di Zenone Sovilla
Il volto tragico della «mano invisibile» del mercato è al centro di un documentario d´inchiesta italiano in programma al Forum sociale mondiale che si è aperto ieri a Porto Alegre, in Brasile.

Il drammatico fenomeno indagato dall´opera firmata dalla veneta Isabella Sandri e dal napoletano Giuseppe Gaudino è connesso con una delle dinamiche tipiche dell´attuale modello economico: le delocalizzazioni industriali nel nome della minimizzazione dei costi produttivi e della espansione dei profitti. «Maquilas», questo il nome del documentario, coprodotto da Fandango e Legambiente, è uno squarcio di luce accecante nella sofferenza di centinaia di migliaia di persone in America Latina, braccia a buon mercato per le grandi imprese straniere richiamate da politiche pubbliche zelanti nei riguardi degli interessi privati. «Maquilas», che in messicano significa fabbriche, è diventato sinonimo di area franca, una sorta di zona extraterritoriale dove le cosiddette leggi del libero mercato possono dispiegarsi quasi senza vincolo alcuno, in una gara di sfruttamento spietato dell´uomo (impresa) sull´uomo (operaio).

Il documentario esplora specificamente, in due ore di montaggio serrato, la vicenda di Ciudad Juarez, un agglomerato nel cuore del deserto nel Messico settentrionale, a ridosso del confine statunitense. Un vero paradiso per le aziende straniere, che possono disporre di manodopera a prezzi stracciati; la stessa che viene respinta tra i cactus se tenta di attraversare illegalmente la frontiera blindata del sogno americano. Da questo lato del confine, l´unico sbocco che rimane agli ex contadini, spesso saliti dal Sud e dal Chiapas, è il reclutamento in una delle quattrocento maquilas dove si lavora in condizioni di semischiavitù: in piedi, dodici ore al giorno, niente pause, sicurezza zero, sostanziale divieto di organizzazione sindacale (pena il licenziamento). Il tutto per una cinquantina di dollari la settimana con il sogno di possedere un´auto e di trasformare una baracca di legno e cartone in una casa di mattoni. La connivenza delle autorità pubbliche è pressoché generalizzata: nelle «Export Processing Zones» detta legge l´impresa di mercato cui viene consentito di eludere legalmente il fisco, di calpestare i diritti essenziali dei lavoratori e di avere mano libera in attività devastanti per l´ambiente naturale e la salute degli esseri viventi nel territorio. Nel totale disinteresse delle autorità, le fabbriche si scaricano per strada e nei fiumi rifiuti tossici con conseguenze inimmaginabili.

«Il capitale è intelligente. Va dove deve andare», osserva un sindacalista. E queste delocalizzazioni «intelligenti», in aree collegate agli Stati Uniti da una comoda ferrovia-merci, si traducono anche in una vera e propria strage diretta e indiretta: morti sul lavoro o legate all´elevata contaminazione dell´acqua e dell´aria. La mortalità infantile è alta, così come i casi di neonati che presentano malformazioni sospette. E sono oltre trecento le donne uccise o scomparse negli ultimi dieci anni a Ciudad Juarez: delitti rimasti senza un colpevole.
Qualche reazione, fuori dalle fabbriche, c´è: il Centro de Investigacion y Solidaridad Obrera svolge, insieme con altre organizzazioni, una scomoda attività di informazione sui pericoli per la salute derivanti da questa attività industriale quasi totalmente deregolamentata.
In questo clima plumbeo, riscaldato solo dal calore di alcuni ecologisti o attivisti sindacali, girare un documentario non è stato facile, come ha spiegato Isabella Sandri: esclusa la via istituzionale – data l´ostilità del potere politico – si è scelto di contattare direttamente le fabbriche; ma solo tre di esse hanno accolto la richiesta e gran parte delle immagini sono state girate di nascosto. E Gaudino aggiunge: «Non ci permettevano di filmare neanche sugli autobus che vanno a prendere gli operai. Ci siamo riusciti perché molti autisti fanno parte del gruppo di solidarietà Zorros del Desierto (radioamatori che proteggono la gente mediante ronde notturne e azioni di soccorso via etere, ndr)».

Del docufilm, vincitore del premio Cipputi al Torino Film Festival 2004, il mese scorso è andata in onda a tarda ora una versione dimezzato a Raitre. C´è da augurarsi che dopo Porto Alegre la versione integrale dell´opera trovi un qualche circuito distributivo.

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