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Informazione e democrazia

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Tutti i contenuti pubblicati da Nonluoghi fin dalla nascita del sito, nel gennaio 2000. L’importazione è un work in progress e potrebbero ancora mancare alcuni record

Province di Sherwood, la riforma fa male

Zenone Sovilla
Come noto, il governo Letta, malgrado la sua natura atipica e provvisoria, intende mettere mano profondamente alla Costituzione repubblicana.
La maggioranza delle larghe intese, non scelta dall’elettorato, ritiene se stessa depositaria del diritto di trasformare l’architettura della democrazia italiana e per farlo rapidamente intende cominciare depotenziando l’articolo 138 della Carta fondamentale, quello che ne determina le procedure di modifica.

Ciclopedonali o montagne russe?

In nome di qualche misterioso principio della tecnica ingegneristica stradale, negli ultimi anni si sono diffusi, anche in Trentino, marciapiedi o tratti ciclopedonali che sono come montagne russe per chi li percorre (camminando, pedalando, sulla carrozzina o spingendo un passeggino).
Eppure gli utenti dei percorsi protetti non hano chiesto di andare al luna park, ma semplicemente di muoversi tranquillamente, non in un saliscendi continuo che – mi è stato riferito dagli sventurati protagonisti – può anche rivelarsi una fonte di pericolo e far sbandare un ciclista magari attempato o non provetto.

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Si torna a scuola (in macchina)

Zenone Sovilla

Riaprono le scuole e ritornano le file di automobili di fronte e nei pressi degli istituti.

Anche a questo giro di valzer manca al’appello un piano sistematico che inverta la tendenza a “motorizzare” i bambini inseguendo un’idea nevrotica di sicurezza.

A garantire sicurezza ai bambini sono percorsi ciclopedonali sicuri e aree scolastiche a traffico limitato, non l’ondata di automobili che travolge strade e parcheggi nelle ore di punta.

Su questa linea è auspicabile si orientino le classi dirigenti provinciali, facendo tesoro delle numerose esperienze italiane e straniere che tentano di fare un salto di qualità introducendo nuove modalità di spostamento per i bambini e i ragazzi, accanto e in relazione con di un servizio flessibile di scuolabus.

Non sto parlando di nulla di particolarmente innovativo, ormai sono ultradecennali i progetti di accompagnamento a scuola a piedi o in bicicletta e a macchia di leopardo anche in Trentino sono presenti iniziative di questo tipo. C’è stato anche qualche Comune che ha sperimentato la creazione di isole pedonali temporanee (nelle ore di ingresso e di uscita) nei dintorni dei plessi scolastici.

Ciò che invece manca è un progetto strutturale che non sia lasciato alla buona volontà della singola scuola o amministrazione locale.

I fattori che dovrebbero indurre la Provincia a un ragionamento sistemico in questa materia sono molteplici.

Eccone alcuni. Innanzitutto, ovviamente, le criticità legate all’aumento del traffico a motore derivante dall’abitutdine diffusa di accompagnare e spesso anche di andare a prendere i figli a scuola. I riflessi di questa routine si misurano in termini di inquinamento atmosferico e di malattie correlate, di inquinamento acustico, di congestione del traffico. Ma ci sono anche altri aspetti che sarebbe bene non sottovalutare: quelli educativi. Infatti, bambini che camminano o pedalano vivono un’esperienza assai diversa – da molti punti di vista – rispetto a bambini parcheggiati sul sedile di un’auto come fossero un pacco da spostare di qua e di là.

Andare e tornare da scuola, per chi lo fa utilizzando le forze del proprio corpo, è un’esperienza che arricchisce sul piano sociale, nell’interazione con i compagni di strada, e che educa all’idea – spesso smarrita – che la dotazione fisica degli esseri umani serve innanzitutto per rispondere alle necessità quotidiane, non per esssere usata esclusivamente nel chiuso di una palestra o di un campo di calcio.

Inoltre, data la preoccupante tendenza alla sedentarietà, presente spesso anche fra i piccoli, quel poco di moto quotidiano può avere per molti anche un effetto positivo diretto sulla salute.

Infine, giusto per concludere questo accenno ai risvolti di un progetto serie di mobilità sostenibile casa-scuola, va menzionato il rapporto con gli spostamenti quotidiani sostenuti dai genitori: non è escluso, infatti, che per molti l’uso dell’automobile per andare al lavoro sia legato alla “necessità” di accompagnare a scuola i figli. E può darsi che genitori sollevati da questo obbligo possano più facilmente utilizzare a loro volta altri mezzi, cioè andare a piedi, in bicicletta, utilizzare il trasporto pubblico oppure aderire a forme di car-pooling.

Il tema, apparentemente forse “minore”, apre insomma una catena di linee di approfondimento. Peccato che non sia all’ordine del giorno di una politica molto indaffarata con i posizionamenti in lista.

Prendi tre e paghi due (multe)

In prossimità dei tragicamente famosi week-end estivi dal bollino nero, peraltro già anticipati dalla prima serie di vittime della stagione motociclistica, il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, ha avuto una simpatica trovata: uno sconto del 30% per i pirati della strada che pagano entro cinque giorni.
La proposta amplierebbe quella già in discussione e trasversalmente apprezzata dai gruppi parlamentari che fissa lo sconto al 20%, con l’obiettivo di ridurre il contenzioso che mina le procedure di incasso delle sanzioni.

Evidentemente, nelle aule parlamentari non si coglie il paradosso di un approccio che mette la sicurezza in saldo anziché occuparsi di semplificare le procedure di rilevamento e di esigibilità: sappiamo quanti siano i cavilli cui possono ricorrere i moltissimi che in Italia considerano il Codice della strada un optional, che si tratti di guidare tenendo il cellulare in mano, di ignorare i limiti di velocità anche nei centri abitati pieni di pedoni e ciclisti, di considerare le strisce pedonali alla stregua di una malformazione cromatica dell’asfalto eccetera eccetera (interessante e inquietante, ultimamente, date le “migliori” caratteristiche tecniche, anche la tendenza degli autotreni a correre oltre il consentito).

 

Il risultato di questo andazzo sono i dati che nel 2012 vedono l’Italia ai vertici in fatto di incidenti: il loro numero per milione di abitanti supera del 7% la media europea (ma rispetto a Paesi avanzati, come la Germania, la differenza è del 40%; per pietà non approfondisco il confronto con la Scandinavia).

In Italia i morti sono circa 5 mila l’anno, 300 mila i feriti dei quali oltre 20 mila restano invalidi.

Di fronte a questo scenario e a normative o contenziosi interpretativi che spesso rasentano il ridicolo (vedi tutte le storie sulla legittimità degli autovelox fissi o degli utilissimi ma poco impiegati dissuasori di velocità), il ministro Lupi invia agli automobilisti il segnale che – di fatto – ogni tre infrazioni ne pagano una soltanto.
Il riduttivismo finanziario (alla rovescia) non mi pare un esercizio utile a contrastare la tendenza all’individualismo degli insofferenti guidatori italiani con il loro Codice della strada fai-da-te. Altro che i programmi governativi “Zero vittime” cui assistiamo in altri Paesi.

 

Il partito del ministro, il Pdl, oggi chiede la sospensione dei lavori Parlamentari (perché la Corte di cassazione ha osato fissare la data di una sua udienza).

Alla fin fine potrebbe non essere una cattiva idea.

zenone sovilla

L’acciaieria e i rischi di ammalarsi

«Si ritiene che il mancato controllo delle emissioni inquinanti prodotte dagli impianti di questa azienda sia la causa dell’aumentato rischio di patologie e decessi individuato nei lavoratori»: lo scrive il medico Roberto Cappelletti nella relazione allegata allo studio epidemiologico che ha realizzato analizzando la storia di 342 operai impiegati almeno un anno nell’acciaieria di Borgo Valsugana, nel periodo 1984-2009.

Con questa indagine Cappelletti, chirurgo all’ospedale di Borgo e esponente di Medici per l’ambiente, oltre a produrre una serie di dati sanitari su cui riflettere, mette in luce l’opportunità di sottoporre tutta la popolazione della zona a una verifica epidemiologica.

 

I dati diffusi, pur allarmanti, finora non hanno indotto nessuno, fra i politici e gli “addetti ai lavori”, a una presa di posizione pubblica.

 

Ora sarebbe alquanto preocupante e mortificante se, per assurdo, i decisori politici o i vertici della tecnocrazia del settore, anziché preoccuparsi (qualcuno magari con un mea culpa) di colmare le lacune additate dal medico valsuganotto, avessero da ridire sulla sua scelta di tentare di fare volontaristicamente ciò che gli organismi istituzionali preposti a quanto pare non hanno mai fatto (il che in ogni caso alimenta una lunga serie di dubbi e di interrogativi).

 

Ma sto parlando per assurdo: in realtà sono quasi sicuro che il dottor Cappelletti prima o poi riceverà, al contrario, i ringraziamenti di politici e tecnici che prenderanno a cuore la faccenda e avvieranno un ampio monitoraggio per rispondere ai comprensibili timori di molta gente della Valsugana, specie dopo le note vicende giudiziarie su inquinamento ambientale e stoccaggio illegale di sostanze contaminanti.

z. s.

Gli avvoltoi dei rifiuti

Avvoltoi. Qualche giorno fa sui mass media italiani è comparsa la notizia di una presunta “emergenza” energetica in Norvegia, a causa del calo di rifiuti indifferenziati da bruciare negli inceneritori collegati a reti locali di teleriscaldamento.
Il motivo dell'”emergenza”? Si ricicla troppo e ora tocca importare residuo/cdr dall’estero, malgrado in Norvegia continui ad aumentare la produzione pro capite di rsu (700 kg nel 2001, 800 dieci anni dopo, un trend inquietante), collocando il Paese nordico fra le pecore nere d’Europa.
Ecco, di fronte a questo scenario il main stream dell’informazione italiana ha colto l’occasione della notizia sulla scelta “obbligata” di importare rifiuti dall’estero per bruciarli in Norvegia, per dire di tutto e di più (sulla necessità di alimentare i “termovalorizzatori”). Quasi a lasciar intendere che loro sì che son bravi, importano spazzatura, altro che noi che non riusciamo a bruciare bene neppure la nostra.
Ma la stessa vulgata nostrana si è dimenticata di sottoporre al pubblico (pagante e non) l’osservazione più ovvia: che questa vicenda è un esempio di fallimento delle politiche di settore. Come dire, a volte anche i nordici sbagliano (e di grosso) ma noi non lo diciamo. Così come si tende a sorvolare sulla costante evoluzione tecnologica che consente – senza trattamento termico – il recupero di materia prima dal rifiuto residuo. Un’osservazione banale ma probabilmente sgradita ai circoli del ricco business italiano dei rifiuti bruciati e scandalosamente sovvenzionati con la bolletta elettrica di noi tutti, come se fossero fonti rinnovabili di energia.
Sei anni fa, per il mio documentario “Civiltà bruciata”, ero stato anche in Norvegia

Quel fascino atomico

Il 12 e 13 di giugno 2011 gli elettori italiani furono chiamati alle urne per esprimere direttamente la loro opinione sui piani del governo Berlusconi per la ripresa del programma nucleare nazionale (sospeso dopo i referendum popolari del 1987, il che peraltro non impedì all’Enel di diventare nel tempo un grande attore nucleare all’estero) e per assegnare, in sostanza, la prevalenza del ruolo delle imprese private nella gestione dei “servizi pubblici di rilevanza economica” (acqua, trasporti, ciclo dei rifiuti, mense scolastiche eccetera).

Una vasta mobilitazione popolare, in contrapposizione alla linea della maggioranza parlamentare ma anche di una parte significativa sia pure non ufficiale dell’opposizione di centrosinistra, aveva consentito ai cittadini di utilizzare lo strumento costituzionale che consente la possibilità di abrogare disposizioni legislative.

Come accadde in altre circostanze della storia nazionale (vedi il divorzio nel 1974 o il finanziamento pubblico dei partiti nel 1993), la manifestazione diretta della volontà popolare intercettava anche nel 2011 un sentire diffuso nell’opinione pubblica. L’esito vide il 95% circa dei voti a favore dell’abbrogazione delle norme in questione. La percentuale va naturalmente letta tenendo conto che il principale partito, il Pdl, aveva invitato all’estensione, perpetuando il vecchio e sgradevole vizio di boicottare uno strumento della democrazia per farlo fallire sperando che l’affluenza alle urne non raggiunga il quorum del 50%, ma in quel caso si arrivò invece al 57%; ciò non toglie che si imponga una riflessione sia sul quorum (che rende determinante chi non partecipa, magari gli stessi che ci ammorbano con la retorica sull’antipolitica) sia sulla natura esclusivamente abrogativa del referendum costituzionale: estenderne la funzione confermativa e introdurrre quella propositiva potrebbe riaccendere l’entusiasmo collettivo nei riguardi dei processi decisionali sulla cosa pubblica. E probabilmente produrrebbe una legislazione più adeguata alle esigenze di tutti.

Ma veniamo al punto: nel 2011, pochi mesi dopo i referendum, cadde il governo Berlusconi, arrivarono le larghe intese con Monti e il nuovo ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, gelò tutti con dichiarazioni di principio possibiliste sul nucleare (“l’Italia dovrebbe considerare questa produzione di energia nucleare”). Peraltro sul fronte dei servizi pubblici il governo Monti tentò ripetutamente di far entrare dalla finestra le privatizzazioni uscite dalla porta con i referendum; ma la risposta dell’opinione pubblica fu sonora al punto da suggerire un dietrofront.

Incuriosisce che anche oggi, nel maggio 2013, un governo entri in carica e sùbito un ministro, il sindaco Pd di Padova Flavio Zanonato, responsabile dello Sviluppo, senta l’urgenza di esprimersi con una certa empatia nei riguardi dell’energia nucleare: “Se si può gestire non è sbagliata di per sé. In Italia credo che non si possa fare, ma nel mondo c’è. Se avessimo i siti adatti, perchè no? Non mi piace quando si enfatizzano le cose demonizzandole”, ha detto a “Un giorno da pecora” su Radio 2.

È solo una singolare coincidenza dialettica oppure un altro segnale rivelatore del “comune sentire” di una parte rilevante della classe dirigente nazionale, di un “modus cogitandi” che si muove in direzione esattamente opposta rispetto a quanto esprime la società o almeno la sua parte più “avanzata”?

Comunque sia, potrebbe non sorprenderci se qualcuno dei competenti e insostituibili quaranta sottosegretari e viceministri, di fresca e cristallina nomina, preparasse presto un ennesimo decreto per rendere il servizio idrico un business privato.

Zenone Sovilla

L’ideologia agricola trentina (e non)

Qualche settimana fa ho fatto un’esperienza istruttiva, a tu per tu con alcuni esponenti di spicco della classi dirigenti del mondo agricolo e politico trentino.

All’ordine del giorno dell’incontro c’era la replica a chi critica il modello produttivo plasmato dalle politiche provinciali di questi decenni, a chi ritiene che ci sia un approccio alla terra troppo intensivo e con un utilizzo eccessivo di sostanze chimiche velenose che si disperdono nell’ambiente.

Le critiche sono state respinte al mittente con un coro di unanime sdegno: in Trentino si produce in modo salubre e il sistema dei controlli dà garanzie certe sia sulla salute umana sia sul rispetto della natura.

La vigilanza sugli aspetti epidemiologici spetta all’Azienda provinciale servizi sanitari, che a sua volta rassicura anche presentando l’esito di uno studio effettuato in valle di Non dal quale non emerge nessun motivo di allarme.

Eppure fuori dalle istituzioni non tutti sono così tranquilli; anzi, molti cittadini un po’ si preoccupano, svolgono accertamenti scientifici, prendono nota di eventuali fenomeni degni di approfondimento (come la presenza di residui di pesticidi nel territorio o nelle persone) e seguono con attenzione la tematica del rapporto con la terra.

Dunque, se possiamo dirci tutti rasserenati dal quadro clinico fotografato da autorità competenti e imprese del settore, vien fatto di chiedersi se in ogni caso per il “verde Trentino” della farfalla non sia il caso di cominciare a voltare pagina, a indirizzare il futuro della sua agricoltura, forte dell’autonomia speciale, verso le coltivazioni biologiche, la diversificazione dei prodotti, il recupero delle varietà tradizionali ormai largamente dimenticate: anche questa è biodiversità.

In quell’incontro ho girato la domanda ai presenti e devo confessare che ho ricevuto risposte deludenti: il biologico non scaldava i loro cuori e si andava da risposte minimaliste sulla scarsa redditività di questo modello agricolo fino a veri e propri esercizi di furore ideologico contro chi sceglie di coltivare abbandonando il “più sicuro e meno pericoloso” paradigma chimico.

Ho concluso che è davvero improbabile un dialogo fra i due mondi dell’agricoltura intensiva e di quella biologica o biodinamica (quest’ultima definita con ghigno dai miei interlocutori “una religione”).

Però, mi è venuta in mente Vandana Shiva, quando confuta alcune visioni consolidate nel mainstream agroindustriale.

zenone sovilla

Senza salute non c’è lavoro

Zenone Sovilla
A volte, di questi tempi, fatte le debite proporzioni e attribuzione delle parti, pare di assistere a scene da inizio Novecento, con i lavoratori in sciopero per conquistare un minimo di rispetto delle loro vite sacrificate nel nome della produzione industriale.
È veramente desolante che nell’Italia del 2012 nodi dirimenti come la relazione tra lavoro e salute in molti casi siano ancora nervi totalmente scoperti, a causa dell’inadeguatezza delle classi dirigenti, pubbliche e private, che si sono susseguite in questi decenni.

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Diesel, amore mio

In questi giorni in Norvegia si discute dell’imminente introduzione di un pedaggio extra che colpirà gli autoveicoli diesel nelle città principali (Oslo, Bergen e Trondheim).

L’entità di questa tassa sull’inquinamento non è ancora stata decisa, tuttavia il Direttorato delle strade ha anticipato che sarà una cifra significativa, al fine di garantire l’effetto di deterrenza.

Si parla di 250-300 euro l’anno extra da pagare per assicurarsi la libera circolazione; in alternativa si prevedono pedaggi giornalieri (ovviamente assai meno convenienti nel lungo periodo).

Sullo sfondo, spiegano le autorità norvegesi, ci sono le più recenti evidenze sull’impatto ambientale dei motori alimentati a gasolio. L’obiettivo, dunque, è ridurne l’uso, anche nella prospettiva futura.

Questa notizia stride con l’esperienza italiana che mi è capitato di fare nei mesi scorsi, andando in vari concessionari a informarmi manifestando l’interesse all’acquisto di un’automobile alimentata a metano o a Gpl. In diversi casi il  mio interlocutore mi ha suggerito di valutare anche (o piuttosto) i modelli turbodiesel. In una circostanza mi è stato addirittura sconsigliato esplicitamente il Gpl (di serie), con la motivazione che in realtà – tenendo conto di tutti i fattori – non si risparmia quasi nulla (l’aspetto inquinamento ambientale non era una variabile considerata dal venditore).

Quanto al metano, posto che sono pochi i modelli con impianto originale (specie se si pretende l’accortezza elementare di non infilare alla bell’e e meglio le bombole nel baule riducendone la capienza), trovare interlocutori realmente motivati finora è stato quasi impossibile. E la mia ricerca continua…

Probabilmente tutto questo ha spiegazioni precise, alcune forse inconfessabili. Resta da capire quanto anche la scarsa propensione all’innovazione profonda del prodotto, e dell’intero “sistema” che gli ruota attorno, renda l’automobile poco appetibile nel mercato nell’anno Domini 2012.

Zenone Sovilla

P. S.

Sempre in Norvegia, in questi giorni diventa operativa la decisione di ridurre il limite massimo di velocità da novanta a ottanta chilometri orari, sui tratti delle strade statali prive di guard-rail centrale di separazione, che registrano più di 4 mila passaggi giornalieri: si prevede che l’esito del provvedimento sia una quindicina di vite salvate ogni anno nei circa settanta chilometri di strada interessati.

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