faccenda potrebbe essere quello del buon senso.

Si tratterebbe, per le parti in causa, innanzitutto, di condividere una premessa: che un progetto nato oltre vent’anni fa è roba d’altri tempi e dunque potrebbe essere salutare per tutti (i cittadini della val di Susa, gli italiani, i francesi, gli europei, il mondo produttivo, la democrazia…) una pausa per cercare di avviare una valutazione seria (non il copione sbiadito e scontato andato in scena nel consiglio dei ministri di tre giorni fa) e chiedersi davvero se oggi sia utile alle popolazioni un investimento di venti miliardi di euro in quest’opera.

Gli strumenti per farsi un’idea non mancano. Basta dedicarsi con un po’ di attenzione a una ricerca online e spunteranno valanghe di documenti rilevanti.

Anche un gruppo di oltre 400 docenti universitari e studiosi, come il meteorologo Luca Mercalli che compare  tra i primi firmatari, ci aveva provato qualche settimana fa, con una lettera piuttosto circostanziata inviata al presidente del consiglio, Mario Monti.
Un testo nel quale si elencano alcune criticità del progetto, motivi sufficienti – secondo i firmatari – ad archiviare il Tav per passare invece a un intervento diverso di potenziamento del ruolo della ferrovia.
I punti della missiva toccano, fra l’altro, l’assenza di un piano finanziario complessivo dell’opera (in altre parole, si naviga a vista con rischi finanziari per la collettività); il ritorno economico trascurabile (elevati costi, traffico modesto); le potenzialità dell’alternativa rappresentata dall’ammodernamento della rete esistente; il ruolo congiunturale irrisorio come volano anticrisi, date le incertezze e i tempi lunghissimi di questa spesa pubblica (altre opere favorirebbero subito le imprese e l’economia); l’irrazionalità funzionale del cosiddetto “corridoio europeo” e i riflessi sociali dell’impiego di risorse statali su questo fronte; gli effetti sull’ambiente naturale e sulla comunità umana, anche in termini di trasparenza e di democrazia.

Questo è un esempio di un breve documento (ma in rete si possono facilmente reperire dossier voluminosi) utile a chi volesse attrezzarsi per fare un ragionamento su una questione che, in fondo, a livello di opinione pubblica non è stata oggetto di grandi confronti nel merito (come notava Adriano Sofri qualche giorno fa, una consultazione popolare, oggi, potrebbe favorire dibattito e distensione).
Lo stesso impatto ambientale e sanitario di vent’anni di cantieri, scavi (in un’area geologica che presenta anche l’uranio) e movimenti terra non è stato debitamente illustrato all’opinione pubblica nazionale e come sempre fra i cosiddetti esperti c’è chi allarma e chi (non di rado vicino agli interessi dei costruttori) minimizza.

Per disporsi a una discussione leale, si dovrebbe intanto cominciare a sgombrare il campo dalle mistificazioni che mortificano il dialogo, per esempio la vulgata secondo la quale in Francia sono tutti a favore del Tav senza se e senza ma: le cose non stanno esattamente così, anzi.
In Savoia le voci critiche sono diverse: si va dal mondo ecologista al partito conservatore di Sarkozy (Ump). Uno dei nodi emersi riguarda la tempistica del progetto: la previsione del 2025 come anno di apertura del traffico merci con bypass del nodo cittadino di Chambéry delude le aspettative di molti e sembra invertire le priorità dell’intera infrastruttura, che almeno nel primo periodo sarebbe prevalentemente dedicata al modesto traffico passeggeri.
E che fine fa il celebrato trasferimento delle merci dalla gomma alla rotaia, quando la ferrovia potrà davvero trasportare i 40 milioni di tonnellate promessi? Se lo chiede anche Pierre Moreau, della Cipra, che ha inviato dieci domande critiche ai promotori del Tav.
A Parigi anche nei circoli della finanza c’è chi comincia a preoccuparsi per la sostenibilità economica della Torino-Lione, un aspetto che tocca anche l’Italia, specie se si tiene conto del non entusiasmante bilancio dell’alta velocità nazionale cui si sono rivolte negli ultimi anni le discutibili attenzioni delle Fs.
Sono tutti aspetti non marginali dei quali si dovrebbe tener conto prima di pronunciarsi.

Un dibattito aperto, sottratto all’opacità che finora ha avvolto il nocciolo della faccenda, potrebbe anche suggerire qualche interrogativo sulle classi dirigenti: quella italiana, per esempio, si eccita per il leggendario corridoio Lisbona-Kiev e per le freccerosse anziché varare un grande piano per rafforzare in tempi ragionevoli (non nei vent’anni promessi del Tav) le reti ferroviarie locali: si attenuerebbe largamente l’impatto dell’inquinamento atmosferico e le sue conseguenze sanitarie. E probabilmente le comunità locali, fatte di pendolari, accoglierebbero i cantieri a braccia aperte.

Insomma, si tratta di verificare se la vicenda Tav non rappresenti una delle frequenti circostanze in cui le classi dirigenti prendono e impongono decisioni sbagliate mentre fuori dalle istituzioni politiche i cittadini maturano controprogetti ispirati al buon senso.
Sarebbe un’ennesima dimostrazione che spesso è molto più semplice dire un “sì” frettoloso e superficiale (avviando megamacchine razionali solo per chi intercetta i denari pubblici degli appalti) ed è invece molto più complicato e faticoso elaborare attorno a un “no” di buon senso percorsi alternativi che rispondano (anche meglio) ai bisogni reali della società e dell’economia minimizzando gli effetti collaterali negativi sulla natura e sulla salute umana. Insomma, rifiuti costruttivi che diventano sì ragionati a soluzioni più serie: l’Italia è attraversata da simili manifestazioni di partecipazione popolare che supplisce alle carenze delle classi dirigenti coinvolgendo anche elevate competenze scientifiche; ma c’è chi ama liquidarle con arroganza come “ambientalismo del no” riciclando l’accusa odiosa e fuorviante del “non nel mio giardino”.

Va aggiunto che la responsabilità delle popolazioni è solo marginale nelle dinamiche di selezione di classi dirigenti che si rivelano mediocri, manovrabili o dogmatiche e dunque esposte a scelte gravemente sbagliate rispetto agli interessi generali.

Perciò risulta ammirevole e prezioso l’impegno civico collettivo col quale spesso si tenta, a posteriori, di porre rimedio a decisioni lacunose o erronee (ah, la demeritocrazia dirigistica di chi predica la meritocrazia e il liberalismo…).
In altre parole, una democrazia avanzata significa anche compartecipazione alle idee per avvicinarsi alle soluzioni massimamente condivise, che in genere sono le migliori per la generalità dei cittadini ma scontentano qualche appetito industriale e mettono a nudo la povertà intellettuale di classi dirigenti selezionate male nei circuiti del potere.

A cinque sotto zero in Norvegia si va in bici, in Italia si soffoca

Zenone Sovilla

Oggi ascoltavo alla radio norvegese l’intervista al presidente dell’associazione locale Syklistenes Landsforening, omologa dei nostri Amici della bicicletta.
Tema del colloquio (anche se qualche lettore non ci crederà): la ciclabilità urbana invernale nelle città norvegesi.
Morten I Kerr, questo il suo nome, ha spiegato che non c’è nessun problema a inforcare la due ruote tutti i mesi dell’anno, basta attrezzarsi: “Lasciamola in garage solo quando c’è una tormenta di neve e quel giorno tiriamo fuori gli sci…”.
Negli ultimi quindici anni il Paese nordico ha registrato un forte incremento dell’utilizzo della biciclette, non solo nel tempo libero ma anche negli spostamenti quotidiani casa-lavoro, scuola, shopping…
Il tutto grazie a significativi investimenti in percorsi protetti e in campagne di promozione dell’uso della bicicletta (anche abbinata ai mezzi collettivi) a scapito dell’automobile.

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Lavoro sicuro e pagato bene? Che noia…

Il presidente del consiglio Mario Monti (1943),
laurea in economia alla Bocconi nel 1965, è professore ordinario a Trento nel 1969, poi a Torino (dal 1970 al 1985), infine alla Bocconi dove diventerà direttore dell’Istituto di economia politica (successivamente sarà anche rettore e poi presidente).
Ha rivestito, parallelamente, anche vari incarichi istituzionali italiani e internazionali – da commissario europeo ad advisor di società note quali The Coca Cola Company, Goldman Sachs e Moody’s – oltre a essere stato membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg (circolo composto da personalità che ricoprono ruoli di potere in ambiti diversi).
Fino a pochi mesi fa era presidente del gruppo europeo della Trilateral Commission, un noto gruppo di studio internazionale di orientamento neoliberista composto da tecnocrati e politici, nato nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di personalità quali l’allora potente segretario di stato Usa Henry Kissinger (pure lui nel Gruppo Bilderberg) e il politologo eminenza grigia della diplomazia americana nella Guerra Fredda Zbigniew Brzezinski.
Infine, il 9 novembre 2011 Mario Monti è stato nominato senatore a vita.
Sembrerebbe di poter intuire in questo pur sintetico e parziale profilo biografico un filo di continuità anche in termini di busta paga.
Insomma, per chi ancora si interrogasse sul perché di quel loden triste, alle spalle potrebbe esserci una vita davvero molto noiosa…

z. s.

Mobilità sostenibile, l’esempio francese

Zenone Sovilla
Parigi da qualche anno è una delle città all’avanguardia nello studio di modelli alternativi di mobilità urbana.
Da oltre quattro anni è in funzione VeLib, un sistema efficace di biciclette che – diversamente da quanto accade in altre città – offre all’utilizzatore l’opportunità fondamentale di prendere il mezzo in un qualunque punto della metropoli e di resituirlo in un altro.
Le stazioni disseminate sul territorio sono infatti ben 1800 – una ogni trecento metri – e ospitano oltre ventimila biciclette disponibili sette giorni la settimana, 24 ore su 24 con una varietà di formule di pagamento; l’abbonamento annuale base costa 29 euro e comprende mezz’ora di utilizzo gratuito per ogni tragitto, che diventano tre quarti d’ora con la forumula di 39 euro annuali, dopo di che si paga un supplemento di un euro e così via a crescere per incentivare la restituzione ed evitare che il “giro” delle bici disponibili rallenti troppo (inutile peraltro trattenerle a lungo, vista la densità delle stazioni di ritiro e consegna).
Per i turisti sono previsti un biglietto giornalisro (1,70 euro) e una tessera settimanale (8 euro). Info: http://www.velib.paris.fr.

Sulla scia del successo di VeLib, ora la capitale francese lancia un nuovo servizio, sempre appoggiandosi a gestori privati: AutoLib.
Si tratta di un sistema di noleggio di vetture elettriche (due porte, lunghe 3,65 metri, di color alluminio, 250 chilometri di autonomia con le nuove batterie litio-metallo-polimero, velocità max di 130 Km/h) che ieri ha vissuto l’esordio, ancora in fase di test con sessanta mezzi, in vista del lancio ufficiale del 5 dicembre con altre 250 auto che entro l’estate diventeranno 2 mila collocate in 1100 stazioni di carica a Parigi e in 46 comuni limitrofi.
I veicoli, fra l’altro, sono stati realizzati in stabilimenti italiani grazie a una partnership tra il gruppo Bollorè (che si è aggiudicato l’appalto del Comune francese), Pininfarina e Cecomb: l’intesa prevede la produzione di 4 mila vetture elettriche derivate dalla Bluecar nello stabilimento di Bairo Canavese (Torino).
L’abbonamento mensile standard è di 12 euro, più 5 per la prima mezz’ora, 4 per la seconda, 6 per la terza; esistono però anche altre formule tariffarie; info: http://www.autolib-paris.fr.

Tutto questo per dire che per la mobilità nelle aree urbane (non solo metropolitane, come in questo caso) si può fare la differenza in fatto di sostenibilità adottando modelli intelligenti.
A Parigi (e non solo) uovo di colombo è la facilità con cui si può disporre del mezzo (bicicletta o auto elettrica, magari combinandone l’uso in un dato percorso) grazie al sistema di stazioni presenti su tutto il territorio e grazie a un metodo semplice di ritiro, consegna e pagamento.
Esattamente il contrario si potrebbe dire per varie esperienze del genere che si sono viste dalle nostre parti; al punto che a volte si ha la sensazione che certe cose non si facciano perché dietro c’è un’idea di ridisegno del modo di muoversi per renderlo meno dannoso per l’ambiente e chi ci vive; ma che si facciano solo perché “si deve” pur mettere in mostra qualcosa di green. Anche se non ha nessun effetto “green”.
Eppure anche a Trento si potrebbe fare molto, sia nella mobilità urbana sia negli spostamenti dei pendolari, tristemente inchiodati all’uso dell’automobile. Ne riparleremo.

Clini, l’ambiente, il nucleare e noi tutti

Non si può certo dire che sia stato un esordio felice per il neoministro dell’ambiente, Corrado Clini.
A poche ora dall’insediamento è riuscito a richiamare su di sé gli strali comprensibili di esponenti politici e organizzazioni ecologiste (da Stella Bianchi, responsabile ambiente del Pd, a Greenpeace).
Solo qualche giro di lancetta prima, dagli stessi ambienti politici (i vari Realacci, Della Seta, Ferrante eccetera) erano venuti invece plausi e commenti del tutto ottimistici sulla possibile stagione della green economy targata Clini.
Poi, però, nel primo giorno del governo Monti, l’autorevole esponente dell’esecutivo ha fatto parlare di sé per le espressioni possibiliste in tema di ritorno al nucleare: “Il ritorno al nucleare è un’opzione sulla quale bisognerebbe riflettere molto, anche se
quanto accaduto in Giappone ha scoraggiato”, ha sostenuto ai microfoni della trasmissione di Radio2 “Un giorno da pecora”.
Il che, detto da un ministro tecnico a pochi mesi da un voto popolare che boccia su tutta la linea il ritorno alle centrali atomiche, lascia parecchio perplessi e pure un po’ infastiditi.
Se a questo governo manca un’investitura elettorale, quanto meno faccia tesoro di quanto le urne hanno già stabilito sia in fatto di approvigionamenti energetici sia di sottrazione dei servizi idrici dalle mani degli speculatori (l’acqua potabile è un diritto degli esseri umani e almeno su questa si abbia la compiacenza di non cedere anche qui alle logiche del profitto che ci hanno portato al punto in cui ci troviamo oggi).
Clini, inoltre, non ha perso l’occasione per affermare solennemente che il Tav va realizzato “assolutamente” (il che fa sospettare quantomeno che non abbia studiato a fondo la materia).
A onor del vero, ieri Clini ha pure accennato allo sviluppo sostenibile e alla necessità di ridurre le emissioni inquinanti in Italia; tuttavia l’impressione – per ora superficiale, per carità – è che né il ministro né l’esecutivo abbiano idee particolarmente chiare, fresche e innovative sulla necessità di instradare il Paese verso un modello produttivo e dei consumi compatibile con la massima tutela della salute umana e dell’ambiente.
La sensazione è che non si comprenda l’importanza strategica di questo contesto, dell’intreccio produzione-consumi-ambiente naturale-qualità della vita, e si proceda tra riflessi condizionati e ricatti paralizzanti.
Probabilmente, dalle torri d’avorio dei ben consolidati osservatori accademici e tecnocratici liberal-liberisti sfugge del tutto o quasi la comprensione del vasto fermento di innovazione offerto dalla società, specie nelle giovani generazioni.
Dunque, aspettarsi una sia pur vaga ipotesi di scatto verso il futuro, per ora, parrebbe purtroppo illusorio.
Non basta andare al Senato con l’auto elettrica, come il ministro ha fatto ieri sotto i riflettori (oltretutto era meglio in bici o a piedi… ma evidentemente si rischiava di passare inosservati).

Sarà, temo, ma spero di sbagliarmi, un’altra partita in difesa per chi ha altre visioni su questo terreno.
Speriamo almeno di esserci davvero lasciati alle spalle il peggio in fatto di aggressione all’ambiente e alla vita.
Dovremo però accontentarci probabilmente di ridurre lo “spread”…

zenone sovilla

I fondamentalisti del liberismo

Zenone Sovilla
La proposta (provocazione?) del premier socialista greco George Papandreou di un referendum sul piano di salvataggio anticrisi del debito, ancorché fuori tempo massimo e poi cancellata dall’agenda, da un lato ha scatenato una certa isteria diplomatica e finanziaria ma dall’altro ha messo virtualmente il dito sulla piaga della grande madre dei tempi bui che stiamo attraversando.

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