[tratto dal quotidiano Liberazione – www.liberazione.it – del 4 aprile 2008]
Sergio Brenna *
Con grande profusione del consueto fascino seduttivo italico da parte delle istituzioni locali (dalle glorie della lirica scaligera e del calcio ambrosiano, al glamour degli stilisti, dei designers, dei cantautori, sino alle prelibatezze gastrononomiche di casa Berlusconi ad Arcore) e grazie alla consumata abilità diplomatica del Governo nazionale, Milano ha ottenuto l’ambìta designazione da parte dei membri del Bie a sede dell’Expo mondiale nel 2015. Insieme alle meritate congratulazioni per il raggiungimento della meta agognata e alla soddisfazione per le prospettive di investimento e di incentivo allo sviluppo socio-economico che ciò comporta, da più parti – politicamente e culturalmente spesso molto distanti – si è, tuttavia, levato l’auspicio che ciò non avvenga con le stesse modalità con cui Milano ha proceduto sinora a ridefinire i caratteri tipologico-funzionali e di espressività architettonico-progettuale delle proprie aree in corso di trasformazione urbanistica. Così, ad esempio, si sono espressi il giorno dopo la designazione Renato Nicolini su “il manifesto” e Giuseppe De Rita sul “Corriere della Sera”, segnalando i rischi di una concezione per un verso di effimera inusualità dell’immagine per quantità, forma ed altezza rispetto al contesto insediativo, per altro verso di sudditanza agli appetiti di immensi guadagni speculativi che dietro quella scelta si cela e, da ultimo, di carenza di reale innovatività nei caratteri funzionali ed insediativi, in grado di esprimere effetti durevoli nel tempo e su larga scala territoriale.
Ma, inaspettatamente, appena la settimana prima, era stato Angelo Crespi, direttore de Il Domenicale, settimanale di cultura promosso e sponsorizzato da Marcello Dell’Utri, a lanciare una severa critica (ampiamente ripresa e riproposta da “Il Foglio”, da “Libero” e dallo stesso “Corriere della Sera”) alle scelte progettuali ed espressive utilizzate dalle archi-star internazionali Libeskind, Hadid e Isozaki nel progetto Citylife di riconfigurazione dell’area del vecchio recinto fieristico urbano in dismissione, che pure l’Amministrazione comunale aveva proposto al Bie a sostegno della propria candidatura come modello di successo della propria capacità di indirizzo delle trasformazioni urbane in corso.
Si tratta di aree su cui si appuntano gli appetiti di quegli stessi centri finanziari che, in un quadro di estesa globalizzazione degli scambi finanziari e commerciali e alla ricerca di condizioni di più bassa remunerazione della forza lavoro, presiedono alla ricollocazione globalizzata di gran parte delle produzioni materiali di massa dei paesi industrialmente maturi verso i paesi di nuova industrializzazione (est europeo, Turchia, India, Estremo Oriente; in misura assai minore America meridionale, spesso riproponendovi i più arretrati rapporti sociali e forme di organizzazione produttiva dismessi in Occidente) e lasciando così liberi nelle città novecentesche del mondo occidentale ampi comparti di aree alla ricerca di nuove destinazioni funzionali.
Essi vedono nelle operazioni immobiliari conseguenti alle nuove destinazioni d’uso delle aree dismesse il coronamento di un disegno di predominanza della valorizzazione capitalistica nella quale ritengono propria legittima prerogativa non solo proporre quantità e funzioni secondo una valutazione delle opportunità di mercato e delle sue eventuali fluttuazioni (oggi, la residenza di lusso, il consumismo di massa della grande distribuzione commerciale e dello svago; domani, una volta saturata la domanda solvibile, quant’altro vorrà il mercato), ma anche quella di fornirne una conformazione progettuale e di immagine che, ovviamente, nella loro visione attiene piuttosto al carattere della riconoscibilità del marchio aziendale o del logo pubblicitario, che non a quello dei caratteri insediativi o della tradizione culturale del contesto o della città in cui si colloca l’intervento. In questo, occorre dirlo, supportate dal pervasivo diffondersi di una cultura progettuale veicolata in campo urbanistico-architettonico dall’ambito mass-mediatico, e più affine al mondo della novità effimera della moda e del design che non all’individuazione di tendenze stabili e durature che meglio si confanno a fenomeni di lunga durata come sono quelli di conformazione urbana.
In alcuni casi, addirittura, gli operatori finanziari hanno tratto spunto da un iniziale caso di successo nel riuso del proprio sito aziendale dismesso per accreditarsi come promotori immobiliari affidabili per casi analoghi, dando vita ad un nuovo ramo imprenditoriale (a Milano è il caso di Pirelli e Fiera di Milano che a partire dalla trasformazione di propri siti dimessi hanno sviluppato Pirelli Real Estate e Nuovosistemafiera come promotori di analoghe operazioni per altri siti propri o di terzi), in cui sempre più spesso, l’effetto di “scoop” nella fantasmagoria dell’immagine di queste opere affidate all’indiscutibilità della fama mediatica dei grandi nomi dello stilismo architettonico viene proposto ad amministratori in vena di cavalcare una sempre più pervasiva politica-spettacolo per accaparrarsi il consenso della pubblica opinione con l’affermazione di una facile immagine di modernità ed efficienza.
A Milano, in particolare, questa stagione in cui è la proprietà immobiliare a proporre quantità edificatorie, scelte funzionali, tipologiche e linguistico-espressive ad un’amministrazione pubblica in posizione di succube accettazione, ha inteso nobilitarsi dandosi il nome di Nuovo Rinascimento Urbano; ciò non solo non è bastato a impedire l’immediata ribellione dei cittadini delle aree attigue, che vedono sottrarsi luminosità, visuali, spazi pubblici e accrescersi il traffico e l’inquinamento ambientale, ma – come si è visto – neanche il dissenso espresso dagli ambienti culturali più consapevoli, siano essi progressisti o conservatori.
La riproposizione di quel modello alle aree di Expo 2015 e agli scali ferroviari in dismissione (quasi 3 milioni di metri quadri di aree con quattro milioni di metri cubi di edificazioni e spazi verdi insufficienti) sarebbe, ovviamente, non solo disastroso per la qualità ambientale ed i caratteri insediativi e paesaggistici dell’ambito urbano milanese, ma smentirebbe l’unica (e sinora inattuata) indicazione strategica di un Documento di Inquadramento Urbanistico per il resto succube di un mercato immobiliare ingessato: cioè che a partire da «l’opinione diffusa tra gli addetti ai lavori che l’offerta esistente a Milano di spazi per uffici e servizi sia inadeguata alle richieste del mercato», che «nelle maggiori città europee è rivolta a superfici monopiano di grande dimensione, con luce diretta e ben dotate di tutti gli impianti necessari per la comunicazione trasmissione». «Milano sembra per ora esclusa da questo processo anche perché incapace di intercettare e trattenere gli investitori internazionali». La scenario futuro e la progettualità possibile? «Nuove tipologie di terziario avanzato, tale da permettere l’insediamento di uffici e servizi, ed insieme una parte rilevante di verde e spazi e attrezzature per il tempo libero e sportive, in un contesto di particolare qualità ambientale. Il progetto dovrebbe diventare la prova della possibilità di costruire uno spazio urbano capace di fare concorrenza all’attrattività dei centri storici per qualità monumentale e ambientale. Un’ambizione che dopo tanti disastri dell’urbanistica e dell’architettura moderna può far sorridere, ma è una condizione indispensabile per il successo del progetto. Un intervento nel settore nord-ovest avrebbe un rilievo strutturale sulla forma della regione urbana» (stralci da: L. Mazza, Ricostruire la Grande Milano, relazione accompagnatoria al Diu, giugno 2000, pp. 115-117, passim).
Quella singolare figura di architetto-urbanista, pubblico amministratore e studioso della città che fu Giuseppe de Finetti, nell’immediato dopoguerra, indicando nella «frenesia di privatismo che si rivela nelle ricostruzioni senza piano regolatore l’indizio più valido della decadenza dello spirito civico e, con ciò, della classe dirigente venturi aevi immemor», proponeva una metropoli milanese che si attuasse «in forme civili senza barbarismi, senza esotismi e senza arcaismi e la città futura assomigliarsi in questa porzione centrale molto più alla città del Rinascimento che non a quella dello “stupido secolo XIX” che la guerra ha distrutta».
Bertinotti, con bella suggestione metaforica, oggi intitola La città degli uomini il suo ultimo libro, in cui espone «cinque riflessioni sul mondo che cambia». Eppure, anche inteso in senso più letterale quel titolo esprime una piena attualità problematica e progettuale: occorre, quindi, chiedersi se non sia giunto il momento di un’estensione delle rivendicazioni no logo anche al campo delle manifestazioni della creatività architettonica, affinché un’architettura della città degli uomini si opponga all’uso servile cui troppo spesso si acconcia l’architettura degli architetti.

* Sergio Brenna insegna Urbanistica alla facoltà di architettura civile del Politecnico di Milano.

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