Giuseppe Sittoni è uno studioso di storia appassionato e scrupoloso. A lui si deve un libro preziosissimo per la conoscenza della realtà locale nel periodo 1943-1945: «Uomini e fatti del Gherlenda. La Resistenza nella Valsugana orientale e nel Bellunese» (edito nel 2005 da Croxarie e Mosaico, Strigno/Borgo).
Quel denso volume (oltre 400 pagine ricche di ricostruzioni dettagliate), ha ravvivato una memoria della lotta di liberazione, troppo spesso minacciata da pulsioni revansciste e revisionistiche. Si tratta di pagine che raccontano anche la nascita e la breve ma intensa esistenza del più significativo gruppo partigiano del Trentino, sui monti del Tesino, grazie al contributo della vicina resistenza bellunese.
Ora lo storico di Borgo Valsugana presenta un nuovo lavoro legato al precedente volume: «Sudditi: fedeli e contro durante l’occupazione nazista. Trento, Bolzano, Belluno» (Publistampa edizioni, Pergine, 286 pagine, 25 euro).

«L’idea del libro – spiega – mi venne mentre stavo ancora scrivendo la
storia del battaglione Gherlenda e ricevetti da Curitiba (Brasile) un diario enorme dal bellunese di Fonzaso Gian Luigi Corso, nome di battaglia Vittoria, che era partigiano in Tesino con suo fratello Leo. È con la sua testimonianza che si apre il volume: Vittoria aveva solo 17 anni quando decise con due compaesani di dare una mano a chi si batteva per liberare il territorio dall’occupante nazista. Era il 24 luglio del ?44 e i tre lasciarono le rispettive famiglie nottetempo per andare sui monti».
Dopo l’8 settembre Belluno, Trento e Bolzano vennero annesse alla Germania con l’istituzione della Zona di operazioni delle Prealpi. In provincia di Belluno, dove fin da subito si organizzò una forte resistenza, l’occupazione era feroce e anche la zona del Feltrino visse anni terribili, fra rastrellamenti, uccisioni, torture, rappresaglie sui civili, paesi incendiati.
Nel frattempo in Tesino qualcosa si stava muovendo?
«Sì, c’era un piccolo gruppo, compresi alcuni ex militari, che neI giugno ’44 contattò Bruno, il mitico Paride Brunetti, ex ufficiale dell’esercito, comandante della brigata Gramsci, che sulle vicine Vette Feltrine schierava un migliaio di partigiani. Il comandante Fumo, il sottotenente degli alpini Isidoro Giacomin, anche lui di Fonzaso, fu incaricato di formare una nuova compagnia, per poi spostarsi in Trentino.
Il nostro Vittoria era in questo nucleo originario che fu intitolato
alla memoria di Giorgio Gherlenda Piuma, un partigiano catturato dai
nazisti a Ponte Oltra, con due compagni, e fucilato – dopo l’interrogatorio sotto tortura a Feltre – sul ponte del Piave a Cesana di Lentiai. Degli altri due, uno, Alvaro Bari Cristallo fu pure ucciso là quel 5 agosto, mentre Gastone Velo Nazzari era riuscito a fuggire dal carcere la notte prima, anche se lo avevano ridotto male. Sopravviverà solo fino al 10 ottobre, quando sarà catturato in Tesino da una pattuglia del Corpo di sicurezza trentino (Cst) mentre cercava riparo con la staffetta Clorinda Menguzzato Veglia nell’imminenza di un rastrellamento: entrambi furono seviziati e uccisi dai nazisti guidati dal capitano Ss Karl Julius Hegenbart (1903-1990), un feroce criminale di guerra condannato all’ergastolo ma – come molti altri – mai estradato dall’Austria, dove visse serenamente».

Nel primo gruppo del «Gherlenda» c’erano anche il fratello di quella ragazza, Rodolfo Menguzzato “Menefrego”…
«E pure Celestino Marighetto Renata, fratello di Ancilla, la partigiana Ora, a sua volta freddata dopo un inseguimento nei boschi della zona del Brocòn: era il 19 febbraio 1945, una pattuglia composta per lo più da soldati del Cst la scovò arrampicata su un abete.
Fu interrogata da Hegenbart che di fronte al suo silenzio ordinò a un militare, originario di Cavalese, di spararle alla testa».
Un’altra voce significativa è quella di Corrado Pontalti.
«La sua è una storia straordinaria che ci aiuta, fra l’altro, a comprendere come era eterogeneo il Cst: fra quei 3200 trentini arruolati dai tedeschi si trovavano riluttanti che cercavano
di cavarsela alla meno peggio; collaborazionisti convinti; fanatici pangermanici; ragazzi che invece aiutavano i partigiani anche avvisandoli di rastrellamenti in programma; disertori antinazisti.

Pontalti appartiene a quest’ultima categoria: nel giro di pochi mesi diventò partigiano. Fu mandato dapprima a Moena e poi alla caserma di Castel Tesino. Il 9 settembre ’44, al rientro da una licenza, inscenò il suo arresto da parte dei partigiani sulla corriera che lo stava riportando su. Diventò il partigiano Prua, nome di battaglia che evocava i suoi anni passati in Marina militare».
Cinque giorni dopo il «Gherlenda» assaltò la caserma del Cst a Castello, dove c’erano oltre cinquanta soldati.
«Sì, Pontalti non partecipò all’azione, perché gli ex commilitoni lo avrebbero riconosciuto. Tutto andò bene, riuscirono a
portar via armi e munizioni. Ma la risposta nazista fu immediata: il giorno seguente, con un enorme rastrellamento cui, oltre alla dodicesima compagnia del Cst, parteciparono i marinai tedeschi di stanza a Levico e la crudele squadra di mongoli acquartierati alla scuola elementare di Strigno. In quell’occasione fu ucciso il comandante Fumo. I rastrellamenti si intensificavano
e l’inverno fu durissimo per quei ragazzi mezzi malati e a corto di viveri, vestiti e armi. Dapprima si trasformano in tre piccole compagnie e ai primi di novembre restavano solo in otto, compresa Ora, nella zona del Brocòn.
Qui si nascondono in un baito di pastori nell’impervia Val Càora e organizzano una serie di azioni, come l’assalto a una colonna tedesca (pare fossero riusciti a far cadere dei camion nel torrente Cismon). Ai primi di febbraio ’45 si spostarono verso Lamòn, dove la montagna è meglio esposta al sole: in questo tragitto fecero tappa a malga Vallarica di Sotto, dove dall’alto li avvistarono i nazisti, e dopo la fuga – che costò la vita a Ora – si aggregarono ad altre brigate nel Bellunese».
Nel libro compare anche Gino Remondini (classe 1925) da Sporminore.
«Sì, lui è uno che non ha cambiato idea: era fra i 55 del Cst presi dai partigiani nell’assalto alla caserma di Castel Tesino. Racconta che dopo l’arresto rifiutò di passare con la resistenza e che al passo del Brocòn lui, con alcuni compagni, furono messi in fila davanti a quattro partigiani armati di mitra ma nel frattempo si sentirono rumori di camion, erano le Ss in arrivo e nel parapiglia lui riuscì a fuggire. Poi, l’avventuroso rientro a Sporminore e la decisione di ripresentarsi al Cst che lo spedirà dapprima a Grigno e poi sull’altopiano di Asiago».
Buona parte del volume è dedicato al professor Giovanni Gozzer, fratello del noto partigiano Vittorio.
«Si tratta di una figura di primo piano. Dopo la morte di Giannantonio Manci assunse la presidenza del Cln clandestino. Ebbe l’incarico di mettere in piedi tutti i centri scolastici, già nel ’43 subito dopo il primo bombardamento. Nel marzo ’45 fu incarcerato a Borgo ma riuscì a scappare verso il Lagorai evitando così di essere deportato
al lager di Bolzano. Raggiunse poi Vittorio, che era impegnato nel Bellunese, nella foresta del Cansiglio, con la missione inglese Simia. Giovanni il 29 aprile era già a Trento a presiedere il primo Cln».
Gli dobbiamo anche studi storici sulla Valsugana, pagine che lei in parte riporta nel volume.

«Considerava la Valsugana inferiore, come la definiva lui, più vicina all’area culturale veneta che a quella, diciamo, tirolese. Ricordava fra l’altro che era stata a lungo sotto il vescovo di Feltre e aveva legami con quell’area (il confine diocesano era poco prima di Levico). In questa prospettiva si comprendono ancora meno certe iniziative, per così dire, austriacanti, di questi tempi».

Nel libro parlano altri due testimoni…

«Sono Mario Mascarello e Ugo Pasqualini. Il primo è nato nel 1920 a Franza, una frazione di Castello Tesino lungo il torrente Senaiga, che segna il confine tra Trentino e Bellunese. Da piccolo faceva il venditore ambulante di sementi con la sorella maggiore e aveva altri otto fratelli. In guerra fu mandato al fronte in Grecia, in Jugoslavia e poi in Russia dove fu fatto prigioniero. Nel frattempo due suoi fratelli, Igino e Ivo, erano entrati nel Gherlenda cui fornivano appoggio logistico e informazioni. La mattina del 13 febbraio ’45 i nazisti, accompagnati da una spia del posto, li trucidarono e massacrarono di botte la sorella».
E Ugo Pasqualini?
«Si tratta di una vicenda fatta anche di interrogativi. Era nato nel 1922 (è morto nel 1997), figlio di Ermanno, che dal ?26 al ?31 fu podestà di Castello e di Cinte Tesino. Poi andarono a Milano e rientrarono nel ?39 e dopo l’8 settembre il padre riuscì a nascondere Ugo e il fratello Tullio nella valle del torrente Viosa, oltre il passo del Brocòn, dove entrarono poi in contatto con un’ambigua missione partigiana, la Icaro…».

Zenone Sovilla

Zenone Sovilla

Giornalista e videomaker, creatore di Nonluoghi nel 1999, ha lavorato in Italia e all'estero per giornali e stazioni radiofoniche. È redattore Web del quotidiano l'Adige.

More Posts - Website

Follow Me:
Facebook