Warning: Parameter 2 to wp_hide_post_Public::query_posts_join() expected to be a reference, value given in /web/htdocs/www.nonluoghi.info/home/wp-includes/class-wp-hook.php on line 286
Risultati della ricerca per “langer” – Nonluoghi

Nonluoghi

Informazione e democrazia

Search results: "langer" (page 1 of 2)

Nel presente con Alex Langer

La voce di Alex Langer, a vent’anni dalla morte, riproposta a Radio Cooperativa, nella rubrica bellunese Voci dalle Dolomiti.
In scaletta alcune registrazioni d’archivio di interventi e interviste con il politico e intellettuale sudtirolese, esponente di primo piano in Europa della nuova sinistra, dell’ecologismo, della nonviolenza.

Continue reading

Clima e aria avvelenata: che dire di chi ora simpatizza a parole con i giovani in piazza ma per decenni ha tradito (e offeso) gli ecologisti?

Piccola premessa: persiste nella politica e nella tecnocrazia una vasta schiera di decisori che da decenni minimizzano e banalizzano la questione ecologica, soavemente supportati dal controcanto di numerosi opinionisti.

Qui non parleremo di questa categoria di persone, di quelle cui non va giù nemmeno il grido disperato della giovane Greta Thunberg.

Parleremo piuttosto di chi sorride alla ragazzina svedese: molti, apparentemente è quasi una corsa a diventare ecologisti. Almeno a parole.

Greta è diventata il simbolo di una generazione che si risveglia nell’incubo di una vita segnata dal venir meno, a causa di precise scelte politiche e economiche, delle condizioni minime per una vita sana sul pianeta Terra.
Una generazione che vive più di altri sulla propria pelle le conseguenze di un modello industriale e sociale sfuggito di mano, che da decenni oltre a molti benefici produce effetti collaterali crescenti e insostenibili. Una generazione che deve fare i conti con numerose malattie causate dalle contaminazioni ambientali e con un calo della speranza di vita alla nascita, una perdita oggi stimata in venti mesi nella media mondiale (vedi il rapporto State of Global Air 2019, che fra l’altro svela le maggiori criticità dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei occidentali).

Una generazione, insomma, chiamata a correggere i fallimenti sistemici tralasciati dalle classi dirigenti internazionali, da un’industria largamente rapace e da una politica beatamente connivente.
Colpisce e indigna, ovviamente, il ritardo delle azioni politiche serie, l’ubriacatura neoliberista che con la menzogna della fine delle ideologie è stata il propulsore delle diseguaglianze economiche, del peggioramento delle condizioni dei lavoratori, dell’ingiustizia inter-generazionale, dell’assalto all’ambiente.
Ma colpisce e indigna anche chi riveste ruoli di potere e dopo aver contribuito per decenni al disastro, oggi simpatizza con i ragazzi di FridaysForFuture, promette un cambio di passo, si scandalizza dell’ignavia politica senza assumerne la propria parte di responsabilità (e magari, conseguentemente, andarsene).
Questo atteggiamento, assai diffuso nelle classi dirigenti che ci hanno portato a questo binario morto e mortale, ha un forte retrogusto di ipocrisia e di paternalismo. Ma soprattutto è un atteggiamento che abbracciando le Greta del 2019 reitera l’offesa alle Greta del 1969, a tutti coloro che da mezzo secolo si battono per la causa ecologista: inascoltati, strumentalizzati, spesso vilipesi.Così come coloro che da decenni – nelle piazze o in letteratura – denunciano i fallimenti del sistema neoliberista e propongono correttivi seri: marginalizzati, stigmatizzati come “no global”, spesso vilipesi.
Venivano censurati come gente “fuori dalla storia”, cavernicoli, primitivisti felici, al limite utopisti ingenui. Ciò malgrado proponessero semplicemente una serie di riforme radicali, innanzitutto del sistema produttivo, commerciale e trasportistico, per invertire la tendenza suicida in atto. E magari per favorire la conoscenza e la partecipazione reale dei cittadini alla formazione delle decisioni pubbliche.
Oggi assistiamo a classi dirigenti responsabili dell’ecatombe epidemiologica in corso che  plaudono alla mobilitazione dei giovani ma persistono nel rinvio delle misure ovvie, quanto profonde, necessarie per salvare realmente vite umane e natura. 
L’immediata trasformazione della mobilità urbana, per esempio, con il bando delle auto private e la sostituzione con reti davvero efficienti di trasporto pubblico e di infrastrutture ciclabili. Ma anche il ricorso alla fiscalità per rendere rapidamente antieconomiche tutte le prassi inquinanti, energivore e insensate, che si tratti di agricoltura intensiva o di impianti metallurgici. Si parla oggi di “transizione ecologica”, quando in realtà si dovrebbe parlare di “emergenza ecologica”. La transizione era nei decenni scorsi, quando le classi dirigenti si sono occupate di tutt’altro. E anche oggi, peraltro, abbiamo al potere gente che preferisce distrarre i cittadini catalizzando consenso su questioni diverse, tipo l’immigrazione o le pensioni anticipate (ma anche i flirt dei ministri), mentre finge di non sapere che la vera urgenza, anche sanitaria, è la questione ambientale, madre di tutte le altre.
In conclusione, non c’è da stare allegri: l’assenza di iniziative politiche e industriali all’altezza della drammaticità del momento parla da sola.

p. s. Tra le voci nel deserto ricordiamo quella limpida e appunto inascoltata di Alex Langer, orgogliosamente sudtirolese e cittadino del mondo, che ci ha lasciato un pensiero profondo utile anche oggi a orientarci e ad agire subito, radicalmente.

Per una politica del giusto, ripartiamo dalla radicalità nonviolenta

Da tempo vivo una sorta di pudore della parola, un sentimento ma anche un pensiero frutto insieme della delusione politica e del fastidio nei riguardi della retorica delle idee belle che si avvita compiacente su se stessa mentre attorno si allarga il deserto.
Continue reading

Ambiente, salute e veleni: l’allarme italiano e il ruolo degli ecologisti

[Intervento al convegno “Il ciclo del rifiuto invisibile: gestione e prevenzione del rischio ambientale” con relazione di Enrico Fedrighini. organizzato dal gruppo consiliare dei Verdi in Comune e coordinato dalla presidente del Consiglio comunale, Lucia Coppola. Trento, 12 maggio 2017]

La storia anche recente del Trentino non è esente da episodi, talora assai gravi, di crimini ambientali.

I casi noti di maggiore rilevanza riguardano il traffico illecito di rifiuti industriali.

Continue reading

Mobilità ciclistica: Bicicrazia

Versione elettronica del saggio sulla mobilità sostenibule e la diffusione del'uso della bicicletta nel sistema dei trasporti per una mobilità sostenibile“Bicicrazia, pedalare per la libertà” di Zenone Sovilla è uno dei saggi pubblicati da Nonluoghi Libere Edizioni. Si tratta di un testo, pubblicato nel 2004, nel quale l’Autore guarda alle problematiche della mobilità (e dell’urbanistica) nel quadro generale del sistema di mercato e dei costi sociali che genera (tra i quali quelli addebitabili al trasporto motorizzato) nonché dell’inerzia e dei ritardi istituzionali che in proposito caratterizzano l’Italia (dal governo centrale alle amministrazioni locali).

In fondo a questo articolo troverai i link per scaricarlo liberamente in vari formati (pdf, epub, mobi).

Continue reading

Voglia di autonomia e anacronismo dello Statuto speciale

[b]Zenone Sovilla[/b]
[i][articolo pubblicato dalla rivista “Protagonisti”, edita dall’Isbrec – Istituto storico bellunese della Resistenza e dell’Età contemporanea, gennaio 2011][/i]

[b]Ha un certo radicamento sociale[/b] la convinzione che la provincia di Belluno subì un’ingiustizia all’indomani della Seconda guerra mondiale, allorquando il legislatore costituente non menzionò questa terra dolomitica nell’articolo 116 [b]1[/b] (autonomie speciali) della Carta fondamentale. Invece, vi furono inserite (accanto a valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia) le vicine Trento e Bolzano, riunite nella regione Trentino Alto Adige che poi sarà divisa amministrativamente in due province autonome. Si separavano così le strade delle tre province che negli ultimi due anni di guerra erano state annesse al Terzo Reich andando a formare l’entità amministrativa denominata Zona di operazione Prealpi ([b]Alpenvorland[/b]) la cui nascita fu disposta da Hitler il 10 settembre 1943.

Assai diverso fu l’atteggiamento di fondo delle genti e delle istituzioni civili e religiose delle tre province dolomitiche: Belluno si distinse fin da subito per una resistenza diffusa che implicò un alto costo in vite umane; Bolzano, al contrario, diventò uno zelante e significativo crocevia del Reich (ospitò anche un lager strategico nel tragico processo di deportazione) e con i suoi giovani in divisa nazista alimentò largamente anche le forze di occupazione nel Bellunese; il Trentino affidò le sue sorti ad autorità locali inclini al collaborazionismo [b]2[/b], mentre nel movimento antifascista predominava l’attendismo e migliaia di ragazzi venivano arruolati nel Corpo di polizia nazista (Cst) che fu attivo anche fuori provincia in azioni antipartigiane e rappresaglie.

Dopo la liberazione, tuttavia, forse fu paradossalmente questo eroismo patriottico del Bellunese a determinarne un destino repubblicano non autonomo, se le parole pronunciate il 7 giugno 1947, nell’ambito della discussione generale dell’articolo 116 della [b]Costituzione[/b], dall’esponente del Pci Ruggero Grieco (1893-1955) sono indicative della logica che muoveva il legislatore in questa materia. Osservava infatti Grieco replicando ai colleghi che, richiamandosi al principio egualitario e ai rischi per l’unità nazionale, erano contrari agli statuti speciali: “Secondo me simile preoccupazione è infondata. Chi ha una simile preoccupazione dimentica che abbiamo concesso questi statuti precisamente per far argine a certe deplorevoli tendenze centrifughe e per rinsaldare l’unità dello Stato”.

A supporto di questa visione lo stesso parlamentare ricordava per l’appunto la delicata situazione creatasi durante la guerra nell’Alto Adige revanscista dopo lo sfregio subìto negli anni del delirio nazionalista fascista.

Districare quel complesso groviglio storico era dunque l’imperativo eppure oggi, a oltre mezzo secolo dai primi passi delle “autonomie”, persistono tenacemente in Trentino Alto Adige ancoraggi di tipo identitario, etnico e retrospettivo fra mito asburgico e ritualità pantirolese.

È verso questo scenario che si sono incamminati via via, in questa prima decade degli anni 2000, i vari territori bellunesi secessionisti. Chi guardando al confinante Trentino nell’ottica di un’affinità socio-economica (comuni del lembo occidentale della provincia come Lamon e Sovramonte). Chi appellandosi a Bolzano in nome dei bei tempi andati dell’unità asburgica dei ladini (Fodom e Ampezzo), il che naturalmente non esclude i risvolti finanziari di un’eventuale transizione autonoma ma li subordina formalmente all’affermazione di un diritto storico.

Comunque sia, il vil danaro è incontestabilmente lo spartiacque. Basti ricordare, a titolo esemplificativo, che oggi le due Province autonome contano su un ritorno fiscale in termini di trasferimenti statali dell’ordine dell’85% circa, mentre nelle regioni ordinarie non si supera il 50%. Trento e Bolzano possono così gestire ognuna un bilancio da quattro miliardi e mezzo di euro (in termini pro capite le entrate sono circa il doppio rispetto a una regione a statuto ordinario come il Veneto).

Sulla scia delle iniziative secessionistiche, giustificate anche dalla scarsa efficacia delle politiche regionali venete rivolte a quest’area montana, ha preso corpo nell’ultimo periodo un più vasto movimento popolare che, rifuggendo dai particolarismi del “si salvi chi può” dei vari comitati separatisti, propugna piuttosto la costituzione della Provincia autonoma di Belluno nell’ambito della Regione Trentino Alto Adige.

L’obiettivo dichiarato è l’individuazione di un contesto istituzionale più consono a garantire risposte alle esigenze economiche e sociali di questo fazzoletto montano in difficoltà. Un’ottica che trova conforto in una serie di indicatori di benessere (redditi, depositi bancari, consumi eccetera) delle due province autonome; non altrettanto, però, si registra in altri ambiti rilevanti per la qualità della vita (mobilità, inquinamento atmosferico, consumo di suolo, cementificazione eccetera).

La straordinaria dotazione finanziaria e la facoltà di autogoverno, infatti, non hanno espresso appieno il loro potenziale divaricante rispetto a un paradigma dello sviluppo che anche qui è stato ampiamente assecondato da una solida coalizione di interessi pubblici e privati, con un notevole sacrificio ambientale (come nel caso dei debordanti impianti sciistici, dell’agricoltura intensiva, del trasporto su gomma lungo l’asse del Brennero, della speculazione edilizia…).
Inoltre, ci si è trovati spesso di fronte al nodo irrisolto di un dualismo controllato-controllore indebolito nel contesto autonomo (eclatanti recentemente i casi delle discariche abusive di veleni e dell’inquinamento dell’acciaieria in Valsugana, entrambi sollevati con l’intervento del Corpo forestale dello Stato giunto da Vicenza, dopo anni di denunce dei cittadini cadute nel vuoto in provincia).

Un aspetto, quest’ultimo, che dovrebbe far riflettere in un’epoca di smarrimento da omologazione, con tentazioni di fuga dal villaggio globale verso quello del Far West.

Comunque sia, pur in presenza di una multiforme dissipazione di energie sociali positive causata prevalentemente dall’inadeguatezza e dai ritardi culturali delle classi dirigenti, il quadro delle due province autonome presenta dati rimarchevoli di qualità della vita (sia pure secondo parametri consumistici), specie se confrontati alla media nazionale o se correlati alle specificità delle aree montuose.

Il che spiega le pulsioni autonomistiche non solo in provincia di Belluno ma anche in altre aree del Veneto, come gli otto comuni dell’altopiano di Asiago che nel 2006 si sono espressi in un referendum (con il 94% di sì) per l’accorpamento al “ricco” Trentino.

Di fronte a tali entusiastici (e per ora immaginari) esodi amministrativi, appare utile una lettura in chiave culturale, politica e antropologica da affiancare alle premesse di impronta pragmatica o storica . In questo modo possiamo tentare di mettere a fuoco un’altra faccia degli effetti dei “privilegi” dello statuto speciale.

Il nucleo di questo processo risiede nella necessità per entrambe le province, ma soprattutto per Trento, ormai a quasi un secolo dalla Prima guerra mondiale, di giustificare l’autonomia e di difenderla dalle critiche di vario segno ideologico che reputano anacronistico lo status di “più uguali degli altri”.

Il riflesso condizionato, negli ambienti istituzionali (politici e culturali) si è presto tradotto in una gigantesca operazione di retorica passatista utile a enfatizzare le “peculiarità” antropologiche e le mirabili virtù che rendono uniche queste terre dal passato asburgico.

Nel caso di Bolzano, più complesso data la compresenza (accanto ai ladini) di due grandi gruppi linguistici (tedesco e italiano), l’autonomia è stata sinonimo di separazione etnica ed ha prodotto, fra l’altro, un paradosso cui qui accenneremo senza dilungarci, perché reputiamo più significativo da un osservatorio bellunese l’analisi del “laboratorio” trentino.

In Alto Adige le autorità hanno esaltato scientemente la dimensione etnica della convivenza, quella denunciata dal povero Alex Langer anche quando in occasione di due censimenti (1981e 1991) rifiutò di aderire alla schedatura (che oltretutto non prevedeva lo status di mistilingue), una battaglia civile usata poi come pretesto dal potere locale per negargli il diritto all’elettorato passivo e togliere di mezzo una possibile candidatura scomoda alle elezioni per il sindaco di Bolzano, nel maggio 1995. Un paio di mesi più tardi, il 3 luglio, Alex Langer si tolse la vita a Pian de’ Giullari, sopra Firenze.

In altre parole, in Sudtirolo ha preso corpo via via, fin dal sistema scolastico, una società della separazione su base etnica. Il che, se da un lato ha perpetuato condizioni favorevoli alla causa originaria della “specialità” autonomista, dall’altro ha mortificato i processi di interazione/osmosi fra i gruppi linguistici ingessando l’evoluzione della convivenza.

Oggi peraltro si assiste a un microcosmo che paradossalmente riproduce su scala locale, capovolgendola, la relazione maggioranza-minoranza a livello nazionale. Il risultato è, fra l’altro, un gruppo italiano in forte crisi d’identità che risponde specularmente con eccessi nazionalistici al culto pantirolese. Con tutte le perdite di energia sociale di una simile dinamica collettiva [b]3[/b].

Va detto, per inciso, che un risvolto apprezzabile di questa tensione anche dialettica in Alto Adige è rappresentato da una rilevante corrente culturale che da decenni tenta di spezzare questo cerchio e di alleggerire il cammino collettivo.

In Trentino, al contrario, le fonti di pensiero eccentrico sono più deboli, pressoché assenti nei circuiti istituzionali, si trovano in alcuni contesti per lo più informali e scarsamente percepibili dall’opinione pubblica.

Ciò ha facilitato il progressivo imporsi nell’ultimo ventennio di un discorso pubblico, supportato da notevoli impieghi monetari, teso a solidificare una rappresentazione immaginaria univoca della realtà provinciale, funzionale alle ambizioni del potere politico e alla necessità di conservare intatto l’assetto autonomistico.

Se i primi segnali si coglievano già durante la presidenza dell’esponente del Partito autonomista trentino tirolese (Patt) Carlo Andreotti (legislatura 1994-1994), il vero architetto dell’edificio autocelebrativo è Lorenzo Dellai, significativamente detto il Principe, dal 1999 a capo della giunta provinciale, dopo otto anni trascorsi come sindaco, originariamente Dc, a guida di coalizioni di centrosinistra nel capoluogo.

Dellai, la cui fama assurse fin troppo generosamente alla ribalta nazionale quando Trento fu il “laboratorio politico” della Margherita, è stato il regista di una svolta sostanziatasi anche nel raffreddamento delle relazioni con Bolzano. Una manovra preliminare necessaria, evidentemente, per coltivare appieno la peculiarità provinciale minimizzando così il rischio di finire nel cono d’ombra dell’ingombrante vicino multietnico, a maggior ragione nella prospettiva di una revisione costituzionale in chiave federalista che potrebbe fare del Trentino una “vittima” nell’ambito di riforme ispirate alla razionalizzazione amministrativa e all’eguaglianza fra tutti gli italiani.

Così, mentre dietro le quinte si consolidava una enorme ragnatela finanziaria pubblica e privata che fa capo alla Provincia autonoma (dall’energia al turismo, dall’agricoltura alla ricerca scientifica), sul palcoscenico prendeva corpo la rappresentazione di un monolite sociologico legato da un indissolubile cordone ombelicale al Tirolo meridionale di asburgica memoria. Insomma, un contesto antropologico peculiare, da non confondersi con il resto del Paese: “Trentino, l’Italia come dovrebbe essere”, recitava un poco elegante slogan pubblicitario qualche anno fa.

Ecco, dunque, in un mix fra ambizioni di grandeur e esercizi di passatismo, un crescendo di presenzialismo istituzionale e di celebrazioni “storiche” che supporta il disegno politico, tanto più da quando nella maggioranza provinciale di centrosinistra è determinante il Partito autonomista trentino tirolese (8,5% alle elezioni del 2008). Questa forza politica localista e tradizionalista (che ha per simbolo la stella alpina della Südtiroler Volkspartei) è la diga che ha frenato il dilagare della Lega Nord (arrivata tuttavia al 14%) consentendo alla coalizione di Dellai di mantenere il potere, spostandosi ancora un po’ a destra (lo stesso presidente invece di aderire al Pd ha voluto fondare un suo partito territoriale: l’Upt, Unione per il Trentino).

Non sorprenderà, perciò, se il copione identitarista in salsa tardonostalgica si è arricchito di battute e colpi di scena, per esempio con fiumi di denaro pubblico (quasi 400 mila euro) destinati a beatificare la figura del condottiero anti-illuminista tirolese Andreas Hofer (adorato in Alto Adige per il suo sacrificio contro i napoleonici, ma ricordato in Cadore per le scorribande dei suoi seguaci schützen – i “bersaglieri” asburgici – nell’agosto 1809, fatti di cui non si fa menzione nell corrente agiografia che omette anche la memoria del governo reazionario, maschilista e liberticida instaurato a Innsbruck dall’oste della val Passiria).
Senza dimenticare che sull’altare di questo furore austriacante, le istituzioni trentine hanno sacrificato non poco delle tensioni risorgimentali, prima, e irredentiste, poi, di questa terra ricca di idealità che vanno ben oltre l’agiografia dell’Impero asburgico (un potere che per non pochi cittadini anche da queste parti significò persecuzione spietata e morte).

L’oleografia evidentemente funziona più della storiografia seria, col risultato che la mistificazione identitaria può contaminare la realtà. Nascono così a macchia d’olio nei paesi del Trentino compagnie di schützen, tutte intente a diffondere il verbo pantirolese (Dio, patria e famiglia), naturalmente debitamente sponsorizzate dalla Provincia autonoma che paga per le divise e per le manifestazioni.

In linea generale, l’ossessione istituzionale del richiamo alle radici e alla specificità di un immaginario corpo sociale “storico” rischia di trasferire sulla collettività l’idea (insana e fuorviante) di un microcosmo locale ancorato a un preteso sistema valoriale e comportamentale unanime (con l’inevitabile dicotomia “post-asburgici” versus “altri”). Al contrario, persone e gruppi sociali sono fra loro diversi, costantemente coinvolti in processi di evoluzione-interazione con l’alterità, e come tali vanno considerati, specie dalle istituzioni che per perpetuare se stesse si dedicano invece a pericolose ribolliture mitologiche dei tempi andati.

In questa prospettiva ci si può interrogare sul ripiegamento conservatore rappresentato da una prassi politica che da un lato nutre più la comoda retorica del particulare che i segmenti più fecondi (ma meno strumentalizzabili) della società; dall’altro, rischia di isolare culturalmente il Trentino nel contesto del Nordest italiano, coltivando un’improbabile autosufficienza o al limite agitando l’araba fenice dell’Euregio tirolese.

Forse risiede proprio in questa insistenza smodata sui temi identitari territoriali il limite che ostacola un dialogo autentico trasnfrontaliero e che nega ai trentini un sogno senza confini, una dimensione dinamica che sia proiettata nel futuro e non nel passato.

Contro questa esagerazione istituzionale della “diversità” trentina si infrangerà presumibilmente anche il sogno dei bellunesi di un apparentamento autonomo.

Il che potrebbe anche rivelarsi salutare e favorire invece nuove meditazioni politiche sulle articolazioni istituzionali e sulle riforme necessarie per superare la disparità rappresentata dalle attuali autonomie speciali e per rispondere alle esigenze e alle peculiarità di tutti i territori, senza stucchevoli manovre etno-storiche con i loro spiacevoli effetti collaterali.

Zenone Sovilla

NOTE

[b]1 [/b]L’articolo infine approvato così recitava: “Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali”.

La legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 lo ha modificato come segue:

“Il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallee d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale.La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano.

Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principî di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.

[b]2[/b] Sulla politica del commissario prefetto di Trento Adolfo de Bertolini si vedano le rivelazioni contenute nel volume di Giuseppe Sittoni “Uomini e fatti del Gherlenda. La Resistenza nella Valsugana orientale e nel Bellunese”(Croxaire – Mosaico, Strigno, Trento, 2005) che contiene lettere eloquenti ma rimaste segrete fino agli anni ’90.

[b]3[/b] Su questo specifico aspetto si veda “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” di Stefano Fait e Mauro Fattor (Raetia, Bolzano, 2010).

Un’economia nonviolenta è possibile

di Michele Boato

Siamo immersi in un’economia violenta, basata su una concezione della vita, che mette l’uomo ( in particolare maschio e adulto) al centro dell’universo, con un rapporto di dominio e sfruttamento verso il resto del creato: animali, vegetali e minerali considerati solo come “risorse” da utilizzare a suo vantaggio. Espressioni di questa economia violenta sono:

– la crescente concentrazione della ricchezza in una minoranza di popoli (il Nord del mondo) e, al loro interno, in una minoranza della popolazione; con conseguenti migrazioni di massa da sud a nord e da est ad ovest del mondo

– il mito del mercato e la divinizzazione della competizione come regola aurea a cui sottostare, con conseguenti guerre per il possesso delle “risorse”, dalle fonti energetiche fossili all’acqua

– l’ideologia del consumismo e dello spreco usa-e-getta, come volano dello “sviluppo”

– lo sfruttamento più o meno legalizzato della maggioranza dei lavoratori : in particolare donne, bambini, gli eterni “giovani” novelli schiavi del precariato, migranti, anziani e maschi ultra-quarantenni in cerca di nuova occupazione

– dilapidazione di “risorse”, come i combustibili fossili, prodotti dalla natura in milioni di anni

– utilizzo selvaggio del suolo sia in città (con l’impero della rendita immobiliare) che nel resto del territorio, con produzioni altamente inquinanti, escavazioni e moltiplicazione di strade e capannoni

– dittatura del denaro: tutto si ottiene solo attraverso scambi monetari, ogni altro scambio è sospetto o illegale

– produzione globalizzata, con frequenti de-localizzazioni, dove i salari sono più bassi e i diritti meno garantiti

– regole del commercio internazionale di stampo coloniale, che strozzano i paesi poveri produttori di materie prime a basso prezzo e importatori di prodotti finiti e di tecnologie a prezzi ben più elevati.

Dalle lotte che hanno caratterizzato tutto il 1900 si possono trarre delle linee guida per una economia che si rifaccia ai valori della nonviolenza; linee che vanno in senso diametralmente opposto e partono da una concezione della vita fondata sull’alleanza con Gaia, nostra madre terra:

– giustizia sociale con riduzione degli squilibri tra Nord e Sud del mondo e all’interno delle popolazioni

– cooperazione come valore guida, sia tra persone, che tra comunità e stati

– ricerca della felicità attraverso la sobrietà, sia a livello individuale che sociale, puntando alla fine di uno “sviluppo”basato sul consumismo senza limiti

– lavoro creativo, artigianale, senza rapporti di subordinazione, ma di collaborazione tra uguali

– economia “solare”, basata su risparmio energetico e fonti rinnovabili, locali col minor impatto ambientale possibile

– città aperta, dove le scelte urbanistiche sono fatte sulla base del bene comune, deciso direttamente dagli abitanti e non dalle lobby di speculatori e politici loro amici

– allargamento progressivo dell’auto-produzione di beni e servizi, del loro baratto e dello loro scambio non monetario, anche attraverso associazioni locali come le banche del tempo, le monete locali e le reti di economia solidale

– produzione il più possibile locale/regionale, limitando importazioni ed esportazioni ai beni necessari non producibili localmente; sostegno ai produttori biologici locali, a ristoranti e mense che usano solo prodotti regionali (“chilometro zero”), organizzazione di gruppi di acquisto che privilegiano i rapporti diretti e continuativi con produttori locali, diffusione degli orti nelle città o nelle immediate periferie per puntare all’autosufficienza alimentare

– per il (pochissimo) commercio internazionale necessario adottare regole di equità, e il minor impatto ambientale possibile.

Michele Boato, storico esponente del movimento ecologista italiano, è direttore dell’Ecoistituto del Veneto “Alex Langer” (di Mestre, Venezia) e delle riviste Gaia e Tera e Aqua. Web: www.ecoistituto-italia.org

L’ecologismo italiano e le novità politiche

[Riceviamo e volentieri diffondiamo]


di Michele Boato

Ci sono tre possibili scelte davanti ad un ecologista o ad un comitato ambientalista, che voglia fare i conti col potere politico, che si domandi: “come si può contare di più nelle scelte legislative o di governo, locali o nazionali, relative all’ambiente?”.
1. mantenersi totalmente fuori dalla politica, facendo solo attività di “movimento” (denuncia, pressione, manifestazioni, informazione, ecc.);
2. presentare (o appoggiare) alle elezioni, quando si ritenga necessario, una lista civica locale, di chiara ispirazione (anche) ambientalista;
3. inserirsi in maniera organizzata e trasparente (pubblica) anche in una formazione politica nazionale. 1. La prima opzione, fare solo “movimento”, è, forse, oggi la più praticata tra chi si dà da fare a livello locale per difendere un po’ di verde, o per impedire un inceneritore, per spingere una raccolta “porta a porta” dei rifiuti o per dare spazio a ciclisti e pedoni, per difendersi dall’elettrosmog o da una base militare o per sostenere la produzione biologica.

Essa in realtà non comporta alcuna scelta esplicita, perché è “naturale” per una associazione o comitato di base, mantenere gelosamente la propria autonomia dai partiti politici. Ciò nonostante non è raro incontrare comitati che, nonostante proclamino la loro indipendenza o “trasversalità” rispetto all’arco della politica, di fatto privilegiano i rapporti con l’uno o l’altro partito o schieramento. Volta a volta troviamo il pregiudizio positivo per la sinistra (più spesso rifondazione che ds) o i verdi, o la leganord, o (non solo al sud) per alleanza nazionale e persino l’udc.

Ma non mancano casi di legami espliciti col tale esponente del tale partito che, nelle istitutzioni locali o nazionali, sostiene apertamente la causa del comitato. E’ un male? Non necessariamente, a mio avviso, ma solo a condizione che:

a. il comitato abbia una sua autonomia (culturale, finanziaria, organizzativa) trasparente e partecipata, all’interno della quale queste “alleanze” vengono valutate, decise e, se del caso, revocate;

b. il partito, lo schieramento o il singolo politico a cui ci si appoggia, oltre ad avere una seria reputazione ambientalista, non faccia doppi giochi, cioè difenda e sostenga coerentemente, in ogni sede (anche la più lontana dal controllo popolare) le lotte e le proposte del comitato.

2. La seconda scelta, dare vita, anche solo occasionalmente, ad una lista elettorale civica, in sede locale, di matrice (anche) ambientalista non è invece una scelta “naturale”. Deriva di solito da situazioni eccezionali, che possono costringere il comitato a questo passo: si tratta di lotte o iniziative molto forti, che trovano davanti a sé un muro compatto nelle istituzioni, la sordità o addirittura l’ostilità di tutti i partiti presenti nel Consiglio comunale.

Ho conosciuto di persona alcune di queste situazioni, come Sernaglia della Battaglia (TV), con tutto il paese in piazza contro il Comune che, dopo aver venduto il territorio ai cavatori, ora lo voleva rivendere all’azienda dei rifiuti di Padova per riempire i buchi con milioni di tonnellate di rifiuti. Era il 1987, appena eletto deputato alla Camera sono stato chiamato dal Comitato locale, guidato da Adriano Ghizzo, che non si è limitato a organizzare il blocco delle strade di accesso alle cave, ma ha dato ad una delle prime raccolte differenziate d’Italia (carta, vetro, metalli e vestiti), per anni autogestita e boicottata dal Comune. Poi, arrivate le elezioni per il rinnovo del Comune, hanno dato vita ad una lista civica che ha avuto la maggioranza degli eletti, spazzato via i vecchi amministratori e realizzato, tra l’altro una raccolta “porta a porta” arrivata ai vertici nazionali (Comune riciclone con circa l’80% di riciclo).

Una situazione simile, meno conflittuale ma altrettanto partecipata, si è verificata nel comune di Breganze (VI) con il Gruppo Raccolte Caritas che, nel 1985, ha dato vita alla lista civica “Partecipazione e servizio”, ottenendo 2 consiglieri, diventati 4 alle elezioni successive del 1990; nel 1992, la lista civica entra in giunta assieme ad una DC molto rinnovata, dando vita ad una netta svolta amministrativa. Nel ’95, con la prima elezione diretta del sindaco, la lista civica prende il nome di “Breganze insieme”, vince ed elegge sindaco Francesco Crivellaro che, assieme a Giovanni Benincà, aveva dato vita all’esperienza del Gruppo Raccolte Caritas, assieme stanno governando Breganze fino al 2009.

In Italia situazioni simili, più o meno conosciute, ci sono in quasi tutte le regioni, almeno una per provincia. Si può parlare di molte decine, con sindaci eletti a furor di popolo, come Laura Puppato nel 2002 a Montebelluna (TV), sull’onda della lotta contro il progetto di un inceneritore al plasma, perseguito dalla precedente amministrazione, monocolore della Leganord. Laura Puppato, esponente del locale WWF, non è iscritta ad alcun partito, ed è stata sostenuta da due liste civiche e da un centro-sinistra che mai prima aveva avuto gran seguito e nemmeno ora, senza di lei (rieletta nel 2007) avrebbe alcuna possibilità di governare.
Qualcuno propone di coordinare, “federare” e moltiplicare queste liste; ma si tratta di esperienze molto locali, che mal sopportano inquadramenti di alcun tipo, anche se di spirito “civico”.
Il tentativo di Illy e dei suoi amici di dar vita, nel 2005-06 a un Movimento delle Liste Civiche alleate al centro-sinistra (ma da esso formalmente indipendenti) non ha avuto finora grande fortuna, sia a causa di una gestione troppo orientata politicamente, (erano, come Zanotto di Verona, sindaci poco “civici”, in realtà molto legati a Margherita e Ds), sia per una profonda diffidenza di molte altre liste civiche da qualsiasi “cappello” politico etero-diretto.

3.La terza opzione è, se possibile, ancor meno “naturale” per un comitato o singolo ecologista: inserirsi in maniera pubblica (e organizzata, se si tratta di un gruppo di persone) in una forza politica nazionale. Che senso può avere?

Nel 1985 dall’Arcipelago Verde delle associazioni che si riunivano periodicamente a Bologna (e che avevano dato vita all’agenzia di informazione/collegamento omonima, diretta dal sottoscritto e redatta dal WWF milanese di Alessio Di Giulio) abbiamo fatto nascere le Liste Verdi comunali e regionali un po’ in tutt’Italia (ce n’era già qualcuna a Trento, Bolzano, Viadana, Ancona, ma sono diventate centinaia). Il progetto era mantenere e rafforzare il movimento, l’Arcipelago degli antinucleari, ciclisti, animalisti, nonviolenti, riciclatori, università verdi, consumatori e produttori bio, ecc ; e contemporaneamente tenere un altoparlante e una sponda sicura dentro le istituzioni.

La cosa è durata così per alcuni anni, poi sempre più i Verdi (con alcune importanti eccezioni) sono diventati una cosa a sé, una parte, anzi un partito, con logiche di tessere (sempre più comprate a pacchetti), carriere immeritate, fondi dilapidati, alleanze politiche di ferro a cui sacrificare troppo, talvolta anche l’ambiente. Ecco un motivo di grandissima diffidenza verso la forma “partito”; però bisogna farci i conti, conoscerli e prendere delle decisioni ponderate.

Ora abbiamo di fronte:

– un Partito Democratico in via di formazione (il 14 ottobre 2007 gli aderenti che versano da 3 a 5 euro eleggono i/le 1400 componenti l’Assemblea costituente con i segretari nazionale e regionali),

– una Sinistra Europea fatta di Rifondazione, Comunisti it, gli ultimi fuoriusciti dai Ds con Mussi, bandoli e Angius, e una parte di Verdisolecheride;

– poi c’è un po’ di partiti “di centro” che non hanno ancora deciso che fare (Sdi, radicali, Italia dei valori, Udr di Mastella e Udc di Casini);

– il costituendo Partito delle libertà (Forza Italia e AN) e la LegaNord indecisa.

Se passa il Referendum elettorale, il premio di maggioranza (più eletti) non va più alla coalizione vincente (nel 2001 Polo delle libertà, nel 2006 Unione), ma al partito che arriva primo, quindi o P.Democratico o P.delle Libertà; agli altri poche briciole.

– Nel Partito Democratico stanno già entrando alcuni ambientalisti, attraverso la Margherita (Realacci, tuttora presidente di Legambiente, il ministro Gentiloni, ex direttore di Nuova Ecologia, pure lui Legambiente, Rutelli, già sindaco verde di Roma, Ivo Rossi, già cons.reg.verde del Veneto, ora assessore comunale a Padova, il sottosegretario agli esteri Vernetti, già assessore verde di Torino); altri attraverso i D.S. (Ronchi, già ministro verde all’ambiente, passato a Sinistra Ecologista di Fulvia Bandoli e ora senatore Ds, il sottosegr. Alla giustizia Manconi, già portavoce dei Verdi, Luigi Poletto, già cons. prov. verde di Vicenza, ora capogruppo Ds in Comune, ecc.).
Si tratta, nonostante gli evidentissimi limiti d’origine, di una grande novità da prendere in considerazione, esaminando senza pre-giudizi i contenuti del programma (sarà quello dell’Unione?), i metodi di selezione della dirigenza (le liste per il 14 ottobre), la gestione della fase nascente, ecc.

– Sinistra Europea non si sa ancora quando, come e con che nome definitivo nascerà; è piena di pacifisti, ambientalisti, lettori del manifesto e del settimanale Carta. Ha però anche una pesante ipoteca operaista-sindacalista ( e perciò industrialista) e, per una quota, stalinista.

I “Verdi” sostenuti-sostenitori dei centri sociali del nord-est , romani ed altri, la vedono come una realizzazione del loro sogno rosso-verde (più sociale che ambientale); gli ecologisti e nonviolenti guardano questa aggregazione con molta attenzione (la svolta nonviolenta di Bertinotti del 2005 non era solo propaganda pre-elettorale), ma, finora, senza entusiasmo: ricorda troppo il Pdup-Manifesto e la nascita di Democrazia Proletaria.

– I partiti di “centro” possono ispirare talvolta qualche simpatia (una volta i radicali contro la pena di morte, un’altra Follini o persino – ma è ormai rarissimo- Di Pietro) ma basta sentirli parlare di TAV, inceneritori, nucleare, Mose per capire che c’è poca strada da fare assieme.

– Così pure per la LegaNord o il Partito delle Libertà, anche se, anche lì dentro, si trovano alcune brave persone, protagoniste di lotte contro l’elettrosmog, per la raccolta differenziata spinta dei rifiuti, per le piste ciclabili, ila difesa del verde urbano, ecc. Si tratta di “mosche bianche”, con cui collaborare o da sostenere nelle singole attività (come le lotte, condotte dal sottoscritto assieme al governatore Galan, contro il progetto ENI di trivellazioni metanifere al largo di Venezia e Chioggia o quelle contro il ciclo del cloro della chimica di morte di Marghera), molto difficilmente però saranno alleati a tutto campo dei comitati ecologisti.

Questo è un ventaglio, forse ancora incompleto e comunque molto personale, delle scelte che si presentano all’ecologismo politico ad inizio estate 2007.

Vogliamo discuterne via mail? O anche di persona? Troviamo le occasioni, possibilmente gradevoli.

Michele Boato
direttore Ecoistituto del Veneto “Alex Langer” e delle riviste Gaia e Tera e Aqua – LINK: www.ecoistituto.veneto.it

Nonviolenza e politica, il convegno

“Nonviolenza e politica” è il titolo del convegno promosso a Firenze dal Movimento nonviolento il 5, 6 e 7 maggio 2006.
Sottotitolo: “Firenze città di pace, sulle orme di: Aldo Capitini, Giorgio La Pira, Fioretta Mazzei, Enzo Enriquez Agnoletti, Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, Alexander Langer”. Scrivono Daniele Lugli, segretario del Movimento nonviolento, e
Mao Valpiana, direttore di Azione nonviolenta:

Il Convegno fa parte di un percorso iniziato con la Marcia Perugia-Assisi “Mai più eserciti e guerre” del 2000, proseguito con la camminata Assisi-Gubbio “In cammino per la nonviolenza” del 2003, e poi con il nostro Congresso “Nonviolenza è politica” del 2004. Come punti di riferimento abbiamo scelto le 10 parole della nonviolenza (forza della verità, coscienza, amore, festa, sobrietà, giustizia, liberazione, potere di tutti, bellezza, persuasione) e le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta (il ripudio della violenza; la capacità di identificare la violenza; l’empatia; il rifiuto dell’autorità; la fiducia negli altri; la disposizione al dialogo; la mitezza; il coraggio; l’abnegazione; la pazienza). Dunque sarà una riflessione non improvvisata, ma certamente aperta al dialogo con tutte le persone e le organizzazioni amiche della nonviolenza. Le strade possono essere diverse, ma la meta è comune.
Indubbiamente la politica ha bisogno di essere ripensata, e non da oggi, e noi siamo convinti che la nonviolenza sia la strada giusta anche per la rigenerazione della politica: quella che cresce dal basso e quella delle istituzioni. L’orizzonte ce l’ha indicato bene Aldo Capitini: è quello del “potere di tutti”.
Abbiamo pensato a Firenze come città emblematica per la storia della nonviolenza italiana: da Giorgio La Pira ad Alexander Langer, da Padre Ernesto Balducci e Don Lorenzo Milani, dalla rivista “Il Ponte” al Centro di Orientamento Sociale di Aldo Capitini. Firenze, città di pace, laica e religiosa.
Nel convegno ci sarà spazio per il confronto fra tante iniziative concrete che sono cresciute in questi anni, per riconoscere e rafforzare le radici storiche, e per costruire nuovi momenti comuni di iniziative di movimento.
Inizieremo il venerdì sera con una presentazione aperta alla città.
La mattina del sabato concentreremo l’attenzione su “nonviolenza e politica: partiti e istituzioni”, mentre il pomeriggio sarà dedicato a “nonviolenza e politica: movimenti e alternative”.
La domenica ci sarà una camminata in città per visitare luoghi della nonviolenza, partendo da Piazza della Signoria.
I temi che si intrecceranno nei tre giorni fiorentini saranno molti: dalle campagne per il disarmo ai corpi civili di pace, dall’opposizione al nucleare civile e militare alle richieste al nuovo governo, dalla politica internazionale alle campagne ecologiste, dal movimento No-Tav all’educazione alla pace, dalla scuola all’informazione, e altro ancora. Il metodo di lavoro sarà quello dei Cos: ascoltare e parlare. Esperienze ed idee saranno presentate da ognuno in forma sintetica per un confronto comune sulle proposte di una politica nonviolenta e di una nonviolenza politica.

Arrivederci a Firenze.

IL PROGRAMMA

Venerdì 5 maggio, ore 21

Biblioteca Comunale Centrale in via Sant’Egidio 21

Serata di presentazione alla città, intervengono

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano

Daniele Lugli, segretario nazionale del Movimento Nonviolento

Sabato 6 maggio, ore 10

Sala del Dopo Lavoro Ferroviario in via Alamanni (Stazione di Santa Maria Novella)

Convegno sul tema, intervengono fra gli altri:

Nanni Salio, Lidia Menapace, Giusy Di Rienzo, Alberto L’Abate, Pasquale Pugliese, Rocco Pompeo, Alberto Trevisan, Piercarlo Racca, Adriano Moratto, Marco Baleani, Mao Valpiana, Angela Marasso, Michele Boato, Carmelo Sgandurra, Sergio Albesano, Massimiliano Pilati, Luciano Capitini, Alberto Tomiolo, eccetera.

Domenica 7 maggio, ore 10, camminata

Percorso da piazza della Signoria a piazza della Signoria. Luoghi fiorentini per la nonviolenza.

1. Piazza Signoria: “arengario”, luogo dove si facevano le arringhe durante le assemblee cittadine nel periodo comunale; Palazzo vecchio sede del comune dove La Pira e Enriquez Agnoletti hanno lavorato.
2. Via dei Benci: Chiesa Metodista dove Tartaglia ha predicato nel dopoguerra.
3. Piazza S. Croce : Cappella dei Pazzi, luogo caro ad Alexander Langer
4. Via Oriuolo: Biblioteca Comunale, sede della Fondazione Balducci; Casa di Pio Baldelli, collaboratore di Capitini.
5. Piazza San Marco: sede università dove insegnò Capitini; convento dove La Pira abitò, sede del centro La Pira.
6. Fortezza da Basso: carcere dove Gozzini fu detenuto per la sua obiezione.
7. Piazza Signoria (termine previsto ore 13)

Link: www.nonviolenti.org

« Older posts

© 2019 Nonluoghi

Theme by Anders NorenUp ↑